Si è tenuta all’Ara Pacis di Roma la prima edizione di “Outpost Rome”, il summit italiano sull’innovazione nella difesa e nelle tecnologie dual use.
All’evento hanno partecipato Stato Maggiore della Difesa, MAECI, Agenzia Spaziale Italiana, ESA, NATO DIANA, CDP Venture Capital, Fondo Europeo per gli Investimenti e Lazio Innova, insieme ai principali gruppi industriali del settore, a startup e a fondi di venture capital nazionali ed esteri.
Outpost Rome è stato promosso da NATAM Management Company, gestore collettivo del comparto NVM Venture Lazio del fondo NVM Ventures (finora 23,6 milioni di euro raccolti), ed è stato organizzato da Ulixes Capital Partners (UCP), con il contributo dei fondi per la politica di coesione della Regione Lazio e il patrocinio del ministero della Difesa.
L’evento si è concentrato sui temi del settore defense tech legati a due parole chiave: il dual use europeo e il golden power italiano.
Che cosa si intende per dual use
Per dual use si intendono beni, tecnologie e know che servono tanto all’uso civile quanto a quello militare. Il fenomeno è antico quanto la tecnica, dalla sintesi dell’ammoniaca di Haber, all’inizio del Novecento, che produsse insieme fertilizzanti ed esplosivi. La parola, invece, nasce durante la Guerra fredda come categoria doganale, nelle liste del CoCom che stabilivano cosa non vendere al blocco sovietico. In Europa arriva negli anni Novanta con la stessa funzione di muro: un regime comune di licenze all’export, oggi disciplinato dal Regolamento (UE) 2021/821.
Il ribaltamento comincia quando la definizione nata per vietare viene usata per finanziare. Come abbiamo scritto su Startupbusiness nel marzo 2025, all’indomani di ReArm Europe, la Banca europea per gli investimenti (BEI), che fino a quel momento non poteva sostenere la difesa, aveva trovato nel termine dual use la chiave per aprire linee di credito a PMI e startup. Nel frattempo le startup climatiche riscrivevano la propria missione in chiave di sicurezza. Quel grimaldello è poi diventato la regola: la Commissione ha proposto un successore di Horizon Europe, il “dual use by default”, e nel giugno 2026 gli Stati membri hanno fatto del “dual use by design” un principio orizzontale del programma, chiudendo quarant’anni di ricerca europea esclusivamente civile.
Il mercato della difesa europea, quanto vale
Il dato più eloquente arriva da The State of Defence Tech 2026, il report di Dealroom e Resilience Media presentato il 5 ottobre 2026. Le startup europee della difesa hanno raccolto 7,4 miliardi di dollari di venture capital nei primi nove mesi del 2026: quasi il triplo dei 2,6 miliardi dell’intero 2025. E la proiezione a fine anno è di 10,5 miliardi.
Il dato più suggestivo riguarda l’origine degli investitori: gli statunitensi pesano ormai per il 47% del funding della defense tech europea, contro il 17% del 2020. Tra i più attivi ci sono Founders Fund (il fondo di Peter Thiel, cofondatore di Palantir), Accel, General Catalyst, Lightspeed e Y Combinator. La difesa europea, insomma, in gran parte si sta finanziando con i dollari americani.
Il problema italiano
Non si tratta solo di venture capital, ma anche di private equity. Come spiega Pierluigi Paracchi (Fondazione Praexidia), “le società partecipate dal PE negli ultimi 25 anni vengono comprate due volte su tre da non italiani, quindi stiamo perdendo un patrimonio industriale fondamentale. Fino a ieri ESG riusciva, perché faceva sì che molte aziende della difesa potevano non essere comprate da questi fondi; ora le cose sono cambiate. Oggi parliamo di 800 imprese che verranno vendute, e quindi perderemo 500 aziende perché comprate da aziende non italiane”.
Il golden power potrebbe frenare questo effetto domino, ma, come dice Giulio Napolitano di Chiomenti, “è chiaro che l’Italia e l’Europa hanno bisogno di investimenti e operazioni, e queste devono essere verificate dalle autorità di controllo, dalla difesa, dalla Presidenza del Consiglio. Il punto fondamentale è trovare il giusto equilibrio, perché questa disciplina va applicata caso per caso e c’è ovviamente un elemento di discrezionalità politico-amministrativa nelle decisioni per la valutazione del rischio”.
