#Finsubito news – “Prendi questa mano”: la vita oltre la strada


Prendi questa mano, zingara! / Dimmi pure che destino avrò. / Dimmi che mi ama, dammi la speranza. / Solo questo voglio io da te… Può una canzone, scritta nel lontano 1969, essere tanto attuale da diventare il grido di battaglia di una comunità, numericamente piccola ma grande dal punto di vista del messaggio che porta con sé? Una comunità alla quale la vita ha tolto tanto e non solo in termini di beni materiali. Nel caso dei senza dimora, quello che viene rubato loro prima di tutto è la capacità di guardare al futuro. Ecco perché, per fare comprendere questo mondo, sconosciuto alla gran parte del mondo, il grande schermo è sempre stato lo strumento più forte.

Non poteva che chiamarsi Prendi questa mano il documentario scritto, diretto e montato da Sofia Calderone che parte dall’impervio percorso di un gruppo di senza dimora alla ricerca di una casa e di come mantenerla. Due obiettivi tra cui possono infilarsi un lavoro senza contratto, un sostegno economico che si interrompe, un affitto che diventa insostenibile. Il percorso di narrazione è nato dal lavoro collettivo di Maghweb, associazione di promozione sociale che si occupa prevalentemente di informazione e comunicazione per la cooperazione internazionale e le attività sociali, che da sette anni documenta la grave marginalità adulta. Le riprese sono iniziate nel 2023 nei poli di accoglienza, in strada, nelle abitazioni e negli spazi di comunità.

Percorsi che si confrontano con un mercato abitativo più oneroso perché a settembre 2026, secondo una delle piattaforme più diffuse, i prezzi richiesti negli annunci di affitto a Palermo erano cresciuti del 4,8% rispetto all’anno precedente. Sul piano nazionale, l’Istituto nazionale di statistica – Istat ci dice che nel 2025 oltre una famiglia in affitto su cinque era in povertà assoluta, contro il 4,5% delle famiglie proprietarie dell’abitazione in cui vivono.

Uno spaccato di realtà conosciuto veramente solo da chi la vive. Persone che, alla difficoltà di trovare un’abitazione, perché la maggior parte di quelle sfitte ormai sono destinate a bed & breakfast o case vacanza, associa anche un vissuto difficile da condividere. Come Daniela, la protagonista principale del documentario, scampata alla violenza domestica e a un tentato femminicidio, che perde l’alloggio nel momento in cui le viene interrotto l’assegno di inclusione che le consentiva di pagare l’affitto. «Daniela  arriva con una storia di sopravvivenza», dice la regista. «È riuscita a scappare dal suo ex che voleva ucciderla, finisce per strada, ma dalla strada riesce a entrare in una struttura e poi in una casa. La prima scena del documentario è quella in cui lei entra in una casa condivisa con donne che fuoriescono da un analogo percorso».

Ma le storie di Daniela e dei suoi compagni di viaggio avevano bisogno di un’introduzione, come quella offerta dall’assistente sociale Marco Guttilla, raccontando il suo graduale ingresso in questo mondo, del quale non si sarebbe mai aspettato di occuparsi professionalmente. Dalle serate in strada come volontario, però, il passo è stato breve. «Mentre gli altri ragazzi andavano in discoteca o si divertivano a loro modo», racconta Guttilla, «io passavo il sabato a chiacchierare con un vecchietto che dormiva in macchina. Nonno Vincenzo ci aspettava sempre, lo diceva chiaramente, per raccontare storie di vita, la sua vita. Poi, piano piano, li ho conosciuti tutti. Ricordo veramente il nome di ognuno di loro. I senza dimora, per un motivo o per un altro, sono considerati lo scarto della società, non li vuole nessuno. Si tratta di pazienti psichiatrici che non riescono a fare ingresso nelle comunità  terapeutiche, ex detenuti rifiutati per pregiudizio, persone con un passato di abusi e violenze cosi dolorose che hanno solo bisogno di essere ascoltate. Il primo passaggio è ritessere il loro legame di invisibilità e solitudine con la società e, noi operatori, siamo deputati a dare loro questa possibilità. Qualcuno ce la farà da solo, altri dovranno essere accompagnati sino alla morte. Per tutti loro siamo famiglia. Come fai a non essere presente sapendoli soli?».

Il primo passaggio è ritessere il loro legame di invisibilità e solitudine con la società e, noi operatori, siamo deputati a dare loro questa possibilità. Qualcuno ce la farà da solo, altri dovranno essere accompagnati sino alla morte. Per tutti loro siamo famiglia. Come fai a non essere presente sapendoli soli?

Marco Guttilla, assistente sociale

Ed è stato proprio Marco Guttilla a coordinare, nella notte del 26 gennaio 2026, il Censimento dei senza dimora promosso dall’ Istat insieme con la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, che si è svolto contemporaneamente in 14 città metropolitane italiane (Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania e Cagliari). Nel capoluogo siciliano erano 611 le persone maggiorenni senza dimora: 182 in strada o in sistemazioni di fortuna e 429 nelle strutture di accoglienza notturna. Una condizione che comprende anche chi dispone di ospitalità temporanea.

Non si sa come chiedere aiuto

«La violenza non è mai solo fisica, ma sta dentro di te», prosegue il suo racconto Daniela. «Mia suocera, quando venivo picchiata e mi colava il sangue dal naso mi diceva che per amore dei figli dovevo subire e sopportare. Nonostante avessi già rischiato la vita per ben due volte. Come vittima di violenza mi sentivo sempre in colpa, ma se non chiedi aiuto non ne uscirai mai. Ancora oggi, quando torno a casa la sera, ho paura, ma torno in una casa. Ricordo quando stavo per strada e dovevo andare a cercare un bagno dove lavarmi, magari anche solo la faccia. Non è la stessa cosa quando hai un tetto sulla testa. L’ho scoperto quando ho chiesto aiuto. Prima non me lo aveva detto nessuno come e cosa fare».

Daniela ha davanti una strada in salita, lo sa, ma ce l’ha fatta e tutta quella energia che ha tenuto dentro per paura di qualunque cosa oggi risplende nel suo sorriso. Lo porta con sè anche quando sale sul palcoscenico insieme i suoi compagni di viaggio. A intrecciare molti dei percorsi raccontati nel documentario è, infatti, la Compagnia dei Senza Dimora, di cui abbiamo già parlato in occasione dell’ultimo loro spettacolo.

Prendi questa mano racconta la loro prima esperienza, nata dal laboratorio teatrale promosso dalla Fondazione Don Calabria per il Sociale, che li ha portati a esibirsi a Verona. Nelle prove e negli spettacoli le differenze diventano parte di un progetto condiviso, attraversato da nuovi ingressi, abbandoni e responsabilità reciproche. Il teatro porta nel documentario la partecipazione culturale come spazio in cui prendere parola, essere riconosciuti e costruire appartenenza.

Appartenenza che accorcia le distanze raccontandole attraverso le vite delle persone senza dimora di Palermo. Un film che intreccia generazioni, provenienze e percorsi differenti, tra desideri di autonomia e un’esperienza teatrale che diventa comunità. Pezzi di vita portati sullo schermo con una leggerezza che di tanto leggero non hanno veramente niente. È la leggerezza di chi si presenta nudo al mondo, ma con un bagaglio pieno di perdite, abbandoni, delusioni, tradimenti, colpi non solo metaforici.

Insieme a Daniela, anche Liboria e Nicola per i quali l’assenza di un lavoro regolare rende inaccessibili le garanzie richieste dai proprietari. Nevena, in Italia da trent’anni, continua a sfoggiare un sorriso che splende come il sole nonostante la situazione documentale limita anche la possibilità di raggiungere la Serbia e visitare la tomba del marito. Alessandro continua a sottolineare il fatto che questa non è la vita a cui è abituato, quella che merita, ma poi si quieta entrando nello spirito del gruppo che, di lì a poco, strapperà fragorosi applausi.

Un mondo, quello dei senza dimora, che chiede anche di abbandonarsi all’onda emotiva. «Non è facile approcciarsi al racconto dei fragili», aggiunge Sofia Calderone, «perché molto spesso si arriva davanti a loro con pregiudizi, cliché, con l’idea che i fragili sono miserabili. Da otto anni lavoro con l’associazione Maghweb e ho imparato cosa vuol dire fare comunicazione sociale, curando una narrazione mai drammatica, che non dipinge le persone vulnerabili come le ultime, come se fossero sempre “poverine”. C’è una bellezza dei personaggi e delle loro storie che aspetta di emergere. Per riuscirci, però, devi stare con loro e ascoltarle veramente, eliminando ogni tipo di pregiudizio, ogni tipo di timore o paura. Quest’ultima è proprio quella di una società individualista che non permette e non ci educa ad avvicinarci a chi ha più bisogno, impedendoci di metterci nei panni dell’altro. Una cosa che mi sarei aspettata era ritrovare in ognuno di loro la totale assenza di fiducia verso l’altro, invece si sono affidati totalmente a noi, ripagandoci con un’energia e una positività spesso difficili da trovare proprio in quei contesti in cui, invece, ci dovrebbero essere».

Inevitabile chiedersi, a questo punto, cosa ha ispirato il titolo del documentario: «È successo durante un viaggio in auto per andare a fare le prove dello spettacolo», ricorda gioiosamente Guttilla. «Fu in quel momento che Nevena si innamorò della canzone di Iva Zanicchi. Quando è arrivato il momento di scegliere il titolo da dare al documentario, quindi, non abbiamo avuto dubbi». Prendi questa mano è stato realizzato in partenariato con la Fondazione Don Calabria per il Sociale, con la collaborazione dei poli di accoglienza di Palermo gestiti dalla Fondazione Don Calabria, dal Centro Diaconale La Noce, dalla cooperativa La Panormitana e dalla Fondazione San Giuseppe dei Falegnami nell’ambito di Hope” il progetto finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. La direzione di produzione è di Vincenzo Allotta, le musiche originali di Vincenzo Castellana, il montaggio del suono di Alessandro D’India e la correzione colore di Sonia Bouslama.

«Noi facciamo teatro per divertirci e non vogliamo farci conoscere come quelli che fanno pena»: il documentario si chiude con questa frase di Daniela. «Vogliamo che qualcuno si renda conto che abbiamo bisogno di un aiuto diverso. Ci piacerebbe che, scendendo dal palco, qualcuno ci chiami per dirci: “Ho un appartamento per te”. Questo sarebbe il nostro sogno».

Le foto sono state fornite da Maghweb

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