Giorgia Meloni al Quirinale dopo Mattarella


I calcoli ormai sono dalla parte di Vannacci, e questi numeri rappresentano un nuovo terremoto che sta agitando i partiti di governo. Con Futuro Nazionale a ridosso o sopra la Lega, il centrodestra si trova alle prese con una analisi di posizionamento non da poco. E mentre in maggioranza, magari a mezza bocca, ci si interroga se parlare o meno con Vannacci, il Generale ha lanciato un’idea che ha l’effetto di una granata: nelle conversazioni riservate con i suoi, Vannacci ha tracciato la rotta per i prossimi anni, tra i punti l’appoggio a Giorgia Meloni come prossima Presidente della Repubblica nel 2029, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella.

Quella che potrebbe sembrare una semplice mossa di cortesia istituzionale o l’ennesima provocazione destinata a spegnersi in pochi giorni in realtà potrebbe essere una manovra politica ed elettorale di rara freddezza tattica.

Il cuore della questione non sta nelle simpatie personali, ma in un meccanismo puramente matematico legato alla nuova legge elettorale in discussione in Parlamento. L’introduzione del premio di maggioranza obbliga le forze politiche alla conta. E il 6 percento di Vannacci oggi è la discriminante tra ottenere il bonus di seggi in Parlamento e la certezza di governare per cinque anni senza il rischio che piccoli partiti interni possano far cadere l’esecutivo ogni mese.
Qui scatta l’allarme che sta facendo fare calcoli su calcoli ai segretari di partito a destra e a sinistra. I sondaggi ufficiali quotano la creatura di Vannacci attorno al 5,6%, ma alcune rilevazioni riservate che circolerebbero in qualche sede di partito la spingono già in doppia cifra: vicino al 10%. Se l’attuale maggioranza si riproponesse agli elettori esattamente con la stessa formazione attuale si fermerebbe a un passo dal 42 percento necessario a vincere il premio di maggioranza. Restare sotto quella soglia significherebbe non avere numeri certi per governare e rischiare il blocco totale del Paese. Quel 5 percento (o 10 percento) nelle mani del Generale, cessa di essere una cifra marginale e diventa moneta di scambio con il centrodestra.

La proposta di mandare l’attuale capo del Governo al Quirinale è un’operazione che si muove contemporaneamente su due binari paralleli. Se da un lato c’è l’aspetto puramente mediatico e di propaganda – offrire il Colle alla Meloni rendendola anche la prima donna Capo dello Stato nella storia d’Italia – dall’altro, Vannacci così si accredita come un interlocutore istituzionale e responsabile, esattamente quello che la sinistra, e anche la destra, cerca di negargli con ogni mezzo, relegandolo a un passeggero fenomeno di costume, un “mal di pancia” dell’elettorato.
Le opposizioni soprattutto, che finora lo hanno dipinto come un estremista radicale da isolare, si troverebbero in enorme difficoltà a contrastare a viso aperto una candidatura istituzionale di quel peso politico.

Dall’altro lato, però, c’è il realismo della plausibilità politica, dove le cose si fanno molto più complicate.
Dietro i sorrisi e le aperture di facciata, la galassia di Vannacci si muove con una doppia anima per la quale, alla facciata di assoluta disponibilità all’alleanza – «La Meloni mi chiami» avrebbe detto – si accompagna la macchina della sua propaganda sui social network fatta di toni durissimi, che arrivano a definire la Meloni stessa “serva di Washington” per le sue posizioni internazionali.
Uno sdoppiamento che rende le trattative reali difficilissime, gli intermediari dei partiti ancora immobili e la diffidenza reciproca che congela ogni accordo formale.

La posizione di Fratelli d’Italia è guidata da un forte pragmatismo, ma è frenata da profonde divisioni interne: un’ala più rigida preferirebbe tenere il Generale fuori dalla coalizione a ogni costo, un’ala più realista starebbe invece studiando un apparentamento tecnico, ovvero un accordo puramente matematico sulla scheda elettorale per sommare i voti e far scattare il premio di maggioranza, ma comunque mettendo subito in chiaro che il movimento di Vannacci non entrerebbe mai nel Governo e non otterrebbe ministeri.

I meloniani hanno, su questo, posto una condizione elementare ma non negoziabile ovvero che FN smetta di votare contro i provvedimenti del Governo in Parlamento.
Ma il muro più alto è quello eretto dalla Lega. Per Matteo Salvini la questione non è solo politica: segretario leghista accusa apertamente l’ex militare di aver sfruttato la candidatura nelle liste della Lega alle scorse elezioni europee per fare il pieno di voti personali e poi, pochi mesi dopo, girare le spalle al partito per fondarne uno proprio. La risposta di via Bellerio è quindi un niet perentorio alle alleanze politiche, motivato anche da fatti concreti, come il voto contrario espresso da Vannacci su riforme chiave della Lega come il Piano Casa. Dal palco di Vicenza, Vannacci ha liquidato la chiusura del suo ex partito con un gelido «ognuno va avanti per la propria strada».

Per Forza Italia la risposta si gioca invece sul terreno dei valori. I vertici del partito e l’area che fa capo alla famiglia Berlusconi considerano le tesi di Futuro Nazionale, specialmente sulla politica estera e sull’isolamento dell’Europa, come l’esatto opposto della propria identità “moderata” e atlantista. Ma anche tra gli azzurri si fa strada il richiamo della foresta della matematica elettorale, forti del ricordo della lezione di Silvio Berlusconi, secondo cui per vincere le elezioni è necessario saper unire sotto lo stesso tetto anime profondamente diverse, mettendo da parte le purezze ideologiche in nome del risultato finale. Il fine giustifica i mezzi, insegnava Machiavelli già nel 1513.

Mentre i partiti di destra litigano su quali formule inventare, pur di creare (e poi gestire) col Generale un’alleanza che non c’è, la sinistra come da copione risponde al problema agitando lo spauracchio del radicalismo, cercando la mobilitazione e tentando di riportare al voto la propria obiettivamente delusa base elettorale.

Una risposta che però rischia di non cogliere la complessità del fenomeno. Perché Vannacci rischia di uscire dai canoni della vecchia destra per diventare un fenomeno virale e trasversale, capace di fare breccia via social persino tra i giovanissimi. La politica si trova così a dover rispondere a una sfida del tutto nuova: non si tratta più solo di decidere se fare o meno un accordo con un nuovo soggetto politico (quella sarebbe ordinaria amministrazione) ma di capire come intercettare un elettorato anti-sistema che non si riconosce più nelle vecchie formule dei partiti e della partitocrazia. E che vede in queste manovre l’unica possibilità di scardinare gli equilibri del potere romano.

Qualcosa di molto simile è accaduto nell’ormai lontano 1992, l’anno in cui è stato scardinato il vecchio sistema dei partiti definito “Prima Repubblica”. Al tempo – quando Vannacci era un giovane ufficiale da poco uscito dall’Accademia di Modena e Matteo Salvini era un attivista alle prime armi – a far saltare il sistema paritocratico allora in vigore – inventandosi un progetto politico a dir poco inaudito — era stato proprio il fondatore della Lega, morto pochi mesi fa: Umberto Bossi.




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 Guglielmo Macavò

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