In Italia la cannabis light è tra gli argomenti più cercati in assoluto, eppure rimane uno dei più fraintesi. C’è chi la associa alla marijuana, chi pensa che il semplice possesso sia un reato, chi non sa come si usi davvero.
La confusione è comprensibile: dieci anni di leggi, decreti e sentenze contrastanti non hanno aiutato.
Questa guida nasce con l’obiettivo di raccogliere tutto quello che serve davvero sapere, dai fondamentali botanici fino alle ultime evoluzioni normative e ai diritti di chi acquista. A fare da Cicerone è Crystalweed, CBD Shop online attivo dal 2018 con un catalogo certificato di infiorescenze di erba legale, che avevamo già conosciuto in occasione della nostra guida alle migliori gocce naturali per l’ansia o nell’articolo in cui recensiamo i migliori oli di CBD disponibili in Italia.
Se sei qui soprattutto per capire cosa sta succedendo sul fronte legale, trovi tutto nella sezione dedicata alla normativa: cosa ha cambiato il Decreto Sicurezza 2025, la sospensiva del Consiglio di Stato e il rinvio alla Corte di Giustizia UE. Il mercato è ancora operativo e il possesso non è un reato, ma la partita non è chiusa. Proprio per questo trovi anche una sezione pratica sui diritti di chi acquista: recesso, certificati di analisi, etichettatura e cosa fare se il prodotto non è conforme. In un mercato ancora in cerca di regole definitive, sapere come tutelarsi è il primo passo.
La normativa sulla cannabis light in Italia: il quadro completo
Il quadro normativo è in evoluzione da anni, ma nel 2025 ha attraversato una fase particolarmente turbolenta. Ecco la situazione aggiornata a giugno 2026.
Tutto nasce con la Legge 242/2016, pensata per sostenere la filiera agroindustriale della canapa. Ha autorizzato la coltivazione con sementi certificate dall’UE e THC entro lo 0,2%, aprendo spazio per la vendita di infiorescenze, oli, derivati cosmetici e alimentari. Prima del 2016 il mercato della cannabis light in Italia semplicemente non esisteva. Questa legge l’ha reso possibile, anche se non citava esplicitamente le infiorescenze per uso collezionistico o ricreazionale: da questo vuoto interpretativo sono nate dieci anni di controversie.
La legge consentiva espressamente la coltivazione, la prima trasformazione e la vendita dei prodotti della filiera della canapa industriale, comprese le infiorescenze per uso collezionistico, aromatico e tecnico. Il nodo è che l’uso delle infiorescenze tramite inalazione non era disciplinato, lasciando un’area grigia che né il legislatore né i tribunali hanno mai risolto in modo definitivo. Da questo silenzio normativo nasce anche tutta la questione della tutela del consumatore: chi acquistava lo faceva in un mercato formalmente lecito ma privo di coordinate chiare.
Con il Decreto Sicurezza (D.L. n. 48/2025), convertito in Legge 80 del 9 giugno 2025, l’articolo 18 ha equiparato le infiorescenze di canapa industriale alle sostanze stupefacenti del DPR 309/90, rendendo illegale la commercializzazione anche sotto la soglia dello 0,2% di THC.
La misura presenta però una criticità giuridica strutturale. Il DPR 309/90 disciplina solo le sostanze stupefacenti, e la canapa industriale con THC entro la soglia legale non vi rientra per definizione: non provoca dipendenza, non altera la percezione, non ha effetti psicoattivi. Estendere il DPR 309/90 a un prodotto che per legge non è uno stupefacente equivale a creare un cortocircuito normativo che non può reggere a un controllo di legittimità costituzionale. E, in effetti, quel controllo è già in corso.
Sul fronte europeo c’è un ulteriore problema. La canapa sativa coltivata legalmente in Europa gode della libera circolazione delle merci garantita dagli artt. 34 e 36 del TFUE. La Corte di Giustizia UE si è già pronunciata con la sentenza Kanavape del 2020, stabilendo che una normativa nazionale che vieta il commercio di CBD legale prodotto in un altro Stato membro contrasta con il diritto europeo, salvo che la misura sia giustificata da ragioni di tutela della salute pubblica e sia proporzionata all’obiettivo. L’Italia deve dimostrare entrambe le condizioni.
