In Francia, questa settimana, il termometro da guardare sta anche dentro i fiumi. Rodano e Garonna, due corsi d’acqua che di solito restano sullo sfondo delle mappe, sono finiti nel punto più delicato del sistema elettrico francese: l’acqua usata per raffreddare alcune centrali nucleari sta diventando troppo calda.
EDF, l’operatore pubblico che gestisce il parco nucleare del Paese, ha segnalato possibili riduzioni di produzione nei prossimi giorni per gli impianti di Golfech e Blayais, sul sistema della Garonna, e per Bugey, sul Rodano. Un avviso già emesso per Saint-Alban, sempre sul Rodano, è stato aggiornato con possibili effetti dal 23 giugno. Secondo i dati di mercato, anche Cruas, Tricastin, Chooz e Nogent potrebbero avvicinarsi alle soglie termiche previste per i rispettivi siti.
Il motivo sta nel funzionamento stesso delle centrali. Una centrale nucleare ha bisogno di acqua per produrre il vapore che muove le turbine, raffreddare gli impianti, alimentare alcune riserve di sicurezza e servire i circuiti antincendio. EDF spiega che l’acqua prelevata da fiumi, mare o falde viene usata secondo regole precise per ogni impianto, controllata e poi restituita all’ambiente naturale. Nei siti fluviali, anche quando sono presenti sistemi di raffreddamento, l’acqua rientra comunque più calda rispetto al prelievo. Per questo esistono limiti fissati dalle autorità, con controlli su temperatura, scarichi e impatto sugli ecosistemi acquatici. EDF indica anche che il 98% dell’acqua prelevata viene restituito alla fonte.
Quando decide il fiume
Il vincolo è molto concreto. Se l’acqua a monte è già calda, la centrale ha meno margine per restituirla al fiume rispettando i limiti ambientali. L’autorità francese per la sicurezza nucleare lo aveva già registrato durante l’estate del 2022, segnata da ondate di calore intense, siccità storica, portate ridotte dei corsi d’acqua e temperature fluviali in aumento. In quelle condizioni, il sistema deve ridurre potenza, rimodulare produzione o arrivare a fermate temporanee per restare dentro le autorizzazioni.
LEGGI anche: I fiumi sono troppo caldi e la Francia potrebbe essere costretta a spegnere le centrali nucleari
Alcuni fiumi soffrono prima di altri. I corsi più bassi, lenti o con meno portata disperdono peggio il calore. Ed è qui che il nucleare francese, spesso raccontato come una macchina stabile e programmabile, mostra una dipendenza materiale molto semplice: ha bisogno di acqua disponibile e abbastanza fresca. Centrali potenti, basse emissioni, continuità produttiva: ciccetti belli. Poi arriva una settimana di caldo pesante e il fiume presenta il conto con la calma irritante delle cose fisiche.
La nuova ondata di calore francese è partita già il 17 giugno. Météo-France parla di un episodio canicolare esteso, duraturo e intenso, con una nuova impennata tra domenica e martedì. Le temperature sono attese spesso tra 38 e 40 °C, localmente anche oltre, mentre lunedì 22 giugno potrebbe raggiungere livelli eccezionali su scala nazionale. Il caldo riguarda anche le notti, con minime spesso sopra i 20 °C e punte previste in molte aree tra 37 e 42 °C.
Il combinato è facile da capire: più caldo, più condizionatori accesi, più domanda elettrica proprio nei giorni in cui alcuni reattori devono stare attenti alla temperatura dell’acqua. Le stime degli analisti indicano temperature fino a circa 8 °C sopra le medie stagionali in alcune zone. In condizioni ordinarie, le limitazioni termiche estive pesano poco sulla produzione annua, una frazione percentuale. Nei singoli giorni, però, possono spostare i prezzi. Le riduzioni legate alla temperatura potrebbero aggiungere circa 5 euro per megawattora nelle giornate interessate. Se i volumi disponibili diventassero troppo scarsi e si arrivasse a fermate forzate, le oscillazioni potrebbero salire di alcune decine di euro per megawattora sui picchi infragiornalieri e sul mercato del giorno prima.
