Le centrali a gas che vogliono costruire gli USA per alimentare l’IA inquineranno quanto l’Australia intera, stimano gli scienziati



L’intelligenza artificiale sembra leggera solo finché resta dentro una schermata. Poi si guarda dietro quel gesto minuscolo e compaiono i capannoni dei data center, i server accesi giorno e notte, l’acqua per raffreddarli, l’elettricità per tenerli vivi. E, sempre più spesso, il gas.

Negli Stati Uniti la fame energetica dell’AI sta spingendo una nuova corsa alle centrali a gas per data center. Secondo un rapporto dell’Environmental Integrity Project, almeno 74 impianti a gas da 100 megawatt o più risultano proposti o già in fase di autorizzazione per fornire energia direttamente ai grandi centri di calcolo. Il numero fa impressione già così. Lo fa ancora di più quando si arriva alla mappa: quasi la metà, 32 centrali, si concentra in Texas.

La formula tecnica è quella degli impianti “behind the meter”, dietro il contatore. In pratica, centrali pensate per servire clienti privati, spesso senza passare dal normale percorso di connessione alla rete elettrica pubblica. Per le aziende significa velocità, controllo, meno attese. Per chi vive vicino agli impianti significa spesso meno tempo per capire cosa sta arrivando, meno spazio per intervenire, meno margine per chiedere conto dell’impatto su aria, rumore, acqua e territorio.

Il lato pesante della nuvola

La parola cloud ha fatto molti danni all’immaginario. Fa pensare a qualcosa che galleggia, che non occupa spazio, che non sporca. I data center, invece, sono luoghi fisici, enormi, energivori. L’AI generativa li sta rendendo ancora più affamati, perché ogni modello addestrato, ogni servizio lanciato, ogni nuova piattaforma richiede potenza di calcolo continua.

Le centrali individuate dal rapporto arriverebbero nel complesso a circa 143 gigawatt di capacità. Le emissioni potenziali sfiorerebbero i 662 milioni di tonnellate di gas serra l’anno, un volume paragonabile alle emissioni annuali di grandi economie come Australia o Francia. Una cifra che porta il discorso fuori dalla retorica dell’innovazione e lo riporta a terra, dove le tonnellate di CO2 non entrano nei comunicati stampa con la stessa eleganza delle promesse sull’efficienza.

La contraddizione non è piccola: una tecnologia raccontata come futuro rischia di farsi alimentare da combustibili del passato. Si parla di modelli sempre più avanzati, strumenti capaci di automatizzare lavori complessi, sistemi che dovrebbero aiutarci a gestire meglio anche la crisi climatica. Poi, per tenerli accesi, si costruiscono nuove centrali fossili.

Le aziende tecnologiche parlano spesso di rinnovabili, acquisti di energia pulita, sistemi di raffreddamento più efficienti, progetti per ridurre il consumo idrico. Tutto questo conta. Però una nuova ondata di gas dedicata ai data center cambia il peso della conversazione. Qui non si tratta solo di ottimizzare l’esistente. Si tratta di produrre altra energia fossile per sostenere una domanda che cresce più in fretta dei tempi della transizione.

Il Texas è il laboratorio della corsa

Il Texas si sta prendendo la parte più ingombrante di questa partita. Una precedente analisi del Texas Tribune aveva già individuato centinaia di progetti legati ai data center nello Stato.   Secondo le stime riportate, le sole centrali texane potrebbero emettere oltre 287 milioni di tonnellate di gas serra ogni anno, quanto decine di milioni di auto a benzina in circolazione per dodici mesi.

A queste emissioni si aggiungerebbero migliaia di tonnellate di particolato fine, ossidi di azoto e composti organici volatili, sostanze associate a problemi respiratori, peggioramento della qualità dell’aria e rischi cardiovascolari. Il problema, per le comunità locali, non resta chiuso dentro la parola clima. Arriva anche sotto forma di aria più pesante, traffico di cantiere, rumore, pressione sulla rete, dubbi sulle bollette. L’energia prodotta può finire dentro un campus digitale privato. Gli effetti, invece, si allargano. L’aria non conosce cancelli aziendali.