Con l’ordinanza del 12 novembre 2025, la Sesta Sezione del Consiglio di Stato ha sospeso il giudizio e si è rivolta alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ritenendo evidente il conflitto tra le norme italiane e quelle comunitarie. In parallelo, ha accolto il ricorso di alcune imprese del settore, sospendendo gli effetti della sentenza del TAR del Lazio e riconoscendo il rischio di un danno grave e irreversibile per le aziende coinvolte. È una sospensiva che di fatto ha congelato l’applicazione della norma mentre si attende il pronunciamento europeo.
A giugno 2026 il mercato del CBD in Italia rimane operativo. Le aziende che lavorano con prodotti certificati, tracciabili e conformi alla Legge 242/2016 continuano a operare regolarmente. Il possesso di cannabis light per uso personale non costituisce un reato né un illecito amministrativo. Sul piano penale, la giurisprudenza consolidata riconosce che la detenzione di piccole quantità di un prodotto con THC entro lo 0,2% non configura il reato di detenzione di sostanze stupefacenti.
Le sentenze attese nel corso del 2026 dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Giustizia UE potrebbero cambiare ancora il quadro normativo. Nel frattempo la cosa più sensata, sia come consumatore che come operatore, è tenersi aggiornati sugli sviluppi giudiziari e scegliere fornitori che abbiano dimostrato serietà e trasparenza nel tempo.
Tutela del consumatore: i tuoi diritti quando acquisti cannabis light
Acquistare cannabis light in Italia nel 2026 è legale, ma questo non significa che tutti i prodotti e tutti i venditori siano uguali. Conoscere i propri diritti è il modo più efficace per fare acquisti consapevoli e per tutelarsi quando qualcosa non va.
Il Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005) garantisce il diritto di recesso entro 14 giorni dalla ricezione del prodotto, senza obbligo di motivazione.
Il venditore deve rimborsare l’importo, incluse le spese di spedizione originali, entro 14 giorni dalla comunicazione. Se questo diritto non viene comunicato in modo chiaro prima dell’acquisto, il termine si estende automaticamente a 12 mesi. Fanno eccezione i prodotti deperibili o con scadenza ravvicinata, per i quali il recesso potrebbe non applicarsi, ma vale comunque verificare le condizioni del venditore prima di procedere.
Il documento su cui fare più attenzione è il certificato di analisi (CoA), il documento più importante che un venditore di cannabis light debba rendere disponibile.
Deve essere rilasciato da un laboratorio accreditato e indipendente, non da strutture interne all’azienda. Un CoA completo deve attestare:
- La percentuale di THC (deve essere inferiore allo 0,2%);
- La percentuale di CBD e degli altri cannabinoidi principali;
- L’assenza di pesticidi, metalli pesanti, muffe e contaminanti microbiologici;
- Il numero di lotto, così da poter associare il documento al prodotto specifico che stai acquistando.
Se il venditore non rende consultabile il CoA, o se il documento non è firmato e datato da un laboratorio terzo, non c’è garanzia di conformità. In questi casi il consiglio è di non acquistare, indipendentemente dal prezzo o dall’aspetto del prodotto.
Inoltre, un prodotto di cannabis light a norma di legge deve riportare sull’etichetta:
- la denominazione del prodotto;
- il peso netto;
- il nome e la sede del produttore o distributore responsabile;
- il numero di lotto;
- la percentuale di CBD e THC;
- le avvertenze per le categorie a rischio (gravidanza, allattamento, età minore, interazioni farmacologiche);
- le modalità di conservazione.
Se nonostante tutto il prodotto che ricevi non corrisponde alla descrizione, presenta problemi di qualità evidenti o ha un tasso di THC superiore a quello dichiarato, il primo passo è contattare il venditore in forma scritta (email o PEC) descrivendo il problema e richiedendo sostituzione o rimborso. Conserva tutto: ricevuta di acquisto, foto del prodotto, comunicazioni scambiate.
Se il venditore non risponde o rifiuta di risolvere, hai tre strade:
- Presentare un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) per pratiche commerciali scorrette;
- Segnalare il prodotto ai NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità), competenti per i controlli su alimenti e prodotti che possono incidere sulla salute pubblica;
- Rivolgersi a un’associazione di consumatori (Codacons, Altroconsumo, ADICONSUM) per assistenza nella procedura di reclamo.
Due ultime accortezze pratiche.
