Perché la montagna ha bisogno delle donne


Il tasso di mascolinità della montagna friulana supera di 3,5 punti la media regionale e di 6,5 quella delle città capoluogo. È uno dei risultati più significativi di una ricerca presentata lo scorso 12 settembre a Malborghetto. Il dato sposta l’attenzione dal semplice spopolamento a chi abita oggi questi territori e a chi invece li ha lasciati.

Per capire che cosa dica del futuro delle terre alte, ne abbiamo parlato con uno degli autori, Paolo Ermano – docente di Economia all’Università di Udine – che insieme ad Alessio Fornasin, docente di Demografia nello stesso ateneo, ha scritto La montagna friulana tra crisi demografica ed ipotesi di ripresa , pubblicato nella collana Cantiere Friuli.

Professore, partiamo proprio dalla vostra ricerca, da cui emerge uno squilibrio tra uomini e donne che va oltre il semplice calo demografico. Può inquadrare il fenomeno?

«La montagna friulana ha seguito un percorso non molto diverso da quello di altre aree alpine italiane. Lo spopolamento è iniziato tra Ottocento e primo Novecento ed è ripreso con grande vigore dopo la Seconda guerra mondiale. Il movimento era soprattutto verso la pianura, dove c’erano industrie e fabbriche: una storia già ampiamente nota. Quando abbiamo avviato l’analisi, considerando i dati censuari dall’inizio del nuovo millennio, ci siamo trovati davanti una montagna già in sofferenza. È un punto importante, perché il lavoro parte da questa prospettiva. Il secondo punto è che negli ultimi anni sono usciti diversi studi, penso a quelli dell’Uncem e di altri soggetti, in cui si osserva un piccolo cambiamento demografico nelle montagne italiane, anche in area appenninica: storie di persone che tornano a vivere in montagna, spesso nate in città e trasferitesi per ragioni diverse. Ci interessava capire se fosse un fenomeno reale e trasversale oppure, come spesso accade, l’effetto di scegliere il comune con la dinamica positiva e raccontarne la storia come se fosse comune a tutti. Da questi due elementi, una montagna in sofferenza e un apparente trend di recupero, abbiamo deciso di guardare più a fondo. Lo abbiamo fatto in un modo poco comune in questo tipo di lavori: non abbiamo valutato la montagna in sé, ma in termini comparati, rispetto agli altri territori della regione. Abbiamo distinto quattro ambiti: l’area montana, l’area non montana ma rurale, le quattro città della regione e l’intero Friuli Venezia Giulia. Ci interessava soprattutto il confronto con le aree rurali di pianura, per capire se ci fosse una differenza tra le dinamiche montane e quelle della campagna. L’ipotesi di fondo era che i territori capaci di contenere l’invecchiamento, o di avere dinamiche positive, dovessero essere le città e le zone attorno ad esse. Sono le più densamente popