Secondo l’Eurobarometro, per il 90% degli europei la biodiversità non è più un tema separato dalle questioni economiche e sociali. Ma difenderla, tra speculazioni edilizie come in Albania e siti Natura 2000, è sempre più difficile
Scrivo da una spiaggia all’interno del Parco regionale delle Dune pugliesi, tra Ostuni e Fasano. Oltre mille ettari su otto chilometri di costa e aree agricole interne, occupate da oliveti plurisecolari e antiche masserie. Questo non è soltanto un luogo di bellezza e di riposo estivo, ma anche un sito riconosciuto e protetto all’interno della rete europea Natura 2000. Nell’intera Unione Europea, la rete comprende oltre 27.000 siti, di cui un decimo in Italia.
Mentre guardo questo paesaggio costiero, che continua a offrirci servizi essenziali (dall’aria pulita alla regolazione del clima, dalla protezione delle coste al sostegno all’economia turistica) penso a quanto sia facile dare per scontato ciò che la natura ci garantisce ogni giorno. Eppure, dietro questi paesaggi che sembrano immutabili, ci sono spesso scelte politiche, regole e strumenti di tutela che hanno impedito che venissero degradati o distrutti da urbanizzazione, bonifiche, rotatorie e parcheggi e modelli produttivi sempre più intensivi.
È proprio questa consapevolezza che emerge dal nuovo Eurobarometro sulla biodiversità, lo strumento con cui la Commissione europea raccoglie periodicamente le opinioni dei cittadini sui principali temi politici e sociali. Attraverso migliaia di interviste condotte nei 27 Stati membri, l’Eurobarometro aiuta a comprendere come gli europei percepiscano le grandi sfide del nostro tempo e quali aspettative abbiano nei confronti delle istituzioni.
I risultati dell’ultima indagine sulla biodiversità sono particolarmente significativi: oltre il 90% degli europei considera la protezione della natura essenziale per la salute, la sicurezza alimentare, la disponibilità di acqua pulita, la resilienza ai cambiamenti climatici e la prosperità economica nel lungo periodo. È un dato che racconta un cambiamento importante: la biodiversità non viene più vista come un tema separato dalle questioni economiche e sociali, ma come la base stessa su cui si fondano le nostre società.
D’altra parte, i cittadini europei sembrano avere ben chiaro anche ciò che sta mettendo sotto pressione gli ecosistemi. Il 94% individua nell’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua una delle principali minacce alla biodiversità; il 92% richiama le catastrofi provocate dall’uomo, come incidenti industriali e contaminazioni; il 90% indica la trasformazione dei territori dovuta all’agricoltura intensiva e allo sviluppo urbano. Dietro questi numeri c’è un messaggio molto concreto: gran parte della perdita di natura non è un processo inevitabile, ma il risultato di scelte economiche, territoriali e politiche. Ma anche individuali.
La mia storia di “boomer”, cresciuto nel Salento, mi ricorda quanto queste scelte possano aver lasciato segni profondi. Nel corso della seconda metà del Novecento, molti territori naturali e paesaggi rurali sono stati trasformati da urbanizzazione, bonifiche e modelli produttivi sempre più intensivi. La Puglia rappresenta uno degli esempi più evidenti di come la progressiva alterazione degli habitat, dei sistemi agricoli tradizionali e degli equilibri ecologici possa modificare in modo permanente territori di straordinario valore.
Ma la pressione sulla natura non appartiene soltanto al passato. Ancora oggi grandi interessi economici e trasformazioni territoriali pongono nuove sfide alla conservazione degli ecosistemi, inclusi quelli che sono già parte della rete Natura 2000.
Ne è un esempio il caso del progetto di sviluppo turistico in Albania (che vede tra i principali investitori i fratelli Al-Khayyat, imprenditori qatarioti di origine siriana, e Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump), nell’area dell’isola di Sazan e della zona costiera di Vjosa-Narta, è diventato un esempio del confronto tra grandi investimenti immobiliari e necessità di proteggere ambienti fragili e di elevato valore naturale. Il progetto, collegato alla realizzazione di un resort di lusso, ha suscitato discussioni e preoccupazioni per i possibili impatti su habitat costieri e zone umide. Voglio ricordare che l’isola di Sazan e la costa di Vjosa-Narta sono ufficialmente candidate dal governo albanese come sito Emerald ai sensi della Convenzione di Berna, fungendo da precursore della rete ecologica Natura 2000. L’area rappresenta uno dei territori naturali più preziosi dell’Albania, caratterizzato da ecosistemi costieri di grande valore: acque marine, habitat mediterranei, dune, lagune e zone umide che ospitano numerose specie di uccelli migratori e una ricca biodiversità. La foce del fiume Vjosa, uno degli ultimi grandi fiumi selvaggi d’Europa, contribuisce a mantenere dinamiche ecologiche uniche. Proprio questa ricchezza rende l’area particolarmente vulnerabile alle pressioni legate allo sviluppo turistico, alla trasformazione del territorio, all’urbanizzazione costiera e agli effetti del cambiamento climatico.