Le spedizioni di cannabis light avvengono quasi sempre in imballaggio anonimo, senza indicazioni esterne sul contenuto. Non è un obbligo di legge, ma è una pratica ormai consolidata tra i venditori seri per tutelare la privacy dei clienti. Se stai acquistando per la prima volta e questa è una tua priorità, verifica che il venditore lo scriva esplicitamente sul sito prima di ordinare.
Quanto all’età, non è classificata e venduta come prodotto del tabacco né come prodotto da fumo: la Legge 242/2016 la commercializza per uso collezionistico e aromaterapia. Questo significa che il D.Lgs. 6/2016, che recepisce la normativa europea sui prodotti del tabacco e vieta esplicitamente la vendita ai minori di 18 anni, non si applica alla cannabis light. In teoria, quindi, non esiste una soglia di età obbligatoria per l’acquisto.
In Europa però le cose stanno diversamente. La Direttiva 2014/40/UE definisce “prodotto a base di erbe da fumo” qualsiasi prodotto vegetale che non contiene tabacco ma può essere consumato mediante combustione: una definizione che, se applicata alla cannabis light commercializzata come fumabile, farebbe scattare obblighi precisi di etichettatura e restrizioni di vendita. La contraddizione con la classificazione italiana è evidente, ed è uno dei nodi irrisolti che il contenzioso europeo in corso dovrà prima o poi affrontare.
Nella pratica, i venditori seri applicano comunque la soglia dei 18 anni come scelta di autoregolamentazione, consapevoli che vendere a un minore un prodotto inalabile (indipendentemente da come lo classifica la legge) espone a responsabilità civile difficile da contestare.
Cannabis light e test antidroga: si può risultare positivi nei test antidroga?
È probabilmente la domanda più cercata in assoluto, soprattutto da chi lavora in settori con controlli periodici o ha appena preso la patente.
I test antidroga standard rilevano il THC e il suo metabolita THC-COOH, non il CBD. La cannabis light deve avere un tasso di THC inferiore allo 0,2%, una quantità così bassa che non dovrebbe essere rilevata dai test antidroga di uso comune.
La situazione non è però così netta e ci sono alcuni dettagli che vale la pena conoscere.
Un consumo elevato e molto frequente potrebbe portare teoricamente a tracce rilevabili di THC. Il rischio è basso ma non nullo, soprattutto con test ad alta sensibilità. Il primo consiglio pratico è quindi acquistare solo prodotti certificati, perché con cannabis light non certificata si rischia di trovare percentuali di THC superiori alla soglia legale, e in quel caso un esito positivo ai test diventa concretamente possibile.
Sul fronte della patente e del codice della strada il discorso è diverso. I test salivari usati dalle forze dell’ordine non distinguono tra tracce legali di THC da cannabis light e THC da marijuana illegale. Chi viene fermato con tracce rilevabili può trovarsi in una situazione complicata indipendentemente dalla legalità del prodotto usato. Il consiglio è non guidare nelle ore immediatamente successive all’assunzione, specialmente se si usa hashish o charas, che per concentrazione di cannabinoidi si comportano diversamente rispetto alle infiorescenze.
Per i test sul lavoro, chi opera in settori con controlli obbligatori come sanità, trasporti o industria con sostanze pericolose deve affidarsi esclusivamente a prodotti con CoA verificabile e, in caso di dubbio, parlarne con il medico del lavoro prima di iniziare l’uso.
Cannabis light e marijuana: perché non sono la stessa cosa
Se ti stai chiedendo perché due prodotti così diversi abbiano lo stesso aspetto e lo stesso odore, la risposta è botanica: appartengono alla stessa specie, la Cannabis Sativa L.
Ma il profilo chimico, gli effetti e la posizione legale sono radicalmente differenti. La cannabis light non è marijuana resa innocua. È un prodotto che nasce da sementi selezionate per produrre molto CBD e pochissimo THC, coltivato con lo stesso rigore di qualsiasi altra coltura agricola certificata.
Per intenderci, la marijuana illegale contiene percentuali di THC che vanno dal 10% fino al 25% e oltre. La cannabis light ne contiene meno dello 0,2%. Il THC nella cannabis light è talmente ridotto che il corpo non lo percepisce in alcun modo: non c’è alterazione, non c’è euforia, non c’è nulla di quello che caratterizza il consumo di marijuana tradizionale.
