“Oggi, 16 ottobre 2026, è un giorno che difficilmente riuscirò a dimenticare”, inizia così, con queste parole semplici la nota della direttrice e proprietaria dell’asilo di Acerra contro il quale sono stati esplosi ben 7 colpi di pistola. 7 proiettili per intimidire una donna “colpevole” in un mondo fatto di omertà e scorciatoie di avere detto “NO” agli estorsori e averli denunciati alla magistratura.
“Mi chiamo Maria De Rosa”
“Mi chiamo Maria De Rosa. Sono una donna, una madre di due bambini e un’imprenditrice che, con anni di sacrifici, lavoro e dedizione, ha costruito tre strutture di asilo nido nella città di Acerra.
Tre realtà che non rappresentano soltanto il mio lavoro, ma una parte della mia vita. Luoghi in cui ogni giorno accogliamo bambini, accompagniamo le famiglie e cerchiamo di costruire qualcosa di bello per il futuro della nostra comunità”.
“Una scena che nessuna madre dovrebbe vivere”
“Presso una delle mie strutture dedicate all’infanzia – scrive Maria De Rosa in una nota pubblicata su Facebook dal giornale Tablò diretto da Pasquale Sansone – mi sono trovata davanti a una scena che nessuna donna, nessuna madre e nessuna imprenditrice dovrebbe mai vivere: sette colpi di pistola. Sette colpi che hanno ferito profondamente la mia serenità, ma che non riusciranno a spezzare la mia dignità e il mio coraggio”.
La denuncia
“Nell’agosto del 2025 ho trovato il coraggio di denunciare un tentativo di estorsione da parte di soggetti legati, secondo quanto denunciato, ad ambienti criminali del territorio. L’ho fatto perché non potevo accettare che qualcuno pretendesse di impormi la paura come regola di vita. L’ho fatto perché credo nella giustizia, nelle istituzioni e nel diritto di ogni persona di lavorare onestamente, senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Nei mesi successivi ho confermato la mia collaborazione con la magistratura, rendendo dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria antimafia di Napoli. Ho affrontato ogni passaggio con la consapevolezza dei rischi, ma anche con la convinzione di aver fatto la scelta giusta”.
“Ho paura”
“Quei sette colpi di pistola sembrano voler lanciare un messaggio preciso: ricordarmi che la criminalità è ancora presente, che può colpire, che può cercare di farmi paura.
Non spetta a me stabilire chi abbia compiuto questo gesto né quali siano le sue motivazioni. Saranno gli investigatori e la magistratura ad accertarlo.
Ma una cosa posso dirla con certezza: ho paura. Ho paura perché sono una madre, prima ancora che un’imprenditrice. Ho paura per i miei figli, per la mia famiglia. Non voglio fingere di essere invincibile. Sarebbe una bugia”.
“Guardo i miei bambini negli occhi”
“Quando si diventa madri, la propria vita non appartiene più soltanto a sé stesse. Ogni minaccia, ogni rumore, ogni pensiero assume un peso diverso, perché la prima preoccupazione non è più la propria sicurezza, ma quella dei propri figli. Eppure, proprio guardando i miei bambini negli occhi, trovo la forza di non arrendermi.
Perché quale insegnamento darei loro se oggi, dopo aver scelto la legalità, decidessi di abbassare la testa davanti alla prepotenza? Non è questa l’eredità morale che voglio lasciare ai miei figli.
Io voglio insegnare loro che essere persone oneste ha un valore. Che la dignità non si vende. Che la libertà non può essere concessa o negata da chi pensa di governare un territorio con la violenza”.
L’appello
“Oggi, però, sento anche il bisogno di rivolgere un appello forte e sincero allo Stato. Io ho fatto la mia parte. Ho denunciato. Ho parlato. Ho collaborato. Ho scelto di fidarmi delle istituzioni.
Adesso chiedo alle istituzioni di non lasciarmi sola. Chiedo protezione, attenzione e una presenza concreta. Non soltanto per me, ma per i miei figli, per la mia famiglia, per i miei collaboratori e per tutte quelle persone che ogni giorno scelgono di lavorare onestamente.
Perché denunciare richiede coraggio, ma continuare a vivere dopo una denuncia, quando si teme di essere diventati un bersaglio, può richiederne ancora di più.
Non voglio rinunciare a ciò che ho costruito con sacrificio. Non voglio che i miei bambini crescano pensando che chi denuncia debba poi vivere nella paura.
Chi trova il coraggio di denunciare deve poter sentire lo Stato accanto a sé, non soltanto nel momento della denuncia, ma soprattutto dopo. Non so quanto tempo mi servirà per superare quello che è accaduto oggi. Non so quando riuscirò a tornare a vivere una giornata senza guardarmi alle spalle. So, però, che non voglio permettere a chi usa la violenza di decidere il futuro della mia famiglia e della mia impresa.
E voglio rivolgermi anche a tutte le persone che subiscono minacce, intimidazioni ed estorsioni e che, magari in questo momento, stanno pensando di tacere per paura. Vi comprendo. So quanto possa essere difficile. Ma vi chiedo di non perdere la fiducia nella giustizia. Denunciate. Non lasciate che il silenzio diventi la forza di chi vi minaccia”.
“Continuerò”
“Io continuerò a credere nello Stato. Continuerò a chiedere giustizia. Continuerò a difendere, con tutti gli strumenti della legalità, ciò che ho costruito. Perché Acerra non appartiene alla criminalità. Appartiene ai suoi cittadini, alle famiglie, ai bambini, agli imprenditori onesti e a tutti coloro che ogni mattina si alzano per costruire un futuro migliore.
A chi pensa di intimidirmi voglio dire soltanto questo: potete aver colpito una mia struttura, potete aver turbato la mia serenità, ma non avete cancellato la mia dignità. Sette colpi di pistola fanno rumore. Ma non possono e non devono essere più forti della voce di una donna che ha scelto di denunciare.
Io sono Maria De Rosa. Sono una madre. Sono un’imprenditrice. Sono una donna libera. Ho scelto di stare dalla parte dello Stato. E oggi chiedo allo Stato di stare dalla mia parte. Non abbasserò la testa”.
Candidata alle elezioni per il Consiglio comunale di Acerra nel 2022, nominata assessore con deleghe all’Urbanistica e allo Sport nella giunta di Tito D’Errico, Maria De Rosa si era dimessa dopo un blitz della Polizia che aveva portato all’arresto di 7 persone per gli inquirenti legate a due distinte ma alleate organizzazioni criminali operanti nell’Acerrano. Nell’inchiesta era stato coinvolto anche il marito della De Rosa.
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