Il più grande organismo del mondo è un albero ed è in pericolo: cosa sta succedendo a Pando



A bordo strada, nel cuore dello Utah, si passa accanto a Pando con la facilità con cui si supera un filare qualunque. Tronchi chiari, foglie che tremano al vento, luce di montagna, quell’aria da bosco ordinato che negli Stati Uniti diventa subito paesaggio da cartolina. Solo che qui la cartolina mente. Quelli che sembrano migliaia di alberi separati appartengono allo stesso organismo: un unico clone di pioppo tremulo americano, nato da un solo seme e poi allargato nel tempo attraverso un sistema di radici condiviso. Il nome, Pando, arriva dal latino e significa “mi estendo”. Abbastanza preciso, visto che questo organismo occupa circa 106 acri, poco meno di 43 ettari, e viene indicato dal Forest Service statunitense come il più grande organismo mai trovato per massa, con quasi 13 milioni di libbre, cioè circa 5.900 tonnellate.

Siamo nella Fishlake National Forest, a circa un miglio a sud-ovest di Fish Lake, lungo la State Highway 25. In estate le foglie verdi sembrano muoversi anche con il vento più leggero, grazie al picciolo appiattito tipico del pioppo tremulo; in autunno diventano oro e arancio e attirano visitatori, fotografi, curiosi, persone convinte di entrare in una foresta e invece dentro una creatura sola, enorme, vecchissima, molto meno invincibile di quanto sembri.

Una foresta sola

Pando funziona in un modo che manda un po’ in crisi l’idea comune di albero. Ogni fusto ha la forma, la corteccia e la vita breve di un albero a sé. Il corpo vero, però, sta sotto. Le radici producono nuovi germogli, geneticamente identici tra loro. I tronchi crescono, invecchiano, cadono, vengono sostituiti da altri. Il clone rimane. Per questo Pando può essere antico anche se i singoli fusti viventi hanno spesso poco più di un secolo e alcuni superano i 130 anni.

La sua unità venne riconosciuta negli anni Settanta osservando caratteristiche come forma delle foglie, colore e tempi del cambio stagionale; poi le analisi genetiche hanno confermato che quel “bosco” era un solo clone. Le stime parlano di oltre 40mila fusti, con alcune ricostruzioni scientifiche vicine ai 47mila. Il dato cambia a seconda del metodo di conteggio e dello stato dei ricacci, perché Pando vive come un organismo modulare: perde pezzi, ne prova a produrre altri, reagisce ai danni, manda segnali dalle radici.

La sua età resta la parte più scivolosa e affascinante. Per anni si è ripetuta la cifra degli 80mila anni, suggestiva e difficile da inchiodare. Un lavoro genetico recente ha provato a stringere meglio la forbice sequenziando più di 500 campioni tra foglie, radici, corteccia e piante vicine, cercando le mutazioni somatiche accumulate nel tempo. Il risultato propone una fascia ampia, tra circa 16mila e 80mila anni, con l’ipotesi più prudente già sufficiente a rendere Pando uno degli organismi viventi più antichi conosciuti.

La novità interessante sta anche nel modo in cui Pando sembra conservare una notevole uniformità genetica, pur avendo attraversato migliaia di anni di cambiamenti. I ricercatori hanno trovato una correlazione solo modesta tra distanza spaziale e distanza genetica: in parole più semplici, i fusti vicini risultano un po’ più simili, come previsto, però l’organismo nel suo insieme appare meno frammentato di quanto ci si aspetterebbe da una creatura così antica e così estesa.

Il problema sono i giovani

Pando ha superato incendi, cambiamenti climatici, variazioni nel paesaggio e pressioni ecologiche enormi. Il guaio attuale ha un aspetto molto più ordinario: i nuovi germogli vengono mangiati prima di diventare alberi. Uno studio pubblicato su PLOS ONE ha indicato proprio nella brucatura dei cervi muli uno dei fattori più forti nel limitare la rigenerazione riuscita di Pando. In alcune aree pesano anche bovini e alci, con un effetto semplice da capire: i ricacci teneri spuntano dal terreno e spariscono prima di superare l’altezza critica.

Il risultato è un organismo pieno di tronchi maturi e con troppi pochi giovani capaci di prenderne il posto. La Western Aspen Alliance della Utah State University descrive da anni questo squilibrio: nelle parti prive di protezione, la perdita dei fusti maturi procede molto più rapidamente della ricrescita utile. Pando continua a produrre nuovi germogli. Il problema sta nel tratto tra il suolo e l’altezza di sicurezza, quando una piantina è ancora cibo facile.

