Meno frammentazione, più qualità nell’assistenza


La pediatria di libera scelta entra nella nuova organizzazione dell’assistenza territoriale siciliana mentre la Regione porta avanti l’attivazione delle Case di Comunità e completa le procedure per gli incarichi negli ambiti individuati per il 2026. Due percorsi che finiscono per incrociarsi, perché da una parte c’è il tema della distribuzione degli studi sul territorio, soprattutto nei comuni più piccoli, dall’altra quello del ruolo che i pediatri dovranno assumere nelle nuove strutture previste dalla riforma dell’assistenza territoriale.

Proprio negli ultimi giorni l’Assessorato regionale della Salute ha approvato le graduatorie definitive per gli ambiti carenti di pediatria di libera scelta, mentre il confronto con la categoria riguarda ormai anche ciò che dovrà accadere dentro le Case di Comunità. Alcune strutture hanno già iniziato a coinvolgere i pediatri e a Riesi, per esempio, nella Casa di Comunità inaugurata nei mesi scorsi operano insieme ai medici di medicina generale anche professionisti della pediatria di libera scelta.

Ma è soprattutto sulla funzione da attribuire a queste strutture che si concentra adesso il confronto. Per Tito Barbagiovanni, segretario regionale della Federazione italiana medici pediatri, il punto non consiste nel trasferire semplicemente una parte dell’attività svolta negli studi dentro le Case di Comunità, né nel moltiplicare presenze pediatriche di poche ore nei comuni con un numero molto ridotto di bambini. La prospettiva, spiega, deve mettere insieme ambulatori più attrezzati, una distribuzione territoriale sostenibile e l’utilizzo delle Case di Comunità per programmi specifici di prevenzione e presa in carico.

Su uno di questi programmi il confronto con la Regione avrebbe già compiuto alcuni passi avanti. Si tratta dell’obesità infantile, un problema che in Sicilia interessa una quota particolarmente elevata della popolazione pediatrica. Secondo l’ultima rilevazione diOKkio alla Salute dell’Istituto superiore di sanità, riferita al 2023, il 33,9% dei bambini siciliani tra 8 e 9 anni presenta un eccesso ponderale. Il 20,5% è in sovrappeso, il 9,2% presenta obesità e il 4,2% obesità grave.

Studi più attrezzati

“In Sicilia non abbiamo un problema generale di carenza di pediatri. Abbiamo tre sedi universitarie che continuano a formare specialisti e ci sono anche molti pediatri siciliani che oggi lavorano nelle regioni del Nord e aspettano la possibilità di rientrare. Quando si liberano gli incarichi, soprattutto nelle aree più richieste, i professionisti ci sono e continueranno a esserci anche dopo le prossime assegnazioni.

Il problema cambia quando parliamo dei comuni molto piccoli e delle aree rurali, perché lì non basta dire che serve necessariamente un pediatra sotto casa. Se in un territorio vivono poche decine di bambini, immaginare uno studio aperto per poche ore alla settimana non significa automaticamente garantire una migliore assistenza. Oggi un pediatra ha bisogno di un ambulatorio attrezzato, nel quale possa fare diagnosi e dare una risposta senza costringere la famiglia a cercare immediatamente un altro servizio.

Negli studi utilizziamo otoscopi, strumenti diversi per la misurazione della pressione nelle varie età pediatriche, tamponi e una diagnostica che continua ad ampliarsi. Sempre più spesso possiamo eseguire accertamenti direttamente in ambulatorio e questo permette, quando possibile, di evitare passaggi inutili verso altri servizi o verso l’ospedale. Ma tutto questo richiede attrezzature, organizzazione e investimenti.

Per questo credo che dobbiamo puntare su studi ben centrati sul territorio e realmente attrezzati, senza frammentare l’attività in tanti piccoli punti nei quali il pediatra arriva per poche ore e non dispone degli stessi strumenti che ha nel proprio ambulatorio. La distanza naturalmente conta, ma conta ancora di più quello che una famiglia trova quando arriva dal pediatra. Se deve percorrere venti o trenta minuti ma trova una struttura capace di dare una risposta diagnostica completa, quella distanza può avere più senso di una presenza molto più vicina ma priva degli strumenti necessari.

Nei territori con pochi bambini, quindi, non manca necessariamente il pediatra. Può mancare invece un numero di assistiti sufficiente a sostenere uno studio completo e tutte le attrezzature che oggi richiede la pediatria. Naturalmente esistono situazioni particolari. Penso alle piccole isole, ai comuni più isolati o ai territori molto distanti dai principali centri di assistenza. In questi casi bisogna dare una risposta specifica.

