La sconfitta del governo è fragorosa e la Spagna potrebbe presto tornare alle urne. Il Congresso spagnolo ha bocciato i due decreti sulla casa con cui il governo di Pedro Sánchez voleva rispondere alla crisi abitativa e alle proteste esplose negli ultimi giorni. Decisivi sono stati i sette voti contrari di “Junts per Catalunya”, il partito indipendentista catalano di Carles Puigdemont, che si sono sommati a quelli del Partido Popular e dell’estrema destra di Vox. Il primo provvedimento ha ricevuto 172 voti a favore e 178 contrari, il secondo 166 a favore e 184 contrari. “La storia vi giudicherà prima di quanto pensiate e più severamente di quanto possiate immaginare” ha affermato Sánchez in aula rivolgendosi ai partiti che hanno respinto i decreti.
Il premier si è preso del tempo per decidere se convocare elezioni anticipate. La Moncloa, sede della Presidenza del Governo, ufficialmente frena. Ma nel Partido Socialista e nello stesso esecutivo l’ipotesi del voto viene ormai discussa apertamente. La prima data possibile, scrive El País, sarebbe il 29 novembre.
I decreti “Maricarmen” voluti dal governo erano nati sull’onda delle proteste seguite allo sfratto di Maricarmen Abascal, la pensionata di 87 anni costretta la settimana scorsa a lasciare l’appartamento di Madrid in cui viveva da settant’anni. Il suo caso è diventato il simbolo della crisi abitativa spagnola. Nel Paese gli affitti sono raddoppiati nell’ultimo decennio e il canone medio è arrivato a 1.176 euro al mese. Per quasi una settimana centinaia di manifestanti si sono accampati a Puerta del Sol, nel centro di Madrid, per protestare contro l’aumento degli affitti, la scarsità di alloggi e la diffusione degli affitti turistici.
Il primo decreto elaborato dal governo Sanchez e sottoposto oggi al voto del Parlamento prevedeva il blocco fino al 2030 degli sfratti degli inquilini vulnerabili senza un’alternativa abitativa, la proroga di due anni dei contratti in vigore e regole più severe sugli affitti stagionali e delle stanze. Introduceva inoltre limiti agli acquisti di abitazioni da parte dei grandi fondi e incentivi fiscali per i proprietari. Il secondo provvedimento prevedeva il rinnovo automatico e senza limiti di tempo dei contratti di locazione, una delle principali richieste dei manifestanti.
Sánchez aveva elaborato i provvedimenti cercando di ottenere anche il voto di Junts. Come racconta El País, la ministra della Casa Isabel Rodríguez aveva trattato per mesi con il partito catalano e con il Partido Nacionalista Vasco, modificando il testo per accogliere molte delle loro richieste. Il governo pensava così di avere trovato un compromesso che potesse essere votato da tutti i partiti necessari alla maggioranza. Secondo Rodríguez, nel decreto era stato inserito il 90% delle proposte presentate da Junts.
Non è servito a nulla. Junts ha votato contro entrambi i decreti. La portavoce Míriam Nogueras ha spiegato in aula che le misure farebbero ottenere l’effetto contrario a quello promesso dal governo, perché ridurrebbero l’offerta di case in affitto. “Trovare casa diventerà ogni giorno più difficile. La nostra responsabilità è dare certezze, non incertezza”, ha affermato. Secondo Junts, inoltre, il governo non avrebbe fatto abbastanza contro i grandi fondi immobiliari. Nogueras ha presentato un testo alternativo e chiesto di aprire una nuova trattativa.