Al di là del singolo caso, la questione di fondo riguarda il modello di sviluppo che vogliamo perseguire. La natura non può essere considerata semplicemente uno spazio disponibile alla trasformazione economica, perché è proprio dagli ecosistemi sani che dipendono molte delle attività su cui si basa la nostra economia. Foreste, mari, suoli fertili, impollinatori e sistemi idrici sono infrastrutture naturali che producono valore ogni giorno, anche quando non vengono contabilizzate nei bilanci economici.
È proprio per evitare la perdita irreversibile di questo patrimonio che l’Ue ha costruito, nel tempo, uno dei sistemi di tutela più avanzati al mondo. La direttiva Habitat e la direttiva Uccelli hanno dato origine alla rete Natura 2000, un sistema coordinato di aree protette che ha permesso di salvaguardare migliaia di siti caratterizzati da habitat e specie di eccezionale valore ecologico. Molti luoghi di straordinaria bellezza e ricchezza biologica sono oggi ancora integri anche grazie a queste norme, che hanno introdotto un principio fondamentale: alcuni valori naturali, lo ricorda anche la Costituzione italiana, non possono essere lasciati esclusivamente alle dinamiche del mercato.
Spostare i problemi ecologici
Tuttavia, la natura non conosce i confini amministrativi e nemmeno le pressioni che la minacciano si fermano alle frontiere dell’Ue. Proteggere un territorio significa infatti
considerare ciò che accade anche nei territori vicini. Quando un’area viene sottoposta a tutela rigorosa, ma le stesse pressioni economiche e ambientali si spostano altrove dove le norme e le regole sono più deboli, si può generare quello che in ecologia viene definito leakage: il problema non viene realmente risolto, ma semplicemente trasferito in un altro luogo. È un fenomeno che dimostra quanto la conservazione della natura richieda una visione più ampia, capace di superare i confini nazionali.
Per questo è fondamentale rafforzare la cooperazione con i Paesi europei non appartenenti all’Unione, affinché le aree protette possano essere collegate in una vera rete ecologica transnazionale. In questo contesto assume particolare importanza la rete Emerald, istituita nell’ambito della Convenzione di Berna, che rappresenta un sistema complementare a Natura 2000 per la conservazione di habitat e specie nei Paesi non Ue. Collegare Natura 2000 ed Emerald significa creare corridoi ecologici più efficaci, favorire l’adattamento degli ecosistemi ai cambiamenti climatici e garantire maggiore protezione a specie e habitat che attraversano i confini.
L’esperienza europea dimostra quindi che la protezione della natura è possibile quando esistono regole condivise, strumenti di monitoraggio e responsabilità comuni. Ma dimostra anche che le norme devono essere accompagnate da cooperazione, applicazione e vigilanza costante. Avere una legge non significa automaticamente aver raggiunto un risultato: occorre difenderla nel tempo, soprattutto quando entrano in gioco interessi economici rilevanti e fare in modo che le aree protette siano ben governate e gestite e affidate in mani competenti.
In fondo, le politiche ambientali sono anche politiche di relazione tra popoli. Gli accordi per proteggere la biodiversità, mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici e ripristinare gli habitat non riguardano soltanto la natura: sono strumenti per costruire collaborazione, sicurezza e futuro condiviso.
Perché la vera sfida non è scegliere tra ambiente ed economia. La sfida è riconoscere – come ci ricorda il recente rapporto Business and Biodiversity di Ipbes – che senza natura non esiste economia e che senza natura nessuna azienda potrebbe prosperare. E che ciò che oggi possiamo ancora ammirare da una spiaggia protetta da Natura 2000 è il risultato di decisioni prese ieri: il futuro dipenderà dalle scelte che sapremo fare oggi.
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La natura non si protegge da sola, servono regole e responsabilità
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Secondo l’Eurobarometro, per il 90% degli europei la biodiversità non è più un tema separato dalle questioni economiche e sociali. Ma difenderla, tra speculazioni edilizie (come in Albania) e attacchi ai siti Natura 2000, è sempre più difficile
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Lorenzo Ciccarese
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