Garanzie europee, imprese nazionali: chi guadagna dai fondi europei per l’Africa


di: Michele Vollaro | 11 Settembre 2026

Tra Piano Mattei, Global Gateway e nuovo Global Europe Instrument, fondi e garanzie pubbliche stanno ridisegnando il terreno su cui si preparano progetti e appalti in Africa, con effetti diretti sulle opportunità per le imprese.

 

Un finanziamento italiano può sostenere un progetto africano, essere garantito dallo Stato e avere come beneficiario diretto un’impresa non italiana. È il caso del primo intervento del Plafond Africa del Piano Mattei: Cassa depositi e prestiti (Cdp) ha deliberato 110 milioni di euro a favore di Abydos For Renewable Energy per costruire in Egitto un impianto fotovoltaico da 1.000 megawatt con 600 megawattora di accumulo. L’operazione, che utilizza risorse del risparmio postale, è coperta all’80% da una garanzia dello Stato italiano.

Abydos è una società veicolo egiziana costituita per gestire l’impianto, ma il progetto fa capo ad Amea Power, gruppo emiratino delle rinnovabili partecipato anche dalla giapponese SoftBank. Il ritorno per il sistema italiano, in uno schema del genere, non coincide necessariamente con la nazionalità del destinatario del finanziamento: può passare dalle forniture, dai servizi, dalle filiere e dai rapporti commerciali generati dall’investimento. Il caso complica così una domanda centrale per questo tipo di politiche: come si misura il beneficio nazionale quando finanziamento, garanzia e filiere produttive attraversano più Paesi?

Intanto cresce la scala degli strumenti mobilitati attorno al Piano Mattei. La terza relazione annuale al Parlamento, aggiornata al 30 giugno 2026, indica 18 Paesi partner e 76 progetti. Il Comitato tecnico del Fondo italiano per il clima ha deliberato circa 1,2 miliardi di euro per 15 interventi in Africa; Sace ha concesso oltre 4 miliardi di garanzie a sostegno di investimenti nei Paesi coinvolti. Questi 4 miliardi non sono nuove risorse create dal Piano, ma lo stock di garanzie che la relazione riconduce al suo perimetro.

A questa architettura nazionale si affiancano strumenti europei. Con TERRA nell’agroalimentare e RISE nelle infrastrutture e nell’energia sostenibile, Cdp può operare con garanzie dell’Ue fino, rispettivamente, a 109,5 e 131,9 milioni di euro. Al vertice di Roma del 20 giugno 2025, presieduto da Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen, il raccordo tra Piano Mattei e Global Gateway ha prodotto undici intese per circa 1,2 miliardi, dal corridoio di Lobito all’agricoltura e alle infrastrutture digitali. La Commissione ha parlato esplicitamente di “sinergia” fra le due iniziative.

Il ministero degli Esteri va oltre, riconoscendo al Piano la “valenza […] quale strumento attuativo del Global Gateway” nell’approccio Team Europe. Quando il rischio degli investimenti viene così condiviso attraverso strumenti italiani ed europei, la domanda non è soltanto quanto capitale si riesca a mobilitare. È chi sia nella posizione migliore per trasformarlo in progetti, forniture e contratti.

Prima del bando
La preferenza per le imprese europee non deve necessariamente assumere la forma di una gara riservata. Può costruirsi molto prima, quando si scelgono i progetti da sostenere, si finanziano gli studi, si struttura l’operazione e si preparano le procedure che verranno dopo.

La proposta del Global Europe Instrument rende più esplicito questo livello della politica europea. Il considerando 24 definisce il Global Gateway uno dei pilastri della politica economica estera dell’Ue e lega gli investimenti nei Paesi partner anche agli interessi strategici ed economici europei. L’articolo 11 prevede poi che Commissione e Stati membri si adoperino per coordinare gli interventi finanziati dal nuovo strumento con quelli delle rispettive agenzie attuatrici, istituzioni finanziarie di sviluppo e agenzie di credito all’esportazione. Cdp, che opera già come partner attuatore di TERRA e RISE, ha riferito ad Africa e Affari di seguire i lavori sul nuovo strumento e di partecipare, con le altre istituzioni finanziarie europee di sviluppo, al confronto sulle future modalità di attuazione.

