Nel deserto tibetano è cresciuta l’erba (e pascolano le pecore) grazie all’ombra del più grande impianto fotovoltaico del mondo



Prima sono arrivati i pannelli. Poi l’ombra. Poi l’acqua caduta durante le pulizie, goccia dopo goccia, sul terreno secco. In un pezzo di altopiano tibetano dove la sabbia aveva praticamente vinto, il paesaggio ha cominciato a cambiare senza annunci solenni: un filo d’erba, poi un tappeto verde, poi le pecore. Tante. Al punto che oggi, nel parco fotovoltaico di Talatan, nella contea di Gonghe, provincia cinese del Qinghai, la vegetazione va tenuta sotto controllo per evitare che faccia ombra ai moduli.

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Il Qinghai è una provincia interna del Nord-Ovest cinese, una zona alta, fredda, arida, lontana dall’immaginario più urbano della Cina industriale. Qui, nella Prefettura autonoma tibetana di Hainan, che con l’isola tropicale omonima c’entra pochissimo, il fotovoltaico ha trovato spazio su terreni poveri, spazzati dal vento, con molte ore di sole e una presenza umana più rarefatta. Il risultato è un impianto solare nel deserto enorme, presentato dalle autorità locali come uno dei più grandi al mondo per capacità installata: 609 chilometri quadrati, più di 7 milioni di pannelli e una potenza cumulata arrivata a 21 GW nel 2025.

Il deserto rallenta

Il cambiamento nasce da un meccanismo quasi banale, di quelli che sembrano poco scenografici finché qualcuno li misura. I pannelli fanno da barriera al vento e da schermo alla radiazione solare diretta. Sotto, il suolo si scalda meno, perde meno acqua e trattiene più umidità. Le autorità locali parlano di velocità del vento ridotta del 50%, evaporazione dell’acqua nel suolo calata del 30% e copertura vegetale superiore all’80% in aree un tempo degradate.

C’entra anche la manutenzione. I pannelli vanno puliti periodicamente e l’acqua usata per lavarli scivola a terra. In un suolo composto in larga parte da sabbia, anche quella quantità può diventare una piccola riserva. L’ombra fa il resto, abbassando la temperatura superficiale e rallentando la perdita di umidità. Così, dove prima il vento portava via quasi tutto, l’erba ha trovato una finestra per tornare.

La ricerca scientifica conferma che qualcosa, lì sotto, è cambiato davvero. Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha analizzato il parco fotovoltaico di Gonghe e ha trovato condizioni ecologiche migliori nell’area coperta dai pannelli rispetto alle zone di transizione e a quelle esterne. I ricercatori parlano di effetti positivi su microclima, suolo, vegetazione e comunità microbiche. Nessuna magia, quindi. Solo ombra, acqua trattenuta, vento frenato e un ambiente meno ostile.

Le pecore tra i moduli

Quando l’erba cresce sotto un impianto fotovoltaico sembra una buona notizia, finché comincia a diventare troppo alta. A Talatan, in alcune zone, la vegetazione è arrivata a superare il metro, rischiando di ridurre l’efficienza dei pannelli. La soluzione più semplice è arrivata dai pastori locali: far pascolare gli animali tra le file di moduli, al posto di usare diserbanti o tagli meccanici continui.

Per rendere possibile questa convivenza, i tecnici hanno dovuto modificare anche l’impianto. La distanza tra le file è stata ampliata da tre a cinque metri e l’altezza di montaggio dei pannelli è salita da circa 50 centimetri a una quota compresa tra 1,5 e 1,8 metri, abbastanza per permettere alle pecore di muoversi e brucare senza incastrarsi in un labirinto di metallo e silicio.

Da giugno a ottobre i pastori possono usare gratuitamente una parte dei terreni aziendali all’interno del parco. Parliamo di quasi 100.000 mu, unità di misura cinese che corrisponde in questo caso a circa 66 chilometri quadrati, trasformati in pascolo accessibile. La prefettura ha creato 32 ecopascoli fotovoltaici e 56 siti di pascolo centralizzato, coinvolgendo 18 villaggi vicini e più di 20.000 pecore ogni anno.