Da un lato, quindi, investitori stranieri nelle aziende defence tech europee; dall’altro, acquisizioni di queste stesse aziende sempre da parte di stranieri. A cui si aggiunge la dipendenza tecnologica, come evidenzia Cesare Battaglia di PwC Italia: “Il ritorno della guerra, l’accelerazione della competizione tecnologica e la ridefinizione del rapporto transatlantico hanno riportato la sicurezza al centro dell’agenda europea. Bisogna costruire una maggiore indipendenza tecnologica e una maggiore capacità di sviluppo. Se guardiamo i numeri, la crescita della spesa per la difesa europea traccia le priorità: un incremento del 50% dal 2021, di cui il 68% indirizzato al procurement”. E ancora: “L’Europa sta investendo molto di più nella difesa, ma la crescita è orientata prevalentemente a recuperare il presente, non ancora a costruire il vantaggio competitivo tecnologico del futuro. Il procurement colma una carenza esistente; la ricerca determina quali capacità saremo in grado di acquistare, produrre e controllare sul campo di battaglia di domani”.
Perché allora serve il dual use? Lo spiega Mariangela Dejana di D-Orbit: “Oggi i tempi di procurement e di risposta istituzionale, davanti a una tecnologia che cambia molto più velocemente che in passato, ci impongono di non sviluppare capacità dedicate. Non abbiamo più il tempo di sviluppare asset con i programmi spaziali che conoscevamo finché il settore era quello di pochi anni fa: è importante poter utilizzare quello che già c’è ed è disponibile. Il dual use oggi può dare ad aziende come la nostra la possibilità di abbattere tempi e costi per la domanda istituzionale e, in parte, per la difesa”. Quanto al golden power, per Dejana “è uno strumento efficace, ma arriva sempre dopo. Oggi, lato europeo, non abbiamo strumenti efficaci per competere sul piano della difesa e per sostenere il nostro tessuto industriale in tecnologie molto critiche come quelle dello spazio”.
Anche se dual use e golden power vengono presentati come le due risposte al problema italiano, in realtà tirano in direzioni opposte: il dual use è una porta che rende finanziabile ciò che prima era fuori perimetro e accorcia la distanza tra la velocità della tecnologia e i tempi del procurement, eppure, da quella porta, come mostrano i numeri di Dealroom, entra per quasi metà capitale americano. Il golden power, che dovrebbe bloccare tale porta, sembra invece essere più un chiavistello: certamente può fermare un’acquisizione, purtroppo interviene a cose fatte. La partita oggi quindi si giocherebbe non più se aprire o chiudere, ma su chi tiene le chiavi.
Un Paese che non vuole il riarmo può accettare il dual use?
Secondo l’ultima indagine dell’ECFR (European Council on Foreign Relations), condotta nel maggio 2026 in 15 Paesi europei, il 58% degli italiani si è dichiarato contrario a un ulteriore aumento della spesa per la difesa, contro il 28% di favorevoli: l’Italia è l’unico Paese del campione in cui prevale il no. Secondo l’Eurobarometro del Parlamento europeo (2025), alla domanda se fosse urgente portare la spesa per la difesa dell’Unione al 5% del PIL, il 62% degli italiani aveva risposto che c’erano altre priorità più urgenti.
Per capire come il concetto di dual use possa essere accettato da un’opinione pubblica che negli ultimi tempi scende in piazza contro il riarmo e la guerra, abbiamo ripreso il filo del nostro precedente approfondimento e posto la domanda a due protagonisti del summit, entrambi parte in causa: Pierluigi Paracchi, presidente di Fondazione Praexidia, e Andrea Bonabello, general partner di NVM Ventures e CEO di Ulixes Capital Partners, la società che ha organizzato l’evento.
