Un temporale intenso, un tombino che non regge, l’acqua che corre sull’asfalto e arriva nei garage, nei sottopassi, negli androni. Siamo abituati a pensare agli allagamenti come a un problema di fognature, ma una parte enorme della questione sta prima: nel modo in cui abbiamo costruito le città.
Per decenni abbiamo coperto il suolo con cemento, parcheggi, strade, piazze impermeabili. Così l’acqua piovana non entra più nel terreno: scivola, accelera, si concentra tutta insieme e manda in crisi la rete di drenaggio. La logica delle città spugna parte da qui: restituire spazio al suolo, al verde, agli alberi e alle soluzioni naturali capaci di assorbire e rallentare l’acqua.
Non è una suggestione da urbanisti. È una richiesta che arriva anche dai cittadini. Secondo l’indagine Ipsos-Legacoop presentata all’incontro nazionale dell’Osservatorio sulla transizione ecologica nelle città, l’89% degli intervistati chiede più verde e minore consumo di suolo, mentre l’85% considera importanti le misure di adattamento climatico per ridurre i rischi legati ad allagamenti e ondate di calore. Il punto più interessante: un intervistato su due considera molto importante la riqualificazione degli spazi pubblici con soluzioni naturali per ridurre l’impermeabilizzazione del suolo.
Che cosa significa davvero “città spugna”
Una città spugna non è una città piena di aiuole decorative. È una città progettata per trattenere l’acqua dove cade, invece di scaricarla il più velocemente possibile altrove.
Vuol dire trasformare cortili scolastici, parcheggi, piazze, aree dismesse, spartitraffico e giardini pubblici in piccole infrastrutture verdi. Non opere monumentali, ma interventi diffusi: pavimentazioni drenanti, rain garden, fossati verdi, alberature, tetti verdi, bacini temporanei di raccolta, parchi allagabili, suoli depavimentati.
La Commissione europea ricorda che gli spazi verdi urbani ben progettati possono contribuire insieme a più obiettivi: proteggere la biodiversità, raffrescare le città, ridurre il rischio di alluvioni e migliorare il benessere di chi vive nei quartieri.
Il giardino sotto casa può contare più di quanto pensiamo
La parte più utile del concetto di città spugna è che non riguarda solo i grandi parchi. Riguarda anche il giardino di fianco, il cortile pubblico lasciato a secco, l’area asfaltata davanti a una scuola, il parcheggio di quartiere che in estate diventa una piastra rovente e in inverno una pista d’acqua.
Quando questi spazi vengono riqualificati con suolo permeabile, alberi e vegetazione, fanno tre cose insieme: assorbono una parte della pioggia, rallentano il deflusso verso le strade e riducono il calore accumulato dalle superfici artificiali.
È qui che la transizione ecologica smette di essere una formula grande e lontana e diventa una cosa molto concreta: meno acqua nei garage, meno caldo sotto casa, più ombra, più suolo vivo.
Il cemento continua a pesare sulle città italiane
Il problema, però, è che il suolo libero continua a ridursi. Secondo ISPRA, nel 2024 le città italiane hanno perso oltre 3.750 ettari di aree naturali. Nello stesso rapporto emerge anche l’aumento del consumo di suolo nelle aree a rischio: +1.303 ettari nelle zone a pericolosità idraulica media e +600 ettari in quelle a pericolosità da frana.
Tradotto: continuiamo a impermeabilizzare anche dove sarebbe più prudente lasciare al territorio una capacità naturale di assorbire, drenare, respirare.
Ed è proprio qui che la città spugna diventa una misura di adattamento climatico, non un abbellimento urbano. Perché il verde non serve solo a “rendere più bella” una strada. Serve a far funzionare meglio la città quando arrivano piogge più intense, estati più calde e fenomeni estremi più frequenti.
Non basta piantare alberi a caso
C’è però un rischio: trasformare la città spugna nell’ennesimo slogan buono per un rendering. Piantare qualche albero non basta, se intorno resta tutto impermeabile. Una pavimentazione drenante non basta, se non viene mantenuta. Un giardino non basta, se il terreno è compattato e non assorbe.
Le soluzioni naturali funzionano quando sono progettate bene, integrate nella pianificazione urbana e seguite nel tempo. Anche l’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea che le nature-based solutions devono essere ampliate e replicate, ma che servono monitoraggio, standard e valutazioni solide per capire dove funzionano davvero e come portarle su scala più ampia.
La città spugna, quindi, non sostituisce tutto il resto: non elimina la necessità di reti idriche efficienti, manutenzione, piani di emergenza, mappature del rischio e stop al consumo di suolo. Ma aggiunge un pezzo essenziale che per anni abbiamo trattato come secondario: la capacità del territorio urbano di comportarsi di nuovo come un ecosistema.
Gli italiani lo hanno capito, le città devono recuperare terreno
L’indagine Ipsos-Legacoop mostra anche uno scarto netto tra ciò che i cittadini considerano importante e ciò che percepiscono come già fatto. Se l’89% chiede più verde e meno consumo di suolo, solo il 47% si dice molto o abbastanza soddisfatto degli interventi sulle aree verdi nella propria città. E sul fronte adattamento e mitigazione climatica la soddisfazione scende al 38%.
Il messaggio è abbastanza chiaro: le persone non chiedono solo “più natura” in senso generico. Chiedono città più vivibili e più preparate. Chiedono spazi pubblici che non siano solo superfici da attraversare, ma infrastrutture climatiche diffuse.
La città spugna parte da interventi piccoli, ma non può restare piccola
Un’aiuola drenante non salva da sola un quartiere. Un parco allagabile non basta se nel frattempo si continua a costruire su suoli fragili. Un tetto verde non compensa ettari di nuovo cemento.
Ma il punto è proprio questo: le città spugna funzionano quando tanti interventi piccoli diventano una strategia unica. Depavimentare dove possibile. Recuperare aree dismesse. Aumentare alberature e suoli permeabili. Usare i giardini pubblici come spazi di assorbimento. Progettare piazze e parcheggi perché trattengano l’acqua invece di respingerla.
Le alluvioni in Europa sono già considerate dalla Commissione europea tra i disastri naturali più comuni e costosi, e il rischio è destinato ad aumentare nei prossimi decenni. La gestione del rischio, ricorda Bruxelles, deve puntare anche su una gestione sostenibile dell’acqua e su misure che rafforzino la resilienza della natura e della società agli eventi estremi.
La differenza, allora, sta nel decidere se continuare a trattare l’acqua come un nemico da espellere o come una risorsa da gestire meglio. Perché la città spugna non è una città che promette di non allagarsi mai. È una città che smette di peggiorare il problema ogni volta che piove.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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