La riforma della caccia e una nuova relazione tra società e natura


La fauna selvatica è un pezzo importante del patrimonio naturale comune.  Ogni scelta che la coinvolge riguarda il modo in cui una società definisce il proprio rapporto con la natura. La questione quindi è più profonda: la fauna va gestita, ma per quale obiettivo?

Il 23 giugno il Senato ha approvato il ddl di riforma della legge dell’ 11 febbraio 1992, n. 157, la normativa che disciplina la protezione della fauna selvatica omeoterma e il prelievo venatorio in Italia. Il provvedimento proseguirà ora il proprio iter alla Camera prima dell’eventuale approvazione definitiva.

La riforma interviene su un ambito particolarmente sensibile, nel quale si intrecciano attività umane, gestione del territorio e tutela della biodiversità. Tra gli elementi più discussi vi sono il rafforzamento del concetto di “gestione attiva” della fauna, il riconoscimento della caccia come “attività funzionale alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi” e l’attribuzione al cacciatore del ruolo di “bioregolatore” nella gestione faunistica.

Non è questa la sede per entrare nel merito degli aspetti tecnici e giuridici della riforma — e, a dirla tutta, non avrei nemmeno le competenze specifiche per farlo — né per valutare gli effetti puntuali che le modifiche potranno produrre sulle specie e sulle popolazioni faunistiche e sugli equilibri ecologici.

Il punto, però, è più ampio: ogni scelta sulla fauna selvatica riguarda il modo in cui una società definisce il proprio rapporto con la natura, stabilisce le proprie priorità e decide quali valori riconoscere agli ecosistemi. La domanda centrale, quindi, non è semplicemente “più o meno caccia?”, ma una questione più profonda: gestione della fauna, ma gestione per quale obiettivo?

La fauna selvatica nella sfida globale della biodiversità

Per rispondere a questa domanda è necessario collocare la gestione della fauna nel contesto più ampio della crisi globale della biodiversità e degli impegni assunti dall’Italia e dall’Unione Europea (Ue) per arrestarne il declino. La fauna selvatica è infatti una componente essenziale della biodiversità e la sua conservazione è parte integrante degli obiettivi definiti, inter alia, dalla Strategia Ue sulla biodiversità per il 2030, dal Regolamento Ue 2024/1991 sul ripristino della natura, dalle Direttive Habitat e Uccelli e dal Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal.

In questo quadro, la gestione della fauna non può essere valutata soltanto attraverso la lente dell’attività venatoria, ma deve essere considerata in relazione alla capacità di mantenere ecosistemi funzionali, resilienti e capaci di continuare a garantire benefici e prosperità alle generazioni presenti e future. Vorrei ricordare a questo proposito che, lo dice il World Economic Forum, gran parte delle attività economiche dipende, direttamente o indirettamente, dalla natura e dai servizi ecosistemici che essa garantisce. In questa prospettiva, la fauna selvatica non può essere considerata soltanto una risorsa da amministrare o una componente funzionale agli interessi umani, siano essi maggioritari o minoritari, ma parte integrante dei sistemi ecologici, con un valore intrinseco, strumentale e relazionale e con un ruolo fondamentale nei processi naturali.

Gestione attiva: ma orientata a quale risultato?

Uno degli elementi centrali del dibattito riguarda il concetto di “gestione attiva” della fauna. La gestione, di per sé, non rappresenta un problema: ecosistemi profondamente modificati dalle attività umane possono richiedere interventi attivi di protezione, ripristino o regolazione per mantenere equilibri ecologici, prevenire impatti negativi o favorire la conservazione delle specie e degli habitat. La questione è però quale sia la finalità che orienta tali interventi. Una gestione coerente con gli obiettivi di conservazione della biodiversità dovrebbe partire dallo stato di conservazione degli habitat, delle specie e delle popolazioni selvatiche, considerando indicatori quali consistenza e andamento delle popolazioni, stato di conservazione, struttura demografica, successo riproduttivo, mortalità, distribuzione, qualità degli habitat, diversità genetica e ruolo ecologico delle specie.

Il rischio evidenziato da alcune organizzazioni scientifiche e ambientaliste è che la gestione possa progressivamente essere definita a partire dalle esigenze dell’attività venatoria, anziché dagli obiettivi generali di conservazione. In questo caso, il pericolo sarebbe quello di confondere lo strumento con il fine.