Nel negoziato parlamentare, Alberico Gambino e Carlo Fidanza propongono con l’emendamento 328 di rendere esplicita anche la complementarità del Global Gateway con iniziative e investimenti strategici degli Stati membri nell’approccio Team Europe, con particolare attenzione ad Africa e Mediterraneo. Non significa che Bruxelles stia trasformando il Piano Mattei in un modello europeo. Indica però un terreno di convergenza: fondi europei e strategie nazionali possono incontrarsi molto prima della pubblicazione di una gara.

Un progetto a Brazzaville aiuta a capire perché questa fase conti. Attraverso PISTA, programma del ministero dell’Ambiente sviluppato con il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e inserito nel quadro del Piano Mattei, viene finanziato lo studio di fattibilità per il potenziamento dell’approvvigionamento idrico della capitale congolese. L’intervento complessivo è stimato in circa 300 milioni di euro; il valore dello studio non è invece indicato nelle fonti pubbliche consultate. L’Undp ha selezionato attraverso una gara internazionale aperta un raggruppamento guidato da Acea Infrastructure con Studio Pietrangeli. Secondo Studio Pietrangeli, l’incarico comprende una prima fase di fattibilità e sviluppo della progettazione, seguita dalla preparazione dei documenti per le gare successive.

Il raggruppamento ha vinto in concorrenza. Il caso mostra però perché la fase di fattibilità e progettazione conti: chi vi entra partecipa alla definizione tecnica del progetto e, in questo caso, anche alla preparazione delle procedure successive. Questo non equivale automaticamente a un vantaggio negli appalti che verranno, ma è lì che può formarsi una parte della posizione competitiva: prima della gara, nella capacità di entrare nella progettazione, strutturare il finanziamento e ottenere gli incarichi che preparano gli appalti.

La stessa fase viene considerata decisiva da prospettive diverse. In risposte scritte inviate ad Africa e Affari, Confindustria Assafrica & Mediterraneo osserva: “La premialità per gli operatori europei può essere utile. Ancora più importante è costruire un sistema nel quale le imprese possano contribuire alla definizione degli strumenti e arrivare preparate quando le opportunità diventano operative”. Dal lato africano, invece, Mohamed Abdul-Razaq, direttore e responsabile per la mobilitazione dei capitali e le partnership di Africa Finance Corporation (Afc), sottolinea che “quando un progetto arriva alla fase di procurement, molte decisioni importanti — perimetro, standard tecnici, struttura finanziaria e requisiti di qualificazione — sono già state prese”.

Resta però un passaggio ulteriore, dalla presenza nelle fasi che precedono la gara ai contratti veri e propri: chi, alla fine, riesce davvero ad aggiudicarseli.

Chi trasforma il rischio condiviso in contratti?
La preferenza europea si discute per rafforzare la posizione delle imprese dell’Ue. Ma un dato va premesso: i soggetti europei sono già destinatari di oltre la metà delle assegnazioni considerate dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Nel rapporto sull’Ue pubblicato dall’Ocse nel 2025, la quota riconducibile agli Stati membri — misurata per numero di assegnazioni nell’ambito dell’aiuto pubblico allo sviluppo non legato nei Paesi e nei settori coperti dalla Raccomandazione del Comitato per l’assistenza allo sviluppo (Dac) dell’Ocse, e quindi su un perimetro che non riguarda soltanto l’Africa — è rimasta stabilmente sopra la metà: 56% nel 2016-17, 57% nel 2018-19, 53% nel 2020-21 e 55% nel 2022-23.

Un’eventuale preferenza aggiuntiva partirebbe quindi, in questo perimetro, da una presenza europea già maggioritaria. La domanda diventa chi, dentro l’Europa, sarebbe in grado di assorbirne i benefici. Le assegnazioni considerate comprendono anche le sovvenzioni; limitandosi agli appalti, precisa l’Ocse, la quota dei fornitori europei sarebbe più alta.

