Per anni il dibattito sui dati sanitari si è concentrato quasi esclusivamente su una domanda: chi può accedervi? Oggi, però, la questione è cambiata. La vera sfida non è più soltanto aprire i cassetti digitali della sanità, ma capire come trasformare un patrimonio informativo enorme in uno strumento concreto di innovazione, ricerca e governo della salute.
Perché i dati ci sono. Il problema è che spesso non dialogano tra loro.
Molto spesso i dati non sono utilizzabili perché depositati in archivi che non fanno parte di un ecosistema digitale integrato
«La situazione della disponibilità dei dati è ancora molto frammentaria», spiega Fidelia Cascini, responsabile della Segreteria scientifica di Presidenza dell’Istituto superiore di sanità e delegato nazionale nel Comitato UE sullo Spazio europeo dei Dati sanitari. «Anche quando i dati esistono, non sono facilmente utilizzabili perché distribuiti in sistemi diversi, con infrastrutture che non sono interoperabili e, in molti casi, ancora depositati in archivi che non fanno parte di un ecosistema digitale integrato».
Una fotografia che racconta bene l’eredità storica italiana. Mentre altri Paesi europei hanno avviato prima la trasformazione digitale dei sistemi sanitari, l’Italia si trova oggi a fare i conti con un mosaico di banche dati, registri, archivi e piattaforme spesso incapaci di comunicare tra loro.
Dall’accesso alla qualità del dato
Negli ultimi anni, inoltre, nel nostro Paese un’altra barriera ha limitato la valorizzazione delle informazioni sanitarie: un’interpretazione particolarmente prudente delle norme sulla protezione dei dati personali.

Secondo Cascini, però, questo scenario sta rapidamente cambiando: «L’interpretazione più restrittiva che è stata data in Italia al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) ha limitato molto l’utilizzo dei dati. Oggi questa situazione è in fase di superamento, perché c’è una volontà crescente di valorizzare il patrimonio informativo disponibile a beneficio della collettività».
Se il nodo normativo appare sempre meno critico, resta invece aperta la questione più complessa: quella tecnica. «Forse oggi il limite legale è meno preoccupante di quello tecnologico», osserva Cascini. «Le norme stanno evolvendo. Quello che non può essere risolto con una legge è il problema delle infrastrutture, delle competenze e degli investimenti necessari per rendere davvero disponibili e interoperabili i dati». È qui che si gioca la partita più importante.
Perché senza qualità e interoperabilità, anche la maggiore disponibilità di dati rischia di produrre poco valore.
EHDS: un obbligo che può diventare un vantaggio competitivo
In questo scenario entra in gioco l’European Health Data Space (EHDS), il nuovo regolamento europeo destinato a rivoluzionare l’accesso e il riutilizzo dei dati sanitari.
La novità principale è che non si tratta di una semplice raccomandazione. «Non vedo il rischio che resti un’opportunità teorica», afferma Cascini. «Essendo un regolamento europeo, tutti gli Stati membri hanno l’obbligo di adeguarsi. I dati dovranno essere resi disponibili e tutti i titolari dei dati sanitari dovranno conformarsi alle nuove disposizioni».
La differenza sarà tra chi applicherà rapidamente la norma sull’EDHS e chi resterà indietro
La vera differenza, dunque, non sarà tra chi applicherà la norma e chi no, ma tra chi riuscirà a farlo rapidamente e chi resterà indietro. «L’elemento di discrimine sarà la velocità con cui questa opportunità verrà colta», sottolinea Cascini. «Se sapremo interpretare il regolamento non solo come un obbligo ma come una leva di sviluppo, l’Italia potrà diventare davvero competitiva nell’innovazione, nella ricerca clinica, nella programmazione sanitaria e nella salute pubblica».
Una sfida che riguarda tanto le istituzioni quanto gli ospedali, gli enti di ricerca, le aziende sanitarie e l’intero ecosistema dell’innovazione.