Il premier Sánchez è intervenuto a sorpresa nel dibattito in aula per chiedere a Junts dei non votare contro i decreti. “Vi chiedo di pensare alla gente, alla gente comune che più ha bisogno del sostegno del settore pubblico”. Anche Rodríguez ha provato fino all’ultimo a convincere i sette deputati catalani almeno ad astenersi. “Abbiamo recepito il 90% delle vostre proposte. Votate a favore o astenetevi”, ha dichiarato. La ministra ha anche proposto di approvare subito i decreti e trasformarli poi in disegni di legge, in modo da poterli modificare successivamente. Junts ha mantenuto il no. Durissima la reazione del ministro dei Diritti sociali Pablo Bustinduy. “Potete gridare molto forte il nome della Spagna o il nome della Catalogna”, ha detto rivolgendosi ai partiti contrari, ma “votare no oggi a questi decreti significa tradire il vostro popolo e servire un’unica causa e un’unica bandiera, quella della rendita immobiliare”.
La bocciatura dei decreti è un problema enorme per Sánchez, che è a capo di un governo di minoranza. La coalizione formata dal Partido Socialista e da Sumar conta 147 deputati sui 350 del Congreso e per approvare le leggi ha bisogno dei voti di altre forze politiche. I sette parlamentari di Junts erano stati decisivi già nel 2023 per permettere a Sánchez di ottenere l’investitura. Senza di loro il governo non ha una maggioranza stabile.
Il voto contrario di oggi quindi mette a rischio la possibilità di arrivare alla fine della legislatura. Se Junts ha bocciato anche un decreto che il governo aveva negoziato per mesi cercando di accogliere quasi tutte le sue richieste, per Sánchez diventa molto più difficile capire su quali voti potrà contare nei prossimi passaggi parlamentari.
Nelle ultime ore si è cominciato a parlare seriamente di elezioni anticipate. El País scrive che Sánchez ha trascorso gran parte della mattinata nell’area riservata al governo al Congresso ascoltando i suoi ministri, dirigenti socialisti ed esponenti degli altri partiti. Alcuni ministri considerano ormai probabile un ritorno alle urne, altri sono più cauti. Il premier non avrebbe ancora fatto capire quale strada intenda scegliere e si è preso del tempo per decidere. Secondo El País, diversi dirigenti del partito socialista, ministri e figure importanti vicine al premier ritengono che Sánchez debba prendere seriamente in considerazione le elezioni anticipate. La discussione riguarda anche quando farle.
Se volesse convocare le elezioni nella prima data possibile, il 29 novembre, Sánchez dovrebbe annunciarle già all’inizio della prossima settimana. Il premier vuole però capire prima quanto sia forte la mobilitazione sulla casa e, secondo El País, starebbe chiedendo anche dati ai suoi sondaggisti. Nel partito c’è chi preferirebbe aspettare le manifestazioni del fine settimana prima di prendere una decisione. Il precedente è quello del 2023. Dopo il cattivo risultato della sinistra alle elezioni regionali e comunali, Sánchez aveva sciolto le Cortes nel giro di poche ore e aveva convocato elezioni anticipate. Questa volta sembra intenzionato a riflettere di più.
Nel Partido Socialista c’è anche chi pensa che il tema della casa possa cambiare lo scenario politico. Nelle ultime settimane il governo era stato sotto pressione per la crisi migratoria di Ceuta. Ora diversi dirigenti socialisti ritengono che un’eventuale campagna elettorale potrebbe concentrarsi sulla crisi abitativa e sul voto contrario di Partido Popular, Vox e Junts.
Alejandro Quiroga, politologo dell’Universidad Complutense de Madrid, spiega a Reuters che elezioni anticipate permetterebbero a Sánchez di spostare il dibattito sulla casa. Ma andare alle urne subito sarebbe una scommessa: il premier deve capire se la rabbia esplosa in questi giorni per la crisi abitativa sia abbastanza forte da mobilitare l’elettorato di sinistra anche nelle urne. C’è poi la debolezza dei suoi alleati. “Sumar “non ha ancora completato la propria riorganizzazione e non ha un candidato, mentre “Podemos” non è a favore di elezioni anticipate. I Popolari e Vox chiedono invece elezioni immediate, in una fase in cui la crisi migratoria di Ceuta continua a pesare sul governo. Per la destra, andare al voto in tempi brevi significherebbe evitare che il passare delle settimane sposti il dibattito politico su altri temi.
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