Il peso del nucleare
La Francia parte da un mix elettrico molto particolare. Secondo RTE, il gestore della rete, nel 2025 la produzione elettrica della Francia continentale ha raggiunto 547,5 TWh. Il nucleare ha prodotto 373 TWh, in crescita per il terzo anno consecutivo dopo il minimo del 2022, e la somma tra nucleare e rinnovabili ha portato l’elettricità a basse emissioni al 95,2% della generazione nazionale.
È un risultato enorme, soprattutto se confrontato con Paesi ancora molto legati a gas e carbone. Il nucleare francese ha permesso per decenni di produrre grandi quantità di elettricità con emissioni dirette molto basse. Il dato resta lì, va riconosciuto. Però questa vicenda mostra anche l’altro lato della medaglia: un sistema molto concentrato su grandi impianti deve fare i conti con vincoli locali, ambientali e climatici. Il reattore può essere progettato per lavorare con continuità, il fiume segue un’altra agenda.
Quest’anno pesa anche l’idroelettrico. Nel 2025 RTE aveva già registrato un calo della produzione idroelettrica di 12,9 TWh rispetto al 2024, anno favorito da piogge eccezionali. Le disponibilità idriche più recenti risultano limitate anche per la scarsità di piogge e neve tra autunno e inverno, un elemento che ha contribuito a spingere in alto i prezzi forward dell’elettricità. Il prezzo spot francese è rimasto alto per la stagione, mentre il contratto front-month è salito sopra i 60 euro/MWh nelle ultime settimane, anche per il timore che il caldo prosegua.
In mezzo a tutto questo c’è un passaggio che il dibattito energetico spesso tratta come accessorio. Le rinnovabili servono ad abbassare le emissioni, certo. Servono anche a togliere pressione a un sistema che, nelle giornate difficili, rischia di chiedere troppo sempre agli stessi impianti, agli stessi fiumi, agli stessi nodi della rete. Fotovoltaico, eolico, accumuli, reti più intelligenti e riduzione dei consumi nei picchi aiutano proprio qui: nel rendere il sistema meno rigido, meno esposto a una sola catena di dipendenze.
Il fotovoltaico, per esempio, produce proprio nelle ore luminose e calde, quelle in cui la domanda per il raffrescamento cresce. L’eolico può coprire altre fasce, gli accumuli possono spostare energia dove serve, l’efficienza può abbassare il picco prima ancora di inseguirlo. Nessuna fonte, da sola, risolve tutto. Un sistema più distribuito, però, regge meglio quando un pezzo va sotto stress. E quando quel pezzo è un fiume già caldo, la differenza smette di essere teorica.
Una lezione asciutta
La questione riguarda anche gli ecosistemi. Restituire acqua più calda in un fiume già provato può alterare le condizioni di vita degli organismi acquatici. Per questo i limiti cambiano da centrale a centrale e vengono controllati dalle autorità. Nel 2022, durante un’estate durissima, furono adottate misure temporanee per alcuni impianti, tra cui Golfech, Bugey, Saint-Alban, Blayais e Tricastin, con monitoraggi rafforzati sull’ambiente acquatico. L’autorità francese indicò poi che i controlli disponibili a fine anno avevano escluso impatti a valle degli impianti, aggiungendo però che episodi estremi di questo tipo potrebbero diventare più frequenti.
Nei prossimi giorni gli avvisi di EDF potranno tradursi in tagli effettivi oppure restare misure preventive: dipenderà dalla temperatura reale dei fiumi, dalla durata della canicola, dalla domanda elettrica e dalla disponibilità delle altre fonti. Il reattore può essere enorme, costosissimo, pieno di ingegneria. Poi arriva un fiume troppo caldo e tutta quella sicurezza deve abbassare la voce. Le rinnovabili servono anche a questo: non lasciare tutto appeso agli stessi punti fragili.
Ti potrebbe interessare anche:
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Ilaria Rosella Pagliaro
Source link


