si può fare, anche in Italia


transizione energetica
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L’Italia dipende per il 73% dall’estero per l’approvvigionamento energetico e ha un costo elevato dell’energia elettrica. Può però recuperare il suo ritardo aumentando la quota di rinnovabili, elettrificando i consumi e migliorando l’efficienza energetica

Anche solo pochi numeri danno conto del ritardo del sistema elettrico del nostro Paese: dipendiamo dall’estero per il 73 percento dell’approvvigionamento energetico contro una media europea del 53 percento.

Inoltre, le fonti rinnovabili contribuiscono ancora poco alla produzione di energia elettrica (il 43,6 percento nel 2024) mentre nel 2024, per esempio, la Germania ha installato impianti eolici e fotovoltaici per 21,4 GW di potenza, la Spagna per 9,8 GW e l’Italia solo per 7,5 GW.

Ancora, abbiamo un costo dell’energia troppo alto: nel 2025 il costo medio all’ingrosso è stato di 116€/MWh, contro una media europea di 85€/MWh.

L’alto costo dell’energia pesa sui bilanci delle famiglie – soprattutto di quelle a basso reddito – generando un fenomeno di povertà energetica per oltre 5 milioni di famiglie, ma anche sulle imprese, che scontano una perdita di competitività.

Le soluzioni ci sono, già oggi

Se le ragioni risiedono nell’eccessiva dipendenza da risorse importate – gas per la produzione elettrica e petrolio per i trasporti – la via d’uscita è sostituirle con risorse disponibili localmente e spostare i consumi sulla forma d’energia facilmente producibile con le rinnovabili – l’energia elettrica – riducendo dove possibile i consumi attraverso l’efficienza energetica.

Che si possa fare ce lo dimostra non solo la Spagna, molte volte citata in questi mesi per la ridotta dipendenza dal gas (18,3%), ma anche la Francia che a fine aprile ha presentato alla Conferenza Internazionale sull’uscita dai combustibili fossili, in Colombia, una roadmap per azzerare il consumo del carbone nel 2030, del petrolio nel 2045 e del gas nel 2050.

La roadmap contiene un insieme di obiettivi e misure per settori. Ne segnalo alcuni, rinviando gli interessati al documento (qui il testo integrale):

  • aggiungere 1,3 GW di potenza eolica ogni anno
  • triplicare entro il 2035 la capacità fotovoltaica
  • realizzare entro il 2035 fino a 8GW di elettrolizzatori per produrre idrogeno

Oltre al settore della produzione di energia, il piano francese intende intervenire anche nei trasporti:

  • entro il 2030 due terzi delle auto dovranno essere elettriche
  • la produzione nazionale di auto elettriche dovrà raggiungere le 400,000 unità nel 2027, per arrivare a 1 milione nel 2030
  • aumentare del 25% l’utilizzo del trasporto pubblico
  • bandire le caldaie a gas negli edifici di nuova costruzione dalla fine del 2026
  • installare entro il 2030 1 milione di pompe di calore all’anno
  • selezionare 100 aree locali che si impegnino su una traiettoria a zero gas entro il 2030

Le iniziative italiane

Qualcuno potrebbe attribuire questi intenti a un’impetuosa voglia di stupire, all’insegna della grandeur. Ma anche in Italia c’è chi si è impegnato a tracciare percorsi di progressiva riduzione dell’uso dei fossili adattati alla realtà del nostro Paese.

È il caso, per esempio, di Legambiente (i 15 punti de Il prezzo della dipendenza) e del Coordinamento Free – associazione che promuove lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica – che ha proposto un piano in 12 punti, che tocca vari aspetti:

  • la cronica lunghezza dei procedimenti autorizzativi per nuovi impianti eolici e fotovoltaici, per cui propone la pianificazione delle aste, il potenziamento della Commissione di valutazione dei progetti, un chiaro indirizzo a Regioni e Ministero della Cultura per rendere compatibili impianti e paesaggio
  • l’intervento sul sistema dei prezzi, introducendo i prezzi zonali in modo che chi accetta impianti possa beneficiare di prezzi inferiori e richiedendo ai produttori da fonti rinnovabili contratti a lungo termine
  • interventi su mobilità ed edifici, di promozione dell’auto elettrica, delle pompe di calore e dell’efficientamento degli edifici

Va segnalato in proposito che l’Italia è sottoposta a procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea per non avere pubblicato il suo Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici (Pnre) entro la data del 31 dicembre 2025 e per non aver ancora recepito la direttiva europea Epbd IV (nota come direttiva Case Green) entro il 29 maggio 2026.

Gli interventi indicati nella roadmap francese e nei punti del Coordinamento Free richiedono da parte dello Stato non solo la fissazione di obiettivi e scadenze e le relative regolamentazioni, ma anche un ruolo attivo nell’indirizzo e nel sostegno economico-finanziario.

Come si può fare in un Paese soggetto a rigidi vincoli di spesa come il nostro?

Qualche suggerimento è venuto, per esempio, da un incontro pubblico con l’economista Emanuele Felice, annunciato in un precedente articolo di GreenPlanner.

Felice ha indicato una doppia strada. Per sostenere le fasce della popolazione più deboli per reddito, patrimonio e conoscenze, propone una riforma fiscale mirata a reintrodurre la piena progressività dell’imposizione, unificando gli scaglioni fiscali così che si paghi la stessa aliquota indipendentemente dalla fonte del reddito, se lavoro dipendente, lavoro autonomo o proventi da capitale.

Le entrate aggiuntive, che Felice stima di limitata entità diversamente da altre proiezioni molto più ottimiste, sarebbero indirizzate alle funzioni principali del welfare, istruzione, salute e previdenza, ma anche a favorire l’acquisto di auto elettriche e pompe di calore, interventi di ristrutturazioni e altro, per chi non ha capitali iniziali e capienza fiscale, in modo che traggano benefici dalla transizione.

Gli investimenti cui il pubblico dovrà impegnarsi, dovranno invece essere finanziati con debito pubblico, previo naturalmente il consenso dell’Unione europea (meglio ancora se con debito europeo, come per il Pnrr).

Tutte le proposte qui riassunte hanno un doppio effetto, ridurre le emissioni di gas serra e contribuire quindi agli obiettivi climatici, ma anche incidere su due importanti leve economiche, quali la sicurezza energetica e la competitività industriale come argomentato in un recente paper della Banca centrale europea.

articolo di Fulvio Fagiani – Redazione Clima&Ambiente

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