Made in Carcere, una seconda possibilità attraverso lavoro, creatività e inclusione


Da vent’anni porta creatività, bellezza e opportunità di riscatto nei penitenziari, in particolare nel Sud Italia. Luciana Delle Donne, fondatrice e CEO della cooperativa sociale non a scopo di lucro Officina Creativa e Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha fatto del lavoro uno strumento concreto di inclusione e reinserimento. Con il progetto e social brand Made in Carcere, le persone detenute lavorano nei laboratori sartoriali realizzando gadget e capi di abbigliamento, anche attraverso il recupero di tessuti e materiali destinati allo scarto. Una seconda vita per le materie prime che diventa simbolicamente anche una seconda possibilità per le persone.

Immagine gentilmente concessa dalla Fondazione Santo Versace

A Taranto il sostegno della Fondazione Santo Versace

Un ruolo importante in questo percorso è svolto dalla Fondazione Santo Versace, che sostiene l’ampliamento di Made in Carcere nel reparto femminile della Casa Circondariale di Taranto. L’intervento punta da una parte a rendere più dignitosi e accoglienti gli ambienti di lavoro e di colloquio, attraverso nuovi arredi, attrezzature professionali e la cura degli spazi; dall’altra offre alle detenute percorsi di formazione e acquisizione di nuove competenze. Per alcune di loro è prevista una formazione sartoriale specialistica che consente di lavorare ed essere retribuite all’interno del carcere. La collaborazione tra Officina Creativa e Fondazione Santo Versace mostra quanto il sostegno della filantropia possa essere decisivo per trasformare i percorsi di reinserimento in opportunità concrete, soprattutto nelle realtà più difficili del Mezzogiorno.

L’intervista

Lei sostiene da anni che il lavoro è uno degli strumenti più efficaci per ridurre la recidiva. Perché un’occupazione può fare la differenza nel percorso di una persona detenuta?

“Il lavoro, insieme alla creatività e alla possibilità di contribuire al cambiamento attraverso azioni che generano benessere, diventa una vera e propria cura. In carcere significa innanzitutto tornare a sentirsi una persona: poter uscire da quella che viene definita una stanza di pernottamento, ma che nella realtà resta una cella, e iniziare a ricostruire la propria vita e la propria cassetta degli attrezzi. C’è poi un aspetto fondamentale: grazie allo stipendio, le donne detenute possono contribuire al sostentamento delle famiglie che vivono fuori dal carcere. Mediamente ogni donna ha tre figli e possiamo immaginare quanto questo aiuto possa essere prezioso, soprattutto in una realtà difficile come Taranto. È anche un gesto dal forte valore simbolico: una madre continua a prendersi cura dei propri figli attraverso un lavoro onesto. Ho sempre pensato che aiutare queste donne significasse aiutare anche i loro figli a vivere con maggiore dignità il periodo della detenzione e, allo stesso tempo, mandare un messaggio forte alla comunità. Il lavoro in carcere può contribuire a ridurre la recidiva e persino il ricorso ai medicinali, con effetti positivi anche sulla spesa sanitaria. In fondo, come dico sempre, fare del bene fa bene a tutti”.

Immagine gentilmente concessa dalla Fondazione Santo Versace

Il progetto nasce anche dall’idea di “economia rigenerativa” e dal recupero di materiali. Che legame c’è, nella sua visione, tra dare una seconda vita ai tessuti e dare una seconda possibilità alle persone?

“È nato tutto quasi per caso. Vent’anni fa non si percepiva ancora con la stessa forza un’esigenza che oggi, fortunatamente, si è diffusa ed è stata recepita in moltissimi ambiti. Personalmente ho sempre avuto cura e attenzione per le persone e per le cose e, proprio per questo, mi sembrava naturale far incontrare due mondi: quello dell’inclusione sociale e quello dell’impatto ambientale. Da questo incontro nasce anche un forte senso di appartenenza da parte delle donne detenute. Attraverso il recupero delle rimanenze e degli scarti di altri, anche loro si prendono cura di qualcosa. Lo fanno scegliendo i tessuti, lavorando sugli accostamenti cromatici, esprimendo attraverso queste scelte la propria creatività e, in qualche modo, la propria esistenza. È un processo circolare: aiutiamo tutti ad aiutare”.

Quanto pesa il pregiudizio nei confronti di chi esce dal carcere e cerca un’occupazione? Come si può favorire una reale seconda possibilità?

“Quando le persone acquisiscono competenze professionali diventano più consapevoli e orgogliose di ciò che sanno fare. Questo permette loro di affrontare a testa alta il mondo del lavoro. L’esperienza lavorativa insegna molto di più di una singola mansione: permette di acquisire il ritmo del lavoro, il senso di responsabilità, il rispetto dei ruoli. Sono strumenti fondamentali per affrontare le difficoltà che possono presentarsi dopo il carcere. Credo inoltre che, in questi vent’anni, siamo riusciti anche a sdoganare la parola carcere. Abbiamo cercato di mettere costantemente in relazione la realtà penitenziaria con la comunità esterna, contribuendo a rendere più naturale il confronto con chi ha vissuto un’esperienza di detenzione. È anche così che si combatte il pregiudizio e si rende possibile una seconda possibilità reale”.

Che cosa ha rappresentato per voi il sostegno della Fondazione Santo Versace nel rafforzare un percorso che mette al centro il lavoro come strumento di riscatto?

“Sono stati dei fantastici compagni di viaggio, perché hanno condiviso immediatamente la nostra missione. Francesca e Santo, con la loro dolcezza e la loro umiltà, hanno saputo entrare in questo mondo con grande sensibilità, senza lasciare indietro nessuno e mettendosi, come noi, al servizio delle persone più fragili. È stato naturale condividere con loro questi percorsi di reinserimento. A Taranto, in particolare, abbiamo vissuto una bellissima esperienza. Abbiamo arredato i laboratori sartoriali come se fossero una casa, con mobili antichi, tappeti, divani e frigorifero, cercando di ricreare l’atmosfera di una vera Maison”.

Quanto il coinvolgimento della Fondazione Santo Versace ha contribuito a sensibilizzare altre imprese o realtà filantropiche a investire nel lavoro penitenziario?

“Questa domanda tocca una ferita dolorosa, perché in Italia la filantropia è ancora fortemente concentrata al Nord e al Centro, mentre al Sud le risorse destinate al Terzo Settore sono poche. E per portare avanti progetti di questo tipo servono mezzi finanziari importanti, oltre a un’attività sempre più complessa di analisi e misurazione dell’impatto sociale. Santo Versace e Francesca De Stefano sono stati per noi preziosissimi: ci hanno sostenuto nei momenti difficili del Covid e ci hanno aiutato concretamente a realizzare il grande sogno di Taranto. Questa esperienza dimostra quanto sia importante creare reti tra realtà che condividono gli stessi obiettivi. Se vogliamo migliorare le condizioni delle persone più fragili e offrire reali opportunità di reinserimento, dobbiamo unire forze, competenze e progettualità. È anche per questo che con la Fondazione Santo Versace ci siamo trovati subito: condividiamo l’idea di una co-progettazione visionaria, concreta e strategica”.


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Manuela Petrini

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