Il Texas guida la mappa, però la mappa non si ferma lì. Il rapporto segnala altri impianti nella valle dell’Ohio, con 10 progetti in Ohio, 6 nella Pennsylvania occidentale e 4 in West Virginia. Cambia il cliente finale, cambia il lessico, cambia il logo sulle presentazioni agli investitori, ma la combustione resta combustione.

L’AI corre, le autorizzazioni pure

Il vero nodo sta nella velocità. I grandi impianti che chiedono di connettersi alla rete elettrica pubblica devono affrontare un percorso lungo, fatto di studi, verifiche, pareri, opposizioni, passaggi federali e locali. Gli impianti costruiti per servire direttamente un cliente privato possono muoversi molto più rapidamente. A volte in poche settimane, a volte in pochi mesi.

Questa rapidità viene venduta come efficienza. In parte lo è, dal punto di vista delle aziende. Dal punto di vista pubblico, però, rischia di diventare un modo per spostare decisioni enormi in spazi più opachi. Una centrale a gas costruita per un data center non è un dettaglio tecnico. È un’infrastruttura che modifica consumi, emissioni, territorio e salute delle persone che vivono intorno.

Negli Stati Uniti la costruzione dei data center è ormai entrata nel linguaggio della competizione geopolitica. L’amministrazione Trump ha legato più volte lo sviluppo dell’intelligenza artificiale alla sfida con la Cina, trattando energia, semplificazione autorizzativa e capacità di calcolo come pezzi dello stesso dossier nazionale. Anche l’EPA, l’agenzia federale per la protezione ambientale, ha collegato data center, qualità dell’aria, risorse ed energia in una discussione pubblica ormai sempre più urgente.

Per l’industria tecnologica la richiesta è brutale nella sua semplicità: serve energia subito. Il gas offre una risposta pronta, modulabile, vicina ai siti. Permette di aggirare alcuni colli di bottiglia della rete e di garantire continuità a strutture che non possono permettersi interruzioni. Funziona benissimo per la logica dell’urgenza. Funziona molto peggio per quella della crisi climatica.

Il conto arriva alle comunità

Già a gennaio, Global Energy Monitor segnalava che gli Stati Uniti guidavano la classifica mondiale dei nuovi progetti di centrali a gas, con quasi un quarto della pipeline globale. Più di un terzo della nuova capacità risultava destinata ad alimentare data center on-site, cioè costruiti accanto o vicino ai grandi poli digitali. In Texas, quasi 40 gigawatt della capacità a gas pianificata risultavano legati proprio alla domanda dei data center.

Intanto il consenso pubblico scricchiola. Un sondaggio Gallup del 2026 ha rilevato che sette americani su dieci si opporrebbero alla costruzione di un data center per l’AI nella propria zona. Le preoccupazioni sono molto concrete: consumo di acqua ed energia, rumore, traffico, impatto sul paesaggio, qualità dell’aria, costi indiretti.

È una distanza che si vede bene. Da un lato c’è la narrazione scintillante dell’intelligenza artificiale, dall’altro ci sono persone che guardano un terreno vicino casa e scoprono che lì potrebbe arrivare un’infrastruttura enorme per alimentare server che magari useranno aziende dall’altra parte del Paese.

La domanda diventa scomoda: chi beneficia davvero di questa energia? Chi ne sopporta il peso? I data center servono a un’economia digitale globale. Le centrali, però, stanno in un posto preciso. Le emissioni locali hanno indirizzi, strade, scuole, case vicine. La CO2 si disperde nell’atmosfera, gli ossidi di azoto e il particolato iniziano da qualche parte.

Il futuro non è leggero solo perché è digitale

La crescita dell’AI porta con sé promesse enormi e problemi altrettanto enormi. Non si tratta di fermare la tecnologia, né fingere che i data center possano sparire, ma di decidere con quale energia alimentarli, con quali regole costruirli, con quale trasparenza autorizzarli e con quale rispetto per chi vive nei territori scelti per far correre tutto il resto.

Una transizione digitale che si appoggia a nuove centrali fossili rischia di diventare una strana scorciatoia: più veloce per le aziende, più pesante per il clima, più opaca per le comunità. L’AI potrà anche sembrare immateriale quando risponde da uno schermo. Dietro quello schermo ci sono server. Dietro i server, sempre più spesso, ci sono centrali a gas. A quel punto la nuvola digitale smette di galleggiare. E torna giù, con tutto il suo peso.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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