A maggio, durante l’incontro con la delegazione americana, Xi Jinping ha nuovamente annunciato, davanti a esponenti politici e dell’imprenditoria statunitensi che la Cina avrebbe continuato ad aprire l’economia e ad accogliere gli investimenti esteri. Pochi giorni dopo, però, Pechino ha cominciato a imporre controlli più severi in ogni settore finanziario e commerciale, restringendo i flussi di capitale in uscita, intensificando la vigilanza sugli investimenti esteri, isolando settori strategici come l’intelligenza artificiale dagli investitori e collaboratori stranieri e limitando ulteriormente il flusso di informazioni a disposizione delle imprese e degli investitori stranieri.
Difficile ignorare la contraddizione: come attrarre capitali stranieri e ripristinare la fiducia degli investitori e contemporaneamente alzare barriere più alte attorno alla propria economia? Potrebbero essere in gioco diversi fattori: debolezza economica strutturale, rivalità geopolitica, preoccupazioni per la sicurezza nazionale e timori crescenti che i vantaggi tecnologici del Paese possano essere erosi dalla fuga di capitali e dall’influenza straniera. La “promessa” del presidente Xi di «aprire ulteriormente» all’imprenditoria straniera stride sempre più con gli sviluppi politici interni al Paese.
L’economia cinese continua ad avere gravi problemi strutturali: domanda interna debole, crisi immobiliare cronica, pressioni sul debito degli enti locali e rallentamento degli investimenti esteri. Da cui la crescente preoccupazione per la fuga di capitali.
Le società di intermediazione cinese stanno limitando fortemente nuovi investimenti internazionali attraverso gli scambi sul rendimento totale, uno strumento utilizzato dagli investitori per ottenere esposizione all’estero, e comunemente considerato un freno alla fuoriuscita di capitali e un rafforzamento del controllo governativo sui flussi finanziari.
La realtà è che il Partito comunista cinese non può garantire la libera circolazione dei capitali e, contemporaneamente, temere la fuga degli stessi.
Altro fattore determinante delle severe chiusure volute da Xi è l’intelligenza artificiale. Non essendo più, chiaramente, un semplice settore commerciale, ma un elemento strategico per la sicurezza nazionale, Pechino ne vede le notevoli applicazioni nella modernizzazione militare, nell’intelligence, nella sorveglianza e nella competitività economica. Gli analisti considerano sempre più la corsa tra Stati Uniti e Cina nell’Ia come una delle principali competizioni geopolitiche del decennio.
Mentre i controlli all’esportazione statunitensi continuano a colpire i semiconduttori avanzati e le tecnologie legate all’Ia, la Cina risponde imponendo restrizioni più severe sui trasferimenti tecnologici, sulla mobilità dei talenti nell’Ia e sul coinvolgimento straniero nei settori sensibili. Le recenti normative conferiscono alle autorità poteri più ampi sugli investimenti all’estero nell’Ia e in altre tecnologie strategiche. Quanto più stretto diventa il controllo del regime cinese, tuttavia, tanto più difficile sarà convincere gli investitori stranieri che il settore tecnologico cinese rimane accessibile e prevedibile.
Risulta evidente, in tutto questo, che per il regime cinese il confronto economico con gli Stati Uniti non sia temporaneo, ma strutturale. Intanto Washington sta incrementando i controlli sull’esportazione, l’individuazione di aziende legate all’esercito e le restrizioni sulle tecnologie avanzate. Recentemente il ministero della Difesa americano ha aggiunto alla lista nera numerose grandi aziende cinesi. Pechino ha reagito imponendo controlli all’esportazione verso aziende americane coinvolte nella difesa, nella ricerca aerospaziale e nelle catene di approvvigionamento delle terre rare.
Un aspetto poco considerato del cambio di rotta di Pechino è la riduzione di trasparenza per gli investitori stranieri: l’informazione è una fonte strategica e, mai come oggi, il suo venir meno rappresenta un grave rischio.
Restrizioni sui dati, standard di rendicontazione più severi, limiti alla condivisione delle informazioni e una maggiore vigilanza sulla due diligence, (verifica approfondita) degli stranieri rendono sempre più difficile per le imprese internazionali valutare i rischi in Cina. Quindi, maggiore incertezza per gli investitori.
La nuova normativa cinese mette sempre più in relazione l’economia con la sicurezza nazionale, imponendo ulteriori oneri di conformità alle multinazionali, per le quali la minore trasparenza si traduce spesso in premi di rischio più elevati e minore entusiasmo per gli investimenti.
Per la dittatura cinese vi è poi il vero, grande problema: mantenere il controllo sul Paese. L’era delle riforme economiche cinesi si ispirava in larga misura sulla liberalizzazione del mercato e sull’integrazione con l’economia mondiale, ma la filosofia del Partito comunista si fonda, da sempre, su armamenti, resilienza, autosufficienza e controllo politico. Questo spiega perché Pechino parli spesso di apertura mentre attua politiche che insistono sulla pervasività del Grande Fratello statale: il controllo ha sempre avuto la precedenza sul massimizzare gli investimenti stranieri.
Se
Pechino continuerà su questa strada, Washington e Bruxelles difficilmente staranno a guardare. Emergono già diverse reazioni: l’Europa decide sempre più per il «de-risking» anziché per il disaccoppiamento. Sebbene i termini differiscano per portata e ritmo, entrambi riflettono lo stesso obiettivo generale: ridurre la dipendenza dalla Cina.
Con questa premessa, non sorprenderebbe vedere ulteriori restrizioni sugli investimenti cinesi, sulle tecnologie critiche e sulle catene di approvvigionamento. Negli Stati Uniti, l’allungamento della lista nera dimostra la crescente volontà di Washington di inquadrare le aziende cinesi come parte del complesso militare-industriale della Cina. Ulteriori classificazioni potrebbero restringere ancor più l’accesso ai contratti governativi americani, agli investimenti e alle partnership.
Il Parlamento americano e le autorità di regolamentazione potrebbero inoltre aumentare la vigilanza sulle aziende cinesi che cercano accesso ai mercati dei capitali statunitensi, con maggiori obblighi di rendicontazione, restrizioni agli investimenti e norme sulla trasparenza.
Evidentemente, la promessa di Xi di maggiore apertura mirava a rassicurare gli investitori internazionali, ma risulta altrettanto chiaro dalle recenti scelte politiche che le sue priorità siano altre, e indicano che la Cina si sta isolando sempre più, piuttosto che integrarsi maggiormente.
L’ironia è che ogni passo compiuto dal regime per rafforzare il controllo può invece accelerare proprio quello che il Partito vuole evitare: man mano che i flussi commerciali e di capitali con la Cina diventano più rischiosi e costosi, i Paesi occidentali sono spinti sempre più a concentrarsi sulla riduzione del rischio connesso agli investimenti esteri, e ad accelerare la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento internazionali lontane dall’economia cinese.
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Redazione ETI/James Gorrie
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