Intervista a Pierluigi Paracchi
Nel panel su dual use e spazio, Mariangela Dejana ha sottolineato come oggi non abbiamo, lato europeo, strumenti efficaci per competere sul piano della difesa in tecnologie critiche come quelle dello spazio. In Italia abbiamo il golden power; e l’Europa offre il dual use sul fronte finanziario: dal 2024 la BEI non chiede più che i progetti dual use ricavino dall’uso civile più della metà del fatturato. Dall’altra parte dell’oceano, intanto, sono i founder delle startup a scrivere la strategia del Pentagono: pensiamo al programma Meridian, affidato proprio alla tecno-oligarchia statunitense. Cosa serve allora oggi in Italia e in Europa?
Il punto centrale è che in America esiste l’executive order: piaccia o non piaccia, il presidente si insedia, firma e fa delle cose. Da noi c’è un sistema burocratico infinitamente grande; abbiamo creato questo mostro burocratico che è l’Europa, dove sembra sempre che ci siano soldi. La BEI è pronta, c’è il fondo SAFE, ma tutti questi strumenti hanno tempi di utilizzo che non corrispondono all’esigenza del mercato. Anthropic è nata cinque anni fa, non cinquanta: va in borsa raccogliendo 100 miliardi a 1,5 trilioni di valore, e aveva già un accordo con il governo statunitense. Una startup nata cinque anni fa riesce a fare accordi con il Dipartimento della Difesa, con il governo, con la CIA: è una velocità per noi oggi inimmaginabile, un limite tremendo che abbiamo in Italia e in Europa in generale. Il dual use potrebbe eliminare un po’ di questa burocrazia per una startup che vuole scalare e allo stesso tempo collaborare con il pubblico.
Anni fa, come raccontavamo citando il Wall Street Journal, le startup climatech rispondevano alla ritirata dei grandi fondi dagli investimenti ESG facendo pivot verso l’IA e la difesa; nello stesso periodo in Europa entrava il concetto di dual use con la BEI. Come si può accettare che una tecnologia civile possa essere usata allo stesso tempo per scopi militari, e investirci sopra? È un dualismo che risponde solo a logiche di mercato?
È proprio la visione di base di quello spazio strategico. Noi non abbiamo nessun imbarazzo a dire biotecnologie, difesa, aerospazio: è lo spazio strategico in cui si muovono i Paesi leader a livello globale. O lo interiorizziamo, oppure rimaniamo naïf e pensiamo che il ricercatore con la pipetta sia il buono e quello che fa il sistema di intercettazione dei droni sia il cattivo. È un assurdo: il primo magari fa del bene perché speriamo che curi il cancro, il secondo perché evita che all’Ara Pacis arrivi un drone e la distrugga. […] Quando vediamo l’Ucraina o l’Iran abbiamo sempre la percezione di essere in un film, di essere spettatori. Invece sei un attore, e devi decidere da che parte giocare. È una maturazione che questo Paese non sta ancora facendo. Però oggi facciamo un convegno e vengono 300 persone: è l’avanguardia, e questo è un valore di cui tenere conto.
Intervista ad Andrea Bonabello
Siamo all’evento promosso da NATAM e organizzato da Ulixes, advisor esclusivo del fondo. Ulixes però viene da investimenti consumer e software, in aziende di agrifood tech o wellness. Come è arrivata al dual use?
Ulixes parte nel 2019, in un mercato early stage quasi privo di operatori professionali che investissero in startup. C’erano pochissimi club deal, le piattaforme di micro funding e pochi fondi, che tendenzialmente guardavano a fasi successive. Abbiamo iniziato a investire con una logica generalista, ma su 30 investimenti almeno una dozzina sono deep tech, e tra questi alcuni rientrano già nella definizione più ampia di dual use.
Nel regolamento del fondo esiste una definizione scritta di dual use? Per esempio, un limite alla quota di ricavi militari di una startup o un’esclusione per i sistemi d’arma? Se una vostra partecipata trovasse come primo cliente un esercito, sarebbe ancora dual use?
Nell’offering memorandum del fondo non esiste una definizione di dual use, ma esiste un elenco di settori. I sistemi d’arma sono esclusi per definizione, visto che abbiamo anche fondi pubblici europei: siamo in regola con la normativa europea sulla destinazione dei fondi, quindi non investiamo in armamenti, secondo la definizione europea.