Dal punto di vista legale la distinzione è altrettanto netta.
La cannabis light nasce da sementi iscritte nel Catalogo Comune delle Varietà delle Specie di Piante Agricole dell’UE, con analisi di laboratorio obbligatorie per ogni lotto. La marijuana illegale è una sostanza stupefacente regolamentata dal DPR 309/90.
I due prodotti non condividono nulla di rilevante al di là dell’origine botanica. Chi usa cannabis light non è sotto l’effetto di droghe, non ha alterazioni della percezione e non rischia dipendenza.
Questo è il punto su cui vale la pena essere espliciti, perché è esattamente la confusione tra i due prodotti che alimenta i pregiudizi e, in buona parte, anche la legislazione oscillante degli ultimi anni.
Sul piano pratico, l’effetto percepito cambia molto in base al metodo di assunzione, alla concentrazione di CBD, alla genetica del prodotto e alla risposta individuale. Non esiste una dose universale.
Quello che però bisogna sempre tenere in considerazione è che il CBD, sebbene sia al momento al centro di numerosi studi per i suoi possibili effetti positivi su corpo e mente, può anche interagire con alcuni farmaci, tra cui certi antibiotici e antidepressivi, e va evitato in gravidanza, in allattamento e in presenza di problemi cardiaci. Prima di un uso regolare, vale sempre la pena confrontarsi con il proprio medico.
Le varietà di cannabis light: come orientarsi tra genetiche, terpeni e metodi di coltivazione
“Quale varietà scelgo?” è probabilmente la domanda più cercata da chi si avvicina al mondo della cannabis light per la prima volta. La risposta dipende da cosa cerchi, perché ogni genetica ha un profilo terpenico diverso che determina aroma, effetto percepito e caratteristiche del fiore.
I terpeni sono i composti aromatici presenti nelle infiorescenze. Non sono esclusivi della canapa: si trovano anche nel limone, nel pino, nel pepe, nella lavanda. Nella cannabis light contribuiscono all’effetto complessivo: il mircene, terroso e leggermente erbaceo, tende al rilassamento; il limonene, agrumato, è associato a un effetto più vivace; il linalolo, floreale, si avvicina all’effetto della lavanda; il beta-cariofillene, speziato, ha proprietà antinfiammatorie proprie. Scegliere una varietà in base al profilo terpenico, e non solo alla percentuale di CBD, è il modo più consapevole di orientarsi.
Il secondo fattore da considerare è il metodo di coltivazione, che incide profondamente sulla qualità e sul prezzo del prodotto finale. Pensala come una scelta tra due ambienti con caratteri opposti: uno che insegue la natura, l’altro che la ricrea con precisione chirurgica.
Con la coltivazione greenhouse la serra lascia entrare il sole: le piante seguono i ritmi stagionali, sviluppano profili aromatici autentici e il prezzo finale rimane accessibile. Tra le varietà più apprezzate in questa fascia ci sono l’AK47, con note di pino, terra e spezie; l’Apple Pie, dolce e avvolgente; la Banana, nata dall’incrocio tra Ghost OG e Skunk Haze, con un profumo tropicale di miele e vaniglia; e la Blue Berry, genetica storica degli anni Settanta con l’inconfondibile aroma di frutti di bosco e sfumature viola dei fiori.
Nella coltivazione indoor il sole viene ricreato in laboratorio. Ogni variabile, dalla luce,alla temperatura, all’umidità, al nutrimento, è sotto controllo, e le piante rispondono producendo fiori più densi, tricomi più abbondanti, profili aromatici più definiti e stratificati. È un risultato che si ottiene a un costo produttivo più alto, e che incide anche sul prezzo finale pagato dal consumatore.
È su questo principio che Crystalweed ha costruito la sua linea Gran Riserva: coltivazione idroponica, nutrimento somministrato con precisione in ogni fase della crescita e consumo d’acqua ridotto al minimo.
Tra le novità più interessanti nel catalogo italiano ci sono le varietà californiane, genetiche tipiche della West Coast americana che stanno arrivando anche in Europa in versione CBD. Crystalweed ha di recente introdotto tre varietà in questa fascia.