Non possiamo applicare ovunque lo stesso modello. Servono soluzioni sartoriali, costruite sulle caratteristiche geografiche e sui bisogni reali delle famiglie. È su questo equilibrio che bisogna ragionare. L’obiettivo non deve essere soltanto garantire una presenza sul territorio, ma assicurare una risposta sanitaria realmente accessibile e di qualità”.

Case di Comunità per obiettivi

Lo stesso ragionamento vale per le Case di Comunità. Noi non immaginiamo che il pediatra debba andare lì semplicemente per aprire un altro ambulatorio e aspettare il bambino con il raffreddore o con una patologia acuta che può già seguire nel proprio studio. La presenza del pediatra deve avere un obiettivo preciso e deve servire soprattutto quando il lavoro insieme ad altri professionisti può offrire qualcosa che nel singolo ambulatorio sarebbe più difficile realizzare.

Su questo stiamo lavorando con la Regione e il primo progetto riguarda l’obesità infantile. L’accordo è in itinere. L’idea è costruire un percorso che coinvolga tutti i pediatri siciliani, partendo dagli studi, dove possiamo individuare precocemente i bambini in sovrappeso o con obesità e seguirli nel tempo secondo criteri comuni.

Una parte importante riguarderà anche i dati, perché vogliamo avere una lettura del fenomeno per distretto, per Azienda sanitaria e poi a livello regionale. Questo significa poter capire non soltanto quanti bambini presentano sovrappeso o obesità, ma anche dove il problema si concentra maggiormente e come evolve nel tempo.

Quando invece il bambino ha bisogno di una presa in carico più articolata, la Casa di Comunità può diventare il luogo nel quale il pediatra lavora insieme all’endocrinologo, al nutrizionista, allo psicologo e agli altri professionisti necessari. È questo il modello che ci interessa, perché in quel caso la Casa di Comunità aggiunge qualcosa rispetto a ciò che facciamo già nei nostri studi.

Per la pediatria la prevenzione deve diventare sempre più centrale. Se interveniamo sull’obesità durante l’infanzia possiamo ridurre il rischio che quel bambino arrivi all’età adulta con diabete, problemi cardiovascolari e altre malattie croniche. Il nostro lavoro non può limitarsi alla gestione della febbre o della malattia acuta, dobbiamo cercare di costruire salute prima che compaiano problemi molto più difficili da affrontare”.

Dal neurosviluppo alle vaccinazioni

“Questo modello può poi allargarsi ad altri bisogni che richiedono più professionisti e una presa in carico lunga. Penso soprattutto ai disturbi del neurosviluppo. In questi casi le famiglie hanno bisogno di risposte che coinvolgono pediatri, logopedisti, psicomotricisti, fisioterapisti, psicologi e altre figure. Spesso, inoltre, incontrano molte difficoltà lungo il percorso. Qui la differenza con la patologia acuta è evidente. Una febbre può risolversi in pochi giorni. Un problema del neurosviluppo, invece, può accompagnare il bambino e la famiglia per anni. Richiede continuità, coordinamento e professionalità diverse. Le Case di Comunità possono avere senso proprio quando riescono a mettere insieme queste competenze e a costruire un percorso. Non devono diventare semplicemente un altro punto nel quale fare una visita.

Lo stesso vale per le vaccinazioni. Anche in questo caso le Case di Comunità possono diventare un punto utile, soprattutto se permettono ai pediatri di lavorare insieme agli altri professionisti e di raggiungere meglio le famiglie.

Su questo tema credo sia giusto riconoscere anche il cambio di passo impresso dall’assessore regionale alla Salute. Ha scelto una linea molto chiara. Ha chiesto tempi rapidi, assunto una posizione netta e preteso risultati concreti. Secondo me è questo, al di là della composizione della task force, l’elemento che ha fatto davvero la differenza. Quando su un tema così delicato esiste una guida politica determinata, anche la macchina organizzativa reagisce in modo diverso. Finalmente stiamo vedendo una spinta che mancava da tempo. I primi risultati dimostrano che questa impostazione può funzionare. Adesso bisogna continuare su questa strada. Recuperare le coperture richiede continuità, organizzazione e una regia forte.

Dobbiamo quindi superare l’idea che la qualità dell’assistenza pediatrica dipenda soltanto dal numero degli studi o dai chilometri che separano una famiglia dal pediatra. Quello che conta è ciò che il bambino trova una volta arrivato. Contano gli strumenti disponibili. Conta quanto si riesce a fare diagnosi e quanto si riesce a prevenire. Per questo immagino studi ben attrezzati e ben distribuiti sul territorio. Accanto, Case di Comunità utilizzate per affrontare quei problemi che richiedono davvero più professionisti e una presa in carico organizzata”.


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