È proprio il passaggio più difficile da misurare. Nelle fonti pubbliche consultate è possibile ricostruire almeno in parte la distribuzione dei contratti per Paese. Il Sistema di trasparenza finanziaria della Commissione Ue (Financial Transparency System, FTS) indica sia dove è registrato il beneficiario o contraente, sia il Paese che beneficia dell’intervento.

Resta invece più difficile delimitare con precisione tutti i contratti legati all’Africa. Alcuni impegni che riguardano esplicitamente Paesi africani risultano infatti associati al Belgio, o senza indicazione di un Paese, nel campo “Benefiting country”, che dovrebbe indicare il Paese che beneficia dell’intervento.

Il sistema non consente inoltre di collegare in modo sistematico i record FTS ai singoli contratti conclusi nell’ambito degli accordi quadro e, nella gestione indiretta, non rende disponibili gli appalti di secondo livello affidati dagli implementing partners. Il problema dei dati è stato sollevato anche dal Parlamento europeo, che nella risoluzione approvata il 26 marzo ha chiesto alla Commissione statistiche standardizzate e comparabili sulla quota degli appalti e dei contratti aggiudicati a imprese Ue e di Paesi terzi.

Annamaria La Chimia, docente di Diritto e sviluppo all’Università di Nottingham e autrice di un’analisi richiesta dalla commissione Sviluppo del Parlamento europeo, indica una possibile conseguenza: una preferenza europea potrebbe favorire soprattutto gli Stati membri che dispongono già di legami economici e diplomatici più forti nei Paesi partner, esperienza nella cooperazione e reti capaci di seguire i progetti fin dalle prime fasi. È un’ipotesi, non un risultato dimostrato: con i dati disponibili non è possibile stabilire quali economie europee siano oggi meglio posizionate né come cambierebbe la distribuzione con le nuove regole.

Un altro divario è invece misurabile. Anche in questo caso, però, i dati non riguardano solo l’Africa. Secondo l’Ocse, nel 2024 i fornitori dei Paesi in via di sviluppo hanno ottenuto il 25,8% delle aggiudicazioni riportate dalle istituzioni Ue, ma solo il 15,3% del valore complessivo. Se si considerano soltanto i fornitori provenienti dai Paesi coperti dalla stessa Raccomandazione Ocse/Dac — un gruppo che comprende i Paesi meno sviluppati e altre economie particolarmente vulnerabili definite dalla Raccomandazione — le quote scendono al 22,9% e al 10,8%. Molti contratti, dunque, ma una quota molto più piccola del valore.

Le organizzazioni multilaterali assorbono invece il 40,6% del valore complessivo, con contratti medi da circa 7,8 milioni di dollari, contro 1,6 milioni per i fornitori europei. Il valore medio delle aggiudicazioni è dunque molto più elevato nel canale multilaterale. È qui che torna un punto già emerso nella prima puntata di questa serie, parlando delle regole di gara: quando la gestione è indiretta, sapere chi mette a disposizione le risorse non basta a stabilire chi aggiudicherà materialmente i contratti né dove finirà il loro valore.

C’è infine una distribuzione che i dati nazionali lasciano intravedere senza restituirla: quella tra grandi gruppi e piccole e medie imprese (PMI). Un Paese può risultare vincitore della preferenza europea senza che lo sia la maggioranza delle sue imprese. Gli strumenti pensati per le imprese di dimensioni minori esistono, ma operano su un’altra scala: la Misura Africa di Simest, società del gruppo Cdp specializzata nel sostegno all’internazionalizzazione, ha deliberato 148 operazioni per 116 milioni di euro, meno di 800 mila euro in media: una scala molto diversa da quella delle grandi operazioni finanziarie e infrastrutturali. Ma finanziare l’internazionalizzazione di una PMI è una cosa; guidare un consorzio su un grande appalto internazionale è un’altra.

Il Plafond Africa riporta infine la questione al punto di partenza: che cosa conta come beneficio nazionale? Le prime due operazioni rese pubbliche sono il finanziamento da 110 milioni ad Abydos e quello da 50 milioni a ETC Group, società capogruppo di Export Trading Group, uno dei maggiori operatori internazionali nel commercio e nella trasformazione di prodotti agricoli. In entrambi i casi il destinatario non è un’impresa italiana. Per ETC Group, nella risposta scritta ad Africa e Affari, è la stessa Cdp a collegare la valenza per il Sistema Italia ai rapporti commerciali del gruppo con aziende italiane dell’agroalimentare, soprattutto nel comparto del caffè, e alle filiere di approvvigionamento che l’investimento può rafforzare.

