Per oltre quarant’anni la crescita economica della Cina si è fondata su una strategia relativamente semplice ma estremamente efficace: esportare in modo aggressivo, limitare selettivamente le importazioni e mantenere una politica valutaria in grado di sostenere la competitività della propria industria manifatturiera.
Il regime cinese continua a sostenere che la gestione del renminbi, comunemente noto come yuan, avvenga in modo responsabile e coerente con gli obiettivi di stabilità economica. Tuttavia, per molti osservatori internazionali appare sempre più evidente come la politica valutaria cinese continui a garantire significativi vantaggi alle esportazioni del Paese, contribuendo al tempo stesso ad aggravare gli squilibri economici nelle economie occidentali. La questione, ormai, non è più se la gestione del cambio da parte della Cina influenzi i mercati mondiali, ma fino a quando Stati Uniti ed Europa potranno assorbirne gli effetti.
A differenza del dollaro statunitense o dell’euro, lo yuan non è una valuta pienamente convertibile e liberamente negoziabile sui mercati internazionali. Il suo valore viene gestito dalla Banca Popolare Cinese attraverso un sistema che combina tassi di riferimento giornalieri, controlli sui movimenti di capitale, interventi sul mercato dei cambi e restrizioni ai flussi finanziari internazionali. Questo consente al Partito comunista cinese di influenzare il valore della valuta in misura molto maggiore rispetto a quanto avviene nelle principali economie avanzate.
Di recente il Fondo Monetario Internazionale ha rilevato che il livello relativamente basso dell’inflazione cinese rispetto a quello dei suoi principali partner commerciali ha contribuito a una svalutazione reale dello yuan, favorendo la competitività delle esportazioni e ampliando il surplus delle partite correnti del Paese. Numerosi analisti ritengono inoltre che la valuta cinese continui a essere sottovalutata rispetto ai fondamentali economici della Cina. Secondo una stima di Goldman Sachs, lo yuan potrebbe risultare sottovalutato fino al 25 per cento su base ponderata per il commercio internazionale.
Una valuta più debole rende infatti i prodotti cinesi più economici e competitivi sui mercati esteri, mentre aumenta il costo relativo delle merci importate all’interno della Cina. Il risultato è un ulteriore rafforzamento del modello economico orientato all’export che ha caratterizzato l’ascesa della Repubblica Popolare negli ultimi decenni.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno accumulato per anni consistenti deficit commerciali, mentre la Cina ha registrato surplus di dimensioni eccezionali. Il modello esportatore cinese ha contribuito, secondo molti osservatori, all’indebolimento della base manifatturiera americana e all’aumento della dipendenza degli Stati Uniti dalle catene di approvvigionamento cinesi, in particolare in settori strategici come quello delle terre rare.
Nel 2025 il surplus commerciale cinese nel settore delle merci ha superato i mille miliardi di dollari, un livello senza precedenti nella storia economica contemporanea. Nello stesso periodo Washington ha continuato a registrare deficit commerciali particolarmente elevati.
Ne emerge una dinamica che molti considerano problematica: da una parte gli Stati Uniti consumano, importano e si indebitano; dall’altra la Cina produce, esporta e accumula risparmi. Molti economisti sottolineano correttamente che tali squilibri non dipendono esclusivamente dal tasso di cambio. Tuttavia, uno yuan mantenuto a livelli relativamente bassi contribuisce in modo significativo ad amplificare queste disparità, assicurando agli esportatori cinesi un certo vantaggio competitivo.
Anche l’Europa si trova oggi ad affrontare una situazione analoga. Il rallentamento della domanda interna cinese ha spinto molte imprese del Paese a cercare nuove opportunità di crescita sui mercati esteri. In diverse occasioni, i responsabili politici europei hanno espresso preoccupazione per il rischio che la sovraccapacità produttiva cinese venga riversata sui mercati internazionali, esercitando una forte pressione sulle industrie locali e sull’occupazione.
