Crescita, competenze, intelligenza artificiale: perché il digitale va trattato come una leva industriale e non come un tema da richiamare in ogni strategia, ne parliamo con Pietro Quercia (Anitec-Assinform).
Il digitale resta uno dei pochi settori italiani che cresce più dell’economia nel suo complesso. Eppure, le politiche pensate per sostenerlo continuano a inseguire un mercato che cambia più in fretta delle norme che dovrebbero accompagnarlo. Ne parliamo con Pietro Quercia, responsabile affari istituzionali in Anitec-Assinform, l’associazione aderente a Confindustria che rappresenta le aziende Ict e digitali attive in Italia.
Il digitale è da anni in cima all’agenda politica, eppure ci si ritrova con risorse frammentate e incentivi mal disegnati. Secondo lei dove si rompe la catena tra intenzione e decisione?
Quando viene trattato come un capitolo trasversale da richiamare in ogni strategia, ma non come una vera politica industriale. Il punto non è più dire che il digitale è importante: serve tradurre questa consapevolezza in strumenti coerenti con il modo in cui oggi le imprese investono, innovano e competono.
Noi lo vediamo quotidianamente nel rapporto con le aziende associate: il mercato digitale italiano cresce da anni più dell’economia nel suo complesso. Nel 2024, secondo il nostro rapporto ‘Il Digitale in Italia’, ha raggiunto un valore superiore agli 81 mld di euro, con una crescita del 3,7%, a fronte di un Pil cresciuto intorno all’1%. È un settore industriale a tutti gli effetti, non solo un abilitatore di altri settori.
Eppure, spesso le misure pubbliche continuano a nascere con una logica non pienamente allineata alla realtà del mercato. Il caso dell’iperammortamento 4.0 è emblematico. Si interviene per sostenere gli investimenti tecnologici, ma si escludono le soluzioni software a canone e as-a-service, che rappresentano ormai una quota prevalente del mercato. Si incentiva la transizione digitale guardando a un modello di acquisto che appartiene al passato.
Il nostro lavoro, come associazione aderente a Confindustria, è proprio quello di portare questa evidenza dentro il confronto istituzionale: aiutare la politica a leggere l’evoluzione tecnologica. Chiediamo che il digitale venga considerato per quello che è, ossia una leva di produttività, competitività e crescita industriale.
L’obiettivo è comune – imprese più forti, più occupazione, più valore per il Paese – e proprio per questo c’è oggi lo spazio per un dialogo ancora più strutturato e costante tra istituzioni e industria.
La stessa Europa sembra aver anteposto l’istinto regolatorio alla logica della competitività, mentre Stati Uniti e Cina investivano nella costruzione di campioni industriali, infrastrutture digitali e capacità computazionale. Siamo ancora in tempo per riequilibrare questo approccio o il rischio è che il divario accumulato diventi strutturale?
Siamo ancora in tempo, ma non possiamo più permetterci di raccontarci che il problema non esista. L’Europa ha perso terreno in termini di competitività, produttività e capacità di scala. Il confronto con gli Stati Uniti è molto chiaro: nell’ultimo decennio l’economia americana è cresciuta in termini reali di circa il 28%, mentre l’Unione europea si è fermata intorno al 18%.
L’Europa ha costruito un impianto regolatorio importante, spesso mosso da obiettivi condivisibili: tutela dei diritti, sicurezza, trasparenza, affidabilità delle tecnologie. Il problema nasce quando la regolazione supera la nostra capacità di investire, innovare e creare campioni industriali.
Non possiamo pensare di competere nell’intelligenza artificiale, nel cloud, nei semiconduttori o nella cybersecurity se le imprese europee spendono più energie per orientarsi tra obblighi di compliance che per fare ricerca, sviluppare prodotti e crescere sui mercati globali.
Negli ultimi mesi, come Anitec-Assinform, abbiamo sostenuto con forza la necessità di una stagione di semplificazione anche nel digitale. I pacchetti Omnibus vanno letti in questa direzione: come il tentativo di rendere le regole più proporzionate, applicabili e compatibili con la competitività delle imprese.
La cosiddetta ‘via europea’ all’innovazione può avere senso solo se tiene insieme diritti e capacità industriale. Se invece resta una formula retorica, mentre Stati Uniti e Cina investono in infrastrutture, capacità computazionale, filiere strategiche e campioni tecnologici, il divario rischia di diventare strutturale.
I rapporti Draghi e Letta lo dicono con chiarezza: l’Europa deve ritrovare scala, velocità e capacità di decisione. Questo vale anche per l’Italia. Il nostro compito, come associazione, non è alimentare sterili lamentele, ma mettere a disposizione delle istituzioni la conoscenza delle imprese, dei mercati e delle tecnologie.
Da vent’anni si parla di gap di competenze digitali, formiamo profili che il mercato non cerca e non troviamo quelli che servono. Perché continuiamo a non riuscire a colmare questo divario?
Perché il tema delle competenze digitali è stato spesso affrontato solo come un problema formativo, mentre è anche un problema di politica industriale e di fabbisogni delle imprese.
Da anni monitoriamo questa dinamica con il nostro ‘Osservatorio sulle competenze digitali’, realizzato insieme ad Aica e Assintel. Nell’edizione 2025 abbiamo rilevato che, tra gennaio 2024 e settembre 2025, sono stati pubblicati oltre 220mila annunci di lavoro per profili Ict. È un dato che conferma una domanda molto forte, ma segnala anche una tensione strutturale: le imprese cercano competenze che il sistema formativo fatica a produrre con la velocità necessaria.
A questo si aggiunge l’impatto dell’intelligenza artificiale, che sta cambiando non solo le competenze richieste, ma anche il modo in cui si entra nel mercato del lavoro. Alcune attività tradizionalmente affidate a profili junior vengono già oggi automatizzate o profondamente trasformate. Allo stesso tempo emergono nuove competenze legate all’uso consapevole dell’AI, alla gestione dei dati, alla cybersecurity, alla progettazione di sistemi affidabili e alla capacità di integrare tecnologia e processi aziendali.
È ancora presto per misurare gli effetti di lungo periodo sull’occupazione, soprattutto considerando l’evoluzione dell’AI agentica. Ma proprio per questo serve muoversi ora. Ad aprile 2026 abbiamo presentato, insieme al professor Stefano Sacchi del Politecnico di Torino, lo studio ‘L’AI nel mercato del lavoro italiano’, con 23 proposte operative per aggiornare il sistema formativo e le politiche attive.
Tra queste ci sono alcune direttrici molto concrete: sperimentare un conto personale di formazione sull’AI; costruire un’alleanza stabile pubblico-privato attraverso l’Osservatorio sull’AI del Ministero del lavoro; aggiornare in modo continuo le tassonomie delle competenze e delle professioni; integrare questi aggiornamenti nella formazione professionale; definire metodi condivisi per misurare gli impatti dell’AI.
L’industria sta già facendo la sua parte, con investimenti in reskilling, upskilling e formazione continua, e anche l’Associazione lavora da anni per rafforzare collegamento tra scuola, Its, università e impresa. Ma non possiamo sostituire una strategia nazionale. La vera sfida è passare da interventi frammentati a un’infrastruttura permanente delle competenze, capace di accompagnare lavoratori, imprese e pubblica amministrazione.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2026 (numero 6, anno 9)
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Donato Occhilupo
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