Su Abydos, alla stessa domanda sulle ricadute per il sistema produttivo italiano, Cdp non ne indica di specifiche, ma richiama invece l’impatto energetico per l’Egitto, la complementarità tra Europa e Africa nell’approvvigionamento energetico e la cornice di collaborazione con i Paesi del Golfo, ricordando di aver firmato un MoU con Amea Power al vertice Italia-Emirati Arabi Uniti del febbraio 2025.

La nazionalità del beneficiario, dunque, non basta a misurare il beneficio nazionale. Cdp ha infatti confermato che criteri di questo tipo entrano nell’istruttoria: oltre alla sostenibilità economico-finanziaria e all’impatto di sviluppo, viene valutato anche “il potenziale contributo dell’operazione al rafforzamento delle relazioni economiche tra Italia e Paesi partner”. Resta invece aperto se e come queste ricadute vengano quantificate.

Reciprocità ed efficacia dell’aiuto
Il caso italiano mostra che interesse nazionale e nazionalità del beneficiario non coincidono necessariamente. Nel dibattito europeo, però, la preferenza viene proposta anche come risposta a un problema di reciprocità. Se le imprese dell’Ue competono con operatori sostenuti da sussidi pubblici o provenienti da mercati che non garantiscono un accesso equivalente, perché il denaro europeo dovrebbe finanziare una competizione completamente aperta? Nel luglio 2025 il Parlamento europeo ha richiamato segnalazioni secondo cui imprese cinesi avrebbero talvolta ottenuto più contratti finanziati dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) di quelle dell’Ue, mentre nella risoluzione sul Global Gateway del marzo successivo ha chiesto un’indagine sul coinvolgimento delle imprese cinesi e condizioni di concorrenza eque.

Restringere l’accesso può però avere un costo per la politica di sviluppo. L’Ocse stima che l’aiuto legato — che limita gli acquisti al Paese donatore o a un gruppo ristretto di Paesi — possa aumentare i costi dei progetti del 15-30% e ridurre le opportunità per i fornitori locali. Preferenza europea e aiuto legato non sono la stessa cosa, ma la tensione è simile. Charles Goerens, eurodeputato di Renew e membro della commissione Sviluppo, ha definito in aula il nuovo orientamento del Global Gateway “chiaramente transazionale”, chiedendo però che resti direttamente legato allo sviluppo umano.

 

Anche il ruolo della Cina va dimensionato. Dakar mostra che un’impresa cinese può concorrere quando le regole applicabili lo consentono, non che le imprese cinesi stiano conquistando sistematicamente gli appalti dell’azione esterna europea. Le regole attuali escludono in via ordinaria la Cina da queste procedure geografiche, salvo le eccezioni previste dal regolamento, tra cui la reciprocità e le azioni alle quali il Paese partecipa. I dati richiamati dal Parlamento riguardano inoltre contratti Bei, non l’insieme della cooperazione Ue.

Sotto l’etichetta “preferenza europea” convivono dunque almeno tre politiche diverse: proteggere la concorrenza dalle distorsioni, ottenere reciprocità nell’accesso ai mercati e usare il denaro pubblico per rafforzare le imprese europee. Possono sovrapporsi, ma non sono equivalenti.

La preferenza europea dice soltanto una parte della storia. Prima ancora di stabilire chi potrà competere e con quali vantaggi, il nuovo strumento dovrà decidere dove concentrare risorse, garanzie e capacità progettuale. Energia, materie prime, corridoi logistici, infrastrutture digitali: la scelta dei settori e dei progetti determina anche quali catene di fornitura acquistano valore e quali interessi europei vengono privilegiati. È su questo terreno che il Global Europe Instrument assume la sua dimensione più politica. La prossima domanda viene ancora prima: che cosa vuole finanziare l’Europa, e perché?

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