Qui il fotovoltaico smette di essere solo una distesa blu vista dall’alto. Diventa anche lavoro quotidiano: pastori in moto tra i moduli, greggi che tengono bassa l’erba, letame che restituisce nutrienti al terreno, aziende che risparmiano sui costi di sfalcio. In alcune aree vengono usati droni a infrarossi e sistemi di monitoraggio per seguire gli animali; alcune pecore portano perfino targhette auricolari con QR code, una specie di carta d’identità digitale con età, vaccinazioni e proprietario.

La pecora fotovoltaica

La storia, naturalmente, ha già trovato il suo marchio. La carne degli animali allevati sotto i pannelli viene venduta come “pecora fotovoltaica”, anche attraverso piattaforme online. Sembra una trovata da supermercato del futuro, invece racconta bene la piega presa dal progetto: energia rinnovabile, recupero del suolo, pascolo, reddito locale.

Un pastore citato dai media cinesi ha raccontato di essere passato da circa 200 a oltre 300 capi, con un reddito familiare annuo vicino ai 100.000 yuan, poco meno di 13.000 euro al cambio attuale. Un altro allevatore, secondo un resoconto diffuso da China Daily, ha visto crescere il proprio gregge fino a circa 800 pecore, con entrate da pascolo raddoppiate rispetto al passato.

Il dato più interessante riguarda la quantità di biomassa. Quando tutti i progetti previsti nella grande area fotovoltaica della prefettura saranno completati, la superficie erbosa dovrebbe arrivare a circa 450 chilometri quadrati, con una produzione stimata di 110.000 tonnellate di erba l’anno. Sono numeri enormi, da leggere con la prudenza dovuta ai dati diffusi dalle autorità cinesi, ma coerenti con il fenomeno osservato sul campo: i pannelli hanno modificato il microclima locale e quel microclima ha reso il terreno più ospitale.

Energia e cautela

Il caso di Talatan va tenuto lontano sia dalla propaganda facile sia dal pessimismo automatico. Un grande impianto industriale in un’area fragile resta un intervento pesante sul territorio. La stessa letteratura scientifica invita a valutare gli effetti ecologici con indicatori seri, perché i pannelli cambiano radiazione, temperatura del suolo, umidità, comunità vegetali e caratteristiche chimico-fisiche del terreno. In questo caso, però, i dati disponibili indicano un miglioramento rispetto alla condizione desertificata di partenza.

Per la Cina il valore energetico è gigantesco: il parco di Talatan fa parte di un sistema più ampio che integra solare, eolico, idroelettrico, accumuli e trasmissione verso altre regioni. Secondo le informazioni diffuse dal governo locale, nel 2025 la sola area fotovoltaica ha raggiunto 21 milioni di kW di capacità cumulata, dentro una filiera di energia pulita che ormai pesa molto sull’economia della prefettura.

Questo modello rientra in ciò che viene chiamato agrivoltaico, o più precisamente, in questo caso, pascolo fotovoltaico. In Europa se ne parla spesso per campi agricoli, vigneti, frutteti e terreni semi-aridi. Qui la scala è molto diversa, quasi fuori misura per gli standard italiani. Però il principio resta leggibile anche da noi: un impianto solare progettato bene può generare elettricità e, allo stesso tempo, cambiare il modo in cui il suolo trattiene acqua, ombra e vita biologica.

La parte più concreta resta sotto i pannelli. Lì dove il discorso sull’energia pulita spesso diventa astratto, ci sono zampe, erba, polvere, acqua che cola, pastori che attraversano file di moduli come un pascolo del XXI secolo. Il deserto tibetano continua a essere duro, alto, arido. Solo che adesso, in mezzo al blu dei pannelli, bruca anche un gregge.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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