Oltre al regolamento europeo, che dà una lista di settori, c’è però il piano finanziario: dal 2024 la BEI ha eliminato la soglia che imponeva ai progetti dual use di ricavare dall’uso civile più della metà del fatturato. Voi avete un limite di questo tipo?
Questo limite non c’è neanche per noi: le aziende sono native. Per noi dual use è un’azienda con una tecnologia che, senza particolari distinzioni o personalizzazioni, può essere applicata sia in ambito civile sia in ambito di difesa e sicurezza. Non tutte le aziende su cui investiamo lavorano in entrambi i mondi: potenzialmente un’azienda potrebbe essere al 100% difesa, ma difficilmente, perché il mercato civile è più veloce di quello della difesa. È più facile che sia al 100% civile, con la difesa come mercato potenziale. I settori che abbiamo identificato sono quelli della filiera industriale del Lazio: aerospazio, cybersecurity, biotech, automazione e robotica, e l’intelligenza artificiale applicata alla difesa. Restano le esclusioni, cioè gli armamenti, che non sono oggetto del fondo. Nella realtà, le aziende che guardiamo hanno quasi sempre nel civile il canale di sbocco primario, poi c’è l’applicazione duale per difesa e sicurezza; è difficile che quelle che intercettiamo nascano come applicazioni militari pure.
Parlare di dual use oggi è un terreno delicato, soprattutto per chi ci legge: mentre si tagliano Sanità e Scuola, le piazze si riempiono contro il riarmo. Perché questo concetto non dovrebbe allarmare il lettore?
Io avrei invece paura a non investire in tecnologie che sono l’ossatura della nostra autonomia e della nostra resilienza, e che ci garantiscono sicurezza: sarei quasi preoccupato del contrario. Ovviamente sono a favore degli investimenti in Scuola e Sanità: con un budget infinito, dovrebbero essere le filiere in cui concentrare la maggior parte delle risorse. Ma non c’è contrapposizione. L’industria della difesa ha sempre prodotto innovazione che poi è arrivata in campo civile: tecnologie che usiamo tutti i giorni, come il GPS, Internet, l’AI, vengono dal mondo della difesa. E il biotech rientra nella definizione di dual use, quindi in senso più ampio è collegato alla sanità. Spendere in ambito dual use non significa necessariamente sottrarre risorse all’innovazione che porta valore all’educazione, alla sanità o ad altri campi dell’economia civile.
Conclusione
Sul fronte degli investimenti pubblici europei in difesa e sicurezza, il Fondo europeo per la difesa (EDF) ha una dotazione di circa 7,3 miliardi per il periodo 2021-2027, di cui circa 4 già assegnati a 224 progetti; la BEI, che fino a pochi anni fa non poteva toccare il settore, nel solo 2025 ha erogato oltre 4 miliardi di euro, quattro volte l’anno precedente. A parte va considerato invece SAFE: 150 miliardi di prestiti agevolati per l’acquisto di armamenti, interamente assegnati a 19 Paesi, che però finanziano la spesa militare e non l’innovazione.
Sul fronte privato, secondo Dealroom il venture capital nelle startup europee della difesa è passato da circa mezzo miliardo di dollari nel 2021 a 7,4 miliardi nei primi nove mesi del 2026, per un totale di circa 12,6 miliardi di euro nel periodo; la proiezione per fine anno supera i 10 miliardi, circa venti volte il 2021. Il private equity ha accelerato ancora di più: secondo PitchBook, solo nel primo trimestre 2026 ha investito 5,9 miliardi di euro nell’aerospazio e nella difesa europei.
Il pubblico mette circa un miliardo l’anno nell’innovazione per la difesa, il privato ne ha messi oltre sette in nove mesi. Il sorpasso avviene tra il 2024 e il 2025, proprio negli stessi mesi in cui la BEI elimina la regola che imponeva ai progetti dual use di ricavare dall’uso civile più della metà del fatturato. Il dual use ha quindi funzionato da lasciapassare: ha reso finanziabile ciò che prima era fuori perimetro. Il pubblico non è sparito, si è spostato sulla spesa (SAFE) e sulla leva creditizia (BEI). Ma il rischio sull’innovazione ora lo prende il venture capital, che per quasi la metà è americano. (nella foto Ara Pacis a Roma – immagine: Depositphotos)
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