Gli organi di propaganda de regime cinese, tra cui il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, servendosi di singoli episodi di manutenzione, sulla prontezza operativa e di alcune informazioni, hanno pubblicato versioni ingannevoli secondo cui gli Stati Uniti non sarebbero in grado di sostenere una guerra prolungata con la Cina.
Il 13 giugno, la Testata di Hong Kong, ha pubblicato l’articolo “L’America può sostenere una guerra con la Cina? Nuovi rapporti sollevano interrogativi”. Attingendo da un rapporto del Government Accountability Office statunitense sulla prontezza dei rifornitori aerei e su una valutazione della Rand Corporation sulle capacità satellitari cinesi, sosteneva appunto che Washington non sarebbe in grado di condurre un conflitto prolungato contro Pechino. L’articolo è il culmine di una campagna mediatica di mesi, orchestrata dal regime cinese, che persegue un unico obiettivo.
Il via l’ha dato il Global Times il 25 febbraio andando avanti fino al 18 marzo, riferendo un guasto idraulico e un incendio nella lavanderia sulla portaerei Gerald R. Ford come prova di un presunto declino sistemico delle forze armate americane.
Il 6 giugno il China Daily Brief ha rafforzato la tesi, presentandola esplicitamente come conseguenza della «falla industriale» statunitense. Pochi giorni dopo il South China Morning Post ha confermato, aggiungendo tre dati specifici: la flotta di rifornitori aerei americani sarebbe ormai obsoleta per sostenere le operazioni aeree nell’Indo-Pacifico, la Cina avrebbe aperto un divario incolmabile nella capacità di rifornimento in orbita e gli Stati Uniti non avrebbero mai dimostrato di saper condurre operazioni di combattimento prolungate contro un avversario di pari livello.
Come spesso accade in una propaganda ben orchestrata, le affermazione si basavano su episodi reali, tuttavia nessuna dimostra che gli Stati Uniti manchino della capacità di sostenere una guerra prolungata contro la Cina. Esaminiamole una per una.
La prima è arrivata dall’esperto militare cinese Wang Yunfei, che il 25 febbraio ha detto al Global Times che un guasto idraulico a bordo della USS Gerald R. Ford – bagni ostruiti durante la navigazione verso l’Iran – dimostrava come «i dispiegamenti prolungati oltre i limiti programmati, uniti al mancato rispetto delle procedure operative da parte dell’equipaggio, abbiano gravemente compromesso l’efficacia combattiva». E il 18 marzo, dopo un incendio nella lavanderia durato trenta ore sulla stessa nave, il giornale cita ancora Wang, secondo il quale l’episodio «metteva in luce le debolezze della nave da guerra americana nel controllo dei danni, nella gestione della sicurezza e nel faticoso dispiegamento prolungato ad alta intensità». Il China Daily Brief ha poi inserito entrambi gli incidenti in un discorso esplicitamente definito strategico di «vuoto industriale» americano, dipingendo gli Stati Uniti come una potenza in declino il cui «vantaggio qualitativo viene eroso da ritardi sistematici nella manutenzione e dalla mancanza di spessore industriale».
Queste critiche si riducono a una selezione mirata di contrattempi operativi. Guasti minori, problemi di manutenzione e incidenti a bordo sono statisticamente normali in grandi organizzazioni militari impegnate in operazioni internazionali continue. Nessuno degli incidenti citati ha reso inoperativa la USS Gerald R. Ford. La portaerei è rimasta dispiegata e pronta al combattimento mentre i problemi venivano risolti. Ha completato un servizio di trecentoventisei giorni, il più lungo per una portaerei americana dai tempi della guerra del Vietnam, comprese operazioni di combattimento prolungate contro l’Iran, prima di rientrare in porto con equipaggio e velivoli intatti.
Un F/A-18F Super Hornet, assegnato allo Strike Fighter Squadron 213, decolla dalla portaerei più grande del mondo, la USS Gerald R. Ford (CVN 78), mentre è in navigazione durante l’Operazione Epic Fury, 15 marzo 2026. Foto della Marina degli Stati Uniti
L’incendio è stato estinto, le riparazioni sono state effettuate a Souda Bay, a Creta, e la nave è tornata in servizio. Il Central Command americano ha confermato che la nave «rimane pienamente operativa». Un’unità che resiste a un incendio di trenta ore durante il combattimento più lungo degli ultimi cinquant’anni e continua la missione non è prova di declino militare, ma di efficace controllo dei danni sotto stress operativo prolungato.