Il contributo dei cacciatori e il ruolo della conoscenza

Il rapporto tra caccia e conservazione non dovrebbe essere affrontato attraverso una contrapposizione semplificata. Nel rapporto “Sustainable Use of Wild Species”, IPBES, la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, riconosce che gli utilizzatori diretti della natura possono contribuire ai processi di gestione sostenibile, soprattutto quando dispongono di conoscenze locali ed esperienziali maturate attraverso una relazione continuativa con territori, habitat e specie.

Questo riconoscimento, tuttavia, richiede alcune condizioni: la gestione deve essere fondata su una pluralità di conoscenze, sull’utilizzo di dati scientifici indipendenti, sul monitoraggio degli effetti e sulla capacità di correggere le decisioni sulla base delle nuove evidenze, secondo un approccio di gestione adattativa (adaptive management).

La questione, quindi, non è se i cacciatori possano avere un ruolo nella gestione della fauna: in determinati contesti possono certamente contribuire. Il punto decisivo riguarda il quadro nel quale questo ruolo viene esercitato e gli obiettivi ai quali deve rispondere.

La vera sfida della riforma, allora, non sta solo nell’aggiornare le regole della caccia, ma nel mettere in piedi un modo nuovo di stare dentro il rapporto tra società e natura

Una riforma nel quadro degli impegni europei e internazionali

Ogni modifica delle modalità di gestione della fauna selvatica dovrebbe essere valutata anche alla luce dei principi che guidano oggi le politiche ambientali europee e internazionali: principio di precauzione, tutela della biodiversità, mantenimento degli ecosistemi e responsabilità verso le generazioni future.

Questo approccio, peraltro, è coerente anche con la Costituzione italiana. La riforma dell’articolo 9 ha infatti introdotto, accanto alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, la protezione dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Tale principio si integra con l’articolo 117, secondo comma, lettera s), che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema.

La vera sfida della riforma, allora, non sta solo nell’aggiornare le regole della caccia, ma nel mettere in piedi un modo nuovo di stare dentro il rapporto tra società e natura. Un modo che sappia tenere insieme istituzioni, mondo scientifico, enti locali, chi le risorse naturali le usa e le gestisce davvero (gli agricoltori, le imprese forestali), le organizzazioni che si occupano di conservazione e, più in generale, la società civile.

La fauna selvatica, infatti, non è roba di un solo interesse o di una sola parte: è un pezzo importante del patrimonio naturale comune. E allora ogni scelta sulla sua gestione andrebbe sempre riportata a una domanda molto semplice, ma decisiva: questa scelta aiuta davvero a costruire ecosistemi più sani, più resilienti e capaci di reggere nel tempo, sostenendo la biodiversità anche per il futuro?

Ed è qui che torna la domanda iniziale: gestione della fauna, certamente. Ma gestione per quale obiettivo?

La risposta dovrebbe essere il criterio con cui valutare se una riforma è realmente coerente con la direzione indicata dalle strategie europee, dagli accordi multilaterali sulla biodiversità e dalla responsabilità che abbiamo nei confronti della natura e delle generazioni future.

In questa prospettiva, un eventuale ripensamento del percorso riformatore non dovrebbe essere interpretato come una sconfitta politica o come una rinuncia alla necessità di aggiornare gli strumenti di gestione della fauna. Al contrario, potrebbe rappresentare un segnale di responsabilità istituzionale e un’opportunità per costruire un quadro normativo più solido, fondato su basi scientifiche, partecipazione e coerenza con gli impegni europei e internazionali sulla conservazione della biodiversità.

Le grandi trasformazioni ambientali del nostro tempo richiedono infatti capacità di adattamento anche da parte delle politiche pubbliche: non solo decisioni rapide, ma decisioni capaci di integrare nuove esigenze e sfide, conoscenze, valutare gli effetti nel tempo e garantire che gli interessi legittimi del presente non compromettano il patrimonio naturale delle generazioni future.

Per questo il confronto sulla riforma della legge sulla caccia dovrebbe essere considerato non come uno scontro tra categorie contrapposte, ma come l’occasione per definire un modello di gestione della fauna selvatica più moderno, partecipato e orientato alla tutela degli ecosistemi. Una gestione nella quale il successo non sia misurato soltanto dalla capacità di intervenire sulla natura, ma dalla capacità di conservarne la complessità, la resilienza e il valore per la società nel suo insieme.

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Lorenzo Ciccarese

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