Senza dati di qualità non c’è intelligenza artificiale
Il tema diventa ancora più strategico nell’era dell’intelligenza artificiale. Mentre cresce la domanda di dati per addestrare algoritmi e sviluppare nuovi modelli predittivi, emerge con forza una domanda fondamentale: stiamo investendo abbastanza sulla qualità delle informazioni?
La risposta di Cascini è prudente. «C’è ancora molto da fare», ammette. «Ma il regolamento europeo introduce obblighi precisi anche sulla qualità del dato, soprattutto per tutte le informazioni generate grazie a finanziamenti pubblici».
Stiamo investendo abbastanza sulla qualità delle informazioni?
Il perimetro in cui si deve giocare questa partita, peraltro, è enorme: ministeri, ospedali pubblici, Istituto superiore di sanità, registri e sistemi di sorveglianza dovranno progressivamente adeguarsi a standard condivisi.
Il beneficio, però, è evidente: dati migliori generano algoritmi migliori. «Utilizzare sistemi di intelligenza artificiale su dati di qualità significa ottenere risposte di qualità», sintetizza Cascini.
Ma la qualità del dato rappresenta soltanto il primo passo.
La governance dell’AI sanitaria è ancora tutta da costruire
Il vero terreno ancora inesplorato riguarda infatti la governance dell’intelligenza artificiale (AI) nella pratica clinica e organizzativa.
Se le regole europee definiscono con crescente precisione come i dati possano essere utilizzati, molto resta ancora da chiarire su chi debba assumersi le responsabilità delle decisioni prese con il supporto degli algoritmi.
La diffusione dell’AI apre nuovi scenari di responsabilità che richiedono regole chiare e condivise
«Abbiamo principi normativi e una cornice legislativa già abbastanza solida», evidenzia l’esperta. «Ma dobbiamo ancora definire in modo puntuale responsabilità, processi, condizioni di utilizzo e limiti applicativi dell’intelligenza artificiale in sanità». Una questione tutt’altro che teorica. Dall’assistenza clinica alla programmazione sanitaria, fino ai sistemi di supporto alle decisioni, la diffusione dell’AI apre nuovi scenari di responsabilità che richiedono regole chiare e condivise. «È un percorso necessario per garantire fiducia e sicurezza ai cittadini», osserva la professoressa.
La fiducia nasce dalla conoscenza
Ed è proprio la fiducia il vero fattore critico di successo dell’European Health Data Space. Secondo Cascini, il nuovo regolamento europeo introduce già importanti garanzie: ambienti sicuri di trattamento, organismi pubblici responsabili dell’accesso ai dati, utilizzo consentito esclusivamente per finalità di interesse pubblico e persino la possibilità per il cittadino di opporsi alla condivisione dei propri dati.
Le tutele, insomma, esistono. Quello che ancora manca è la consapevolezza diffusa.
«La conoscenza crea fiducia. Tutto ciò che resta nebuloso genera inevitabilmente resistenze»
«La conoscenza crea fiducia. Tutto ciò che resta nebuloso genera inevitabilmente resistenze».
Per questo la sfida non può essere lasciata esclusivamente alle istituzioni. Università, divulgatori scientifici, professionisti della salute, imprese e media dovranno contribuire a tradurre temi complessi in linguaggio comprensibile.
Perché il futuro della sanità digitale non si costruisce soltanto con nuove piattaforme, algoritmi e regolamenti. Si costruisce soprattutto con cittadini informati e consapevoli.
E forse è proprio qui che si gioca la partita più importante. Non nei data center, né nei tavoli tecnici di Bruxelles. Ma nella capacità di spiegare alle persone che i dati sanitari non sono semplicemente informazioni da proteggere: sono una risorsa collettiva da valorizzare. Perché quando diventano conoscenza, possono trasformarsi in cure migliori, ricerca più veloce e decisioni più intelligenti. In una parola: salute.
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Carlo M. Buonamico
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