Il 13 giugno, sempre il South China Morning Post ha scritto che la flotta di rifornimento aereo dell’Aeronautica militare americana è troppo degradata per sostenere le operazioni aeree nell’Indo-Pacifico, e cita un rapporto del Government Accountability Office pubblicato tre giorni prima, secondo cui la flotta dei rifornitori non aveva raggiunto gli standard di disponibilità e capacità di missione negli anni dal 2019 al 2025. Il dato è giusto, ma misura le prestazioni rispetto a parametri interni di prontezza e non rispetto alla capacità effettiva in tempo di guerra. Le stesse carenze esistevano già all’inizio del conflitto con l’Iran, eppure non si sono registrati fallimenti nel rifornimento aereo durante quaranta giorni di continue operazioni di combattimento.
Quando alcuni KC-135 sono andati perduti alla base aerea Prince Sultan, il capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il generale Kenneth Wilsbach, ha riferito al Parlamento americano che l’impatto era stato «molto breve» e operativamente trascurabile. Nel giro di poche settimane, l’Aeronautica li ha sostituiti prelevandone altri dal «cimitero» degli aeromobili in eccedenza. Questa capacità di risposta è coerente con la prassi americana consolidata in tempo di guerra.
Il presidente Harry Truman firmò il Defense Production Act meno di due mesi e mezzo dopo l’inizio della guerra di Corea, conferendo all’esecutivo ampi poteri sulla produzione industriale e sui materiali strategici. La legge è ancora in vigore.
Durante la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti ampliarono la produzione industriale su una scala senza pari tra i belligeranti e uscirono dal conflitto economicamente più forti di quando vi erano entrati.
Più recentemente, il 12 maggio, l’Aeronautica e Boeing hanno annunciato un programma per aumentare la prontezza dei KC-46 di oltre il venti percento entro il 2030.
Il South China Morning Post ha citato un rapporto della Rand secondo cui la Cina avrebbe «probabilmente» completato nel giugno 2025 il rifornimento autonomo in orbita del satellite Shijian-21, implicando così un vantaggio logistico spaziale che gli Stati Uniti non potrebbero eguagliare. La prova cinese è stato un traguardo tecnico, ma l’articolo ha omesso che gli Stati Uniti dispongono di capacità operative di assistenza a satelliti in orbita geostazionaria dal 2020. Lo stesso anno infatti, il Mission Extension Vehicle-1 (Mev-1) della Northrop Grumman si è agganciato con successo a un satellite Geo commerciale, mentre il Mev-2 rimaneva agganciato a un secondo satellite. Nel gennaio 2025, la Space Force ha assegnato alla Northrop Grumman il contratto Elixir per dimostrare il rifornimento di carburante dei satelliti militari.
Un KC-46A Pegasus si avvicina a un F-35 Lightning II nei cieli della California il 22 gennaio 2019. Foto dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti di Ethan Wagner
Il divario descritto dal quotidiano di Hong Kong non esiste, né si può confrontare il rifornimento di satelliti geostazionari con quello aereo: i satelliti in orbita geostazionaria richiedono normalmente rifornimento solo una volta ogni tre-cinque anni e non come parte di una logistica bellica continua.
Il 13 giugno la stessa Testata affermava che gli Stati Uniti non hanno mai dimostrato di poter sostenere operazioni militari contro un avversario di pari livello. In realtà, durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno combattuto contemporaneamente contro la Germania e il Giappone, rifornendo al tempo stesso le forze alleate su più teatri. E dal 1945 sono stati impegnati in combattimenti quasi continui – Corea, Vietnam, guerra del Golfo, Afghanistan, Iraq, Siria e Iran – mantenendo al contempo la deterrenza mondiale e le operazioni di libertà di navigazione. Questo giornale ignora che l’ultima esperienza di combattimento su larga scala dell’Esercito Popolare di Liberazione risale alla guerra sino-vietnamita del 1979, quando le forze vietnamite hanno fermato le offensive cinesi, nonostante gran parte dell’esercito vietnamita fosse impegnato in Cambogia.
Il maldestro tentativo del regime comunista cinese di pubblicizzare tanti dati irrilevanti, manipolandoli, è indice che in realtà sa che è vero l’esatto contrario: gli Stati Uniti sono pronti e possono sostenere una guerra. Pechino tenta, con la consueta propaganda, di crearsi un vantaggio psicologico. Ma il ministro alla Guerra americano Pete Hegseth è sicuro che gli Stati Uniti siano pronti a combattere e vincere guerre, anche nell’Indo-Pacifico e contro la Cina stessa.
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Redazione ETI/Antonio Graceffo
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