- California: profilo intenso, resinoso e speziato, con cime compatte ricoperte di tricomi. Per chi cerca un’esperienza aromatica piena e persistente, con richiami alle selezioni più classiche della West Coast;
- Cali Mandarine: ibrido a dominanza indica con lineage californiano. Bouquet agrumato e pulito, sentori di mandarino maturo con sfumature erbacee leggere, cime affusolate con pistilli ambrati;
- Cali Royal Berry: la più scenografica delle tre. Profilo gourmand con sentori di frutti di bosco e un fondo rotondo. Foglie con sfumature viola e porpora naturali date dagli antociani, struttura compatta e abbondante resina attraversata da pistilli ramati.
Il costo varia tipicamente tra i 6 e i 25 euro al grammo, con differenze legate alla qualità, alla genetica e al metodo di coltivazione. Le varietà Gran Riserva Indoor si collocano nella fascia premium per la complessità del processo produttivo. Per la greenhouse il prezzo scende, senza che questo implichi necessariamente qualità inferiore: sono prodotti con caratteristiche semplicemente diverse.
Come si usa la cannabis light
C’è una cosa che la legge dice chiaramente: le infiorescenze di cannabis light si vendono per uso collezionistico, aromaterapia e profumazione di ambienti. Quello che la legge non dice, e che nella pratica ognuno gestisce a modo suo, è come ci si avvicina al prodotto una volta che è in mano. Detto questo, i metodi sono diversi e ognuno ha caratteristiche proprie che incidono sulla velocità di inizio, sulla durata e sull’intensità dell’effetto percepito.
- Vaporizzazione: un vaporizzatore riscalda le infiorescenze tra i 160 e i 220 gradi Celsius, rilasciando cannabinoidi e terpeni senza combustione. Niente catrame, niente monossido di carbonio, e gli effetti si avvertono in pochi minuti. La vaporizzazione preserva meglio i terpeni rispetto alla combustione tradizionale, offrendo un’esperienza aromatica più definita e riducendo significativamente i rischi per l’apparato respiratorio. Chi usa hashish o charas può vaporizzarli con appositi accessori o in combinazione con le infiorescenze;
- Collezionismo e aromaterapia: in Italia le infiorescenze di cannabis light sono vendute ufficialmente per uso collezionistico, aromaterapia e profumazione di ambienti. Non è necessario inalarle: il solo profumo, ricco di terpeni volatili, è l’esperienza che molti cercano;
- Combustione tradizionale: tecnicamente possibile ma sconsigliata perché l’inalazione di fumo non è priva di rischi per la salute. Inoltre, la normativa italiana non consente esplicitamente l’uso delle infiorescenze tramite combustione. Per chi vuole inalare, la vaporizzazione è la scelta nettamente migliore su entrambi i fronti.
La cannabis light fa male?
Come avrete intuito, la risposta dipende da come la si usa.
Il CBD è considerato ben tollerato dalla maggior parte delle persone. L’effetto indesiderato più segnalato è la sonnolenza, che alle prime assunzioni o a dosi alte può presentarsi anche quando non è cercata e può rappresentare uno svantaggio nelle ore lavorative.
I rischi maggiori vengono quasi tutti da fattori esterni al cannabinoide e riguardano quattro aree principali:
- La combustione: inalare fumo, anche senza THC, espone l’apparato respiratorio agli stessi problemi del fumo tradizionale. La vaporizzazione riduce drasticamente questo rischio;
- I prodotti senza certificazione: il vero pericolo sanitario in questo settore non viene dal CBD in sé, ma dai contaminanti presenti nei prodotti di bassa qualità: pesticidi, muffe, metalli pesanti. Se si acquista cannabis light non certificata si rischia di trovare tracce di THC superiori alla soglia legale, ma si rischia anche di inalare o ingerire sostanze che non dovrebbero essere presenti. La scelta del fornitore e la verifica del certificato di analisi sono il filtro più efficace;
- Le interazioni con farmaci: il CBD viene metabolizzato dal citocromo P450, lo stesso sistema epatico coinvolto nel metabolismo di molti farmaci comuni. Chi segue terapie regolari dovrebbe informarsi prima di iniziare un uso continuativo;
- Gravidanza e allattamento: l’assenza di dati sulla sicurezza in questi periodi è già di per sé ragione sufficiente per evitare qualsiasi prodotto a base di CBD.
Dove acquistare cannabis light in Italia legalmente
- I canali di acquisto sono principalmente due, con caratteristiche diverse.
- I cosiddetti CBD shop o cannabis shop permettono di osservare il prodotto prima di acquistarlo, annusarlo direttamente e ricevere consigli dal personale. Ad oggi, i punti vendita specializzati in Italia hanno superato le 2.500 unità, con la maggiore concentrazione nelle grandi città come Milano, Roma e Torino. Il limite principale è l’assortimento: i negozi fisici tendono ad avere meno varietà rispetto agli e-commerce.
- Gli e-commerce specializzati offrono cataloghi molto più ampi, la possibilità di confrontare prodotti e prezzi in modo dettagliato, la consultazione dei CoA prima di acquistare e la consegna a domicilio con imballaggio anonimo. La spedizione in tutta Italia avviene generalmente in 24-48 ore lavorative. Sono il canale preferito dalla maggioranza degli acquirenti.
- In entrambi i casi, i criteri di selezione restano identici: CoA disponibile e verificabile, informazioni chiare sulla provenienza, reputazione documentata.
Come riconoscere se un prodotto è sicuro e a norma di legge
In un mercato con offerta molto variabile, la capacità di leggere un prodotto è la competenza più utile che puoi sviluppare. Non serve una preparazione specifica: chiunque può imparare a leggere un prodotto in pochi secondi, se sa cosa cercare e presta un po’ di attenzione a questi aspetti:
- Il certificato di analisi (CoA): ogni prodotto legale deve averne uno rilasciato da un laboratorio indipendente e accreditato, che attesti THC sotto lo 0,2%, percentuale di CBD, e assenza di pesticidi, metalli pesanti, muffe e contaminanti microbiologici. Se il venditore non lo rende consultabile, non c’è motivo di fidarsi;
- L’aspetto visivo e olfattivo: un’infiorescenza di qualità ha colore verde brillante con eventuali sfumature arancioni o viola, tricomi visibili sulla superficie come una patina cristallizzata, struttura compatta e aroma intenso e definito. Un prodotto opaco, marrone, secco o inodore è vecchio o mal conservato;
- Il prezzo: un prodotto coltivato da sementi certificate, analizzato in laboratorio, essiccato e conservato correttamente ha un costo di produzione che si riflette nel prezzo finale. Prodotti venduti a prezzi stracciati quasi sempre mancano di uno o più di questi passaggi;
- La reputazione del venditore: va verificata su piattaforme terze. Recensioni su Trustpilot o Google, anni di presenza nel settore, servizio clienti raggiungibile, politica di reso chiara sono alcuni degli aspetti che devi prendere in considerazione. La longevità in questo mercato conta più di qualsiasi dichiarazione promozionale. Crystalweed, attiva dal 2018, è uno dei riferimenti più longevi del settore italiano.
Cosa aspettarsi dalla cannabis light in futuro
La cannabis light non è una cura, non ha effetti immediati drammatici e non trasforma nessuna routine di benessere dall’oggi al domani. È un prodotto naturale con un profilo di sicurezza complessivamente buono, un principio attivo su cui la ricerca sta producendo dati interessanti anno dopo anno, e un settore che in Italia attraversa una fase di forte incertezza normativa ma continua a operare.
La cosa più onesta da dire è che risponde in modo diverso su persone diverse. Molti riferiscono un senso di rilassamento, un sonno più facile, tensioni muscolari meno presenti. Altri non percepiscono nulla di particolare. Questo non significa che il prodotto sia di bassa qualità: significa che il sistema endocannabinoide è diverso da persona a persona, esattamente come lo è il metabolismo o la sensibilità ai farmaci.
Se decidi di provarla, il punto di partenza è un prodotto certificato da un fornitore trasparente, un metodo di assunzione adatto a quello che cerchi, e la pazienza di lasciare qualche settimana prima di trarre conclusioni. Se hai condizioni di salute specifiche o assumi farmaci, confrontati prima con il tuo medico.
Per la parte normativa, la situazione è ancora in attesa di pronuncia da parte dei tribunali europei e nazionali. Il mercato opera, i prodotti si vendono, e chi compra da operatori certificati è tutelato sia sul piano della qualità che su quello legale.
Questo articolo ha finalità informativa e non sostituisce il parere di un medico né di un professionista del diritto.
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Redazione GreenMe
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