L’europarlamentare del Partito democratico interviene sul disegno di legge del governo ora in esame alla Camera dei deputati: “Quando Bruxelles segnala possibili violazioni del diritto europeo, un governo responsabile dovrebbe fermarsi, approfondire e correggere il testo”
“Un cambio di paradigma che considero profondamente sbagliato e pericoloso”. Annalisa Corrado, europarlamentare del Partito democratico, delegata al clima, alla conversione ecologica, all’Agenda 2030 e alla green economy, commenta così il Ddl sulla caccia, presentato dal governo, approvato al Senato e ora all’esame della Camera.
Questo Ddl espone a rischi ancora maggiori la fauna selvatica nel nostro Paese. Può spiegarci in sintesi perché?
Il Ddl, in totale assenza della più volte richiesta relazione sulla sua effettiva applicazione e efficacia, modifica profondamente l’impianto della legge 157/1992, spostando il baricentro dalla tutela della fauna selvatica, basato sulla scienza, alla sua “gestione”, considerandola un po’ un problema, un po’ una risorsa da sfruttare, anche in termini commerciali e privatistici. È un cambio di paradigma che considero profondamente sbagliato e pericoloso. La fauna selvatica è un patrimonio indisponibile dello Stato e una componente essenziale degli ecosistemi, non una risorsa da utilizzare e mettere a rischio secondo logiche di breve periodo. Trovo inaccettabile, inoltre, il forte ridimensionamento del ruolo dell’Ispra che è l’istituzione pubblica scientifica chiamata a garantire che le decisioni siano fondate su dati e conoscenze, non su interessi di parte. La biodiversità non è un lusso né un tema per addetti ai lavori: è ciò che mantiene in equilibrio gli ecosistemi da cui dipendono la qualità dell’acqua, la fertilità dei suoli, l’impollinazione, la produzione agricola e, in ultima analisi, anche la nostra salute. Indebolire la tutela della fauna selvatica significa rendere i nostri territori meno resilienti proprio mentre cambiamenti climatici e perdita di biodiversità stanno già mettendo sotto pressione gli ecosistemi.
A metà dicembre la Commissione europea aveva evidenziato diversi possibili conflitti con il diritto comunitario, in particolare con la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat. Questo monito da Bruxelles servirà per frenare l’azione del governo?
La lettera della Commissione europea è un fatto politico e istituzionale molto serio. Evidenzia una forte preoccupazione per possibili profili di incompatibilità del Ddl con la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat, in particolare per quanto riguarda la tutela delle specie durante i periodi di migrazione e riproduzione. È grave che questi rilievi non siano stati messi al centro del dibattito parlamentare, anzi, siano stati nascosti. Quando Bruxelles segnala possibili violazioni del diritto europeo, un governo responsabile dovrebbe fermarsi, approfondire e correggere il testo. Andare avanti senza affrontare queste criticità significa esporre l’Italia al rischio di procedure di infrazione, con conseguenze che ricadrebbero sull’intero Paese. Mi auguro che alla Camera prevalga il senso di responsabilità e che il Parlamento scelga di correggere un testo che presenta criticità tanto evidenti. Anche la Commissione europea ha confermato di seguire con attenzione l’evoluzione del provvedimento: è un’ulteriore ragione per affrontare questo passaggio con il massimo rigore istituzionale e nel pieno rispetto del diritto europeo.
Questo Ddl punta a modificare in modo radicale la normativa 157/92 che da decenni sul tema caccia garantisce un equilibrio fondamentale tra sviluppo sostenibile, difesa della fauna e del territorio e attività venatorie. Perché è fondamentale salvaguardare lo spirito di questa normativa?
La legge 157 del 1992 rappresenta ancora oggi un punto di equilibrio importante tra tutela della fauna selvatica, attività agricole, attività venatoria e interesse pubblico. Il suo principio fondamentale è che la fauna selvatica appartiene a tutti i cittadini ed è tutelata nell’interesse della collettività; la caccia costituisce un’attività consentita entro limiti rigorosi, non il contrario. Quel principio è ancora attuale. Oggi, di fronte alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità, dovremmo rafforzare il ruolo della scienza e di una gestione responsabile della fauna, non indebolirli. Difendere lo spirito della legge 157 significa proprio questo: aggiornare gli strumenti quando serve, senza rinunciare all’equilibrio che la rende un punto di riferimento da oltre trent’anni. Non possiamo affrontare la crisi della biodiversità con strumenti che appartengono al passato. Oggi la gestione della fauna deve essere sempre più scientifica, trasparente e orientata all’interesse generale. La stragrande maggioranza delle persone lo ha capito benissimo, come dimostra anche la grande mobilitazione di associazioni, società civile, intellettuali e personalità del mondo della cultura e delle arti amatissime come Alessandro Gassmann, Giorgia, Licia Coló. Questa mobilitazione non ha lasciato indifferente nemmeno parte della destra più vicina al mondo animalista.
Estendendo le aree in cui si potrà cacciare e allungando i calendari della stagione venatoria questo Ddl rischia di configurarsi come una minaccia per lo sviluppo del settore agricolo. È uno scenario reale?
Sì, è un rischio concreto ma per una ragione più ampia. Agricoltura e tutela della biodiversità non sono interessi in contrapposizione: sono due facce della stessa medaglia. Ecosistemi sani garantiscono impollinazione, fertilità dei suoli, controllo naturale dei parassiti e una maggiore capacità di adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici. Anche la gestione della fauna selvatica richiede pianificazione, monitoraggi costanti e interventi mirati. Pensare di affrontare problemi complessi, come il contenimento degli ungulati, semplicemente aumentando tempi e aree di caccia significa proporre una risposta semplicistica a una questione che richiede invece strumenti diversificati, prevenzione, coinvolgimento degli agricoltori e una programmazione seria.
Ci sono buone pratiche nell’Ue da cui l’Italia dovrebbe prendere esempio piuttosto che insistere su questo Ddl?
Più che guardare a un singolo Paese, dovremmo guardare al metodo che l’Unione Europea sta promuovendo. Le esperienze più avanzate hanno un elemento in comune: le decisioni sono costruite sulla base delle conoscenze scientifiche, del monitoraggio delle popolazioni selvatiche e del confronto tra istituzioni, mondo agricolo, comunità scientifica e associazioni. È questa la direzione indicata anche dall’approccio One Health che riconosce quanto la salute degli ecosistemi, quella animale e quella umana siano strettamente connesse. L’Italia dovrebbe essere protagonista di questo percorso, non rischiare di allontanarsene con una riforma che solleva dubbi di compatibilità con il diritto europeo. La tutela della biodiversità non è un vincolo allo sviluppo: è una condizione indispensabile per garantire un futuro sostenibile ai nostri territori, all’agricoltura e alle prossime generazioni. A patto che si faccia sul serio e che si smetta con la pratica miope di cercare nemici “semplici” per problemi complessi e si decida di mettere risorse – di personale ed economiche – per finanziare le pratiche che funzionano davvero.
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Ddl caccia, Annalisa Corrado: “Indebolire la tutela della fauna selvatica significa rendere i nostri territori meno resilienti”
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L’europarlamentare del Partito democratico interviene sul disegno di legge del governo ora in esame alla Camera dei deputati: “Quando Bruxelles segnala possibili violazioni del diritto europeo, un governo responsabile dovrebbe fermarsi, approfondire e correggere il testo”
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Rocco Bellantone
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