Il Forest Service indica due pressioni principali: la scarsa rigenerazione e l’attacco di insetti e malattie, tra cui coleotteri della corteccia, marciumi radicali e cancri che indeboliscono gli alberi più vecchi. La combinazione è concreta: se i tronchi adulti muoiono e i germogli giovani spariscono sotto i denti degli erbivori, l’organismo si assottiglia. Lentamente, senza scena. E proprio per questo serve guardarlo meglio.

I dati nuovi

Le informazioni più recenti spostano il racconto da “sta morendo” a qualcosa di più preciso: Pando è fragile, seguito meglio di prima, ancora capace di reagire. Nel 2025 circa l’80% della sua superficie è stato portato dentro un sistema di cura e protezione, secondo Friends of Pando. Nello stesso anno i monitor passivi hanno registrato 8.300 visitatori, con un aumento netto rispetto ai 4.456 del 2024. Una crescita legata anche al turismo autunnale delle foglie, molto forte nella zona.

Nel 2026 il monitoraggio dovrebbe diventare più accurato, con nuovi punti di rilevamento e ingressi più definiti in alcune aree prima difficili da misurare. Questo dettaglio conta perché Pando ormai vive anche dentro la pressione del suo successo: più persone lo conoscono, più persone vogliono vederlo, fotografarlo, attraversarlo. La visita può diventare educazione, fondi, attenzione pubblica. Può anche aggiungere calpestio, disturbo e bisogno di gestione.

Un altro aggiornamento importante arriva dal suolo. Friends of Pando ha avviato uno studio esteso sulla chimica del terreno dell’intero clone, campionando più aree della sua superficie. I dati disponibili indicano che il terreno risulta chimicamente adatto, con calcio disponibile e condizioni compatibili con il pioppo tremulo. La rigenerazione, quindi, sembra bloccata soprattutto da fattori gestibili, a partire dalla pressione degli erbivori, più che da un problema nascosto nel suolo.

Sempre negli ultimi anni è stato attivato un programma di monitoraggio della fauna con fototrappole e dispositivi bioacustici, realizzato con Fishlake National Forest e Utah Division of Wildlife Resources. L’obiettivo è osservare tutto l’anno cervi, alci e altri animali, capire dove entrano, come si muovono, quando brucano di più e come adattare la protezione. Pando, insomma, oggi viene trattato sempre meno come una curiosità da Guinness e sempre più come un organismo vivente dentro un paesaggio complesso.

Recinzioni, visite, manutenzione

Per proteggere Pando si è lavorato soprattutto su recinzioni, tagli mirati, aree di monitoraggio e gestione dei ricacci. Il punto è molto pratico: quando i giovani fusti vengono protetti dalla brucatura, possono crescere e rientrare nella struttura del clone. Quando le barriere cedono o gli animali riescono a entrare, la rigenerazione si ferma. Friends of Pando ricostruisce una storia di interventi cominciata già negli anni Novanta e arrivata nel 2025 a un piano di protezione più ampio, con recinzioni rapide e aree da proteggere a rotazione.

Questa è forse la parte meno spettacolare e più importante: la salvezza di Pando passa da manutenzione, controlli, varchi chiusi bene, monitoraggi ripetuti, dati messi in comune. Niente immagine epica del gigante che si salva da solo perché antico. Qui l’antichità conta fino a un certo punto. Un organismo può avere migliaia di anni e restare vulnerabile a un cancello lasciato aperto, a un branco troppo presente, a una pressione turistica sottovalutata.

Un gigante con i piedi scoperti

La grandezza di Pando rischia di ingannare. Una creatura che pesa migliaia di tonnellate sembra avere una forza fuori scala, quasi geologica. Poi basta guardare i germogli. Sono piccoli, teneri, facili da strappare. Tutta la sopravvivenza del gigante passa da lì: da fusti giovani abbastanza protetti da superare la bocca di un cervo, da recinzioni riparate in tempo, da visitatori guidati meglio, da monitoraggi continui, da una gestione capace di correggersi quando un intervento perde efficacia.

Pando ha resistito per migliaia di anni ricominciando sempre dallo stesso punto: dal basso, dalle radici, dai germogli. Oggi quel punto è il più fragile. Il gigante dello Utah, alla fine, dipende da pochi centimetri di verde lasciati in pace.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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