Le imprese europee si trovano così a competere non soltanto con costi del lavoro inferiori e con il sostegno garantito dallo Stato alle aziende cinesi, ma anche con una valuta che molti analisti continuano a considerare sottovalutata rispetto ai fondamentali dell’economia cinese. Per governi già alle prese con elevati livelli di debito pubblico, deficit fiscali persistenti e una crescita economica modesta, la sfida diventa ancora più complessa.
Parallelamente, Pechino continua a perseguire una strategia di lungo periodo volta a rafforzare il proprio peso nel sistema finanziario internazionale. Sebbene lo yuan non sia collegato all’oro, la Cina ha dedicato anni all’espansione delle proprie riserve ufficiali del metallo prezioso e allo sviluppo delle infrastrutture finanziarie legate al mercato aurifero.
La Banca Popolare Cinese ha incrementato costantemente le riserve ufficiali di oro, raggiungendo livelli record negli ultimi anni. Contestualmente, il regime ha rafforzato il ruolo della Borsa dell’Oro di Shanghai e promosso una serie di iniziative finalizzate ad accrescere l’influenza cinese sul mercato mondiale del metallo giallo.
La dittatura comunista ha inoltre incoraggiato una maggiore diffusione dello yuan nei pagamenti internazionali, negli accordi commerciali e nelle transazioni finanziarie transfrontaliere. Alle imprese cinesi è stato chiesto di privilegiare, ove possibile, operazioni denominate nella valuta nazionale.
L’obiettivo strategico appare evidente: ridurre gradualmente la dipendenza dal sistema finanziario dominato dal dollaro e accrescere la domanda mondiale di attività denominate in yuan. Una strategia che però presenta una contraddizione di fondo.
Da un lato la Cina aspira a trasformare lo yuan in una delle principali valute internazionali; dall’altro intende preservare i vantaggi competitivi derivanti da un tasso di cambio relativamente debole. Due obiettivi incompatibili.
Le principali valute di riserva internazionali si basano infatti su mercati dei capitali aperti e trasparenti, oltre che su elevati livelli di convertibilità. La Cina, invece, continua a mantenere controlli sui movimenti di capitale e un regime valutario fortemente gestito dalle autorità centrali.
Non sorprende quindi che, nonostante anni di sforzi per promuoverne l’internazionalizzazione, lo yuan rappresenti ancora meno del 2 per cento delle riserve valutarie mondiali. Il dollaro statunitense, al contrario, continua a mantenere una posizione dominante, con una quota superiore al 56 per cento.
I vertici cinesi sembrano pienamente consapevoli che il potere economico dipende in ultima analisi anche dal potere monetario. La strategia perseguita da Pechino appare quindi orientata a rafforzare progressivamente il ruolo finanziario della Cina, evitando però le conseguenze economiche che potrebbero derivare da un rapido apprezzamento della valuta nazionale.
Finora gli Stati Uniti e l’Europa hanno mostrato una limitata capacità, o una limitata volontà politica, di contrastare efficacemente la politica valutaria cinese, che secondo molti osservatori rappresenta una minaccia strutturale per la competitività delle economie occidentali.
Ciò che appare evidente è che il regime cinese non sembra intenzionato a rinunciare agli strumenti che hanno sostenuto la sua crescita trainata dalle esportazioni. Mentre Stati Uniti ed Europa devono confrontarsi con debiti elevati, deficit persistenti e un progressivo indebolimento di alcuni comparti industriali, il regime di cambio gestito della Cina continua a rappresentare uno dei principali strumenti della sua strategia economica.
Nell’ambito della crescente competizione geopolitica tra Washington e Pechino, la dittatura cinese continua così a utilizzare il valore relativamente contenuto della propria valuta come leva strategica per influenzare gli equilibri commerciali mondiali, i flussi internazionali di capitale, l’accumulazione di oro e l’espansione della propria influenza monetaria, apparentemente senza doverne sostenere conseguenze significative.
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Redazione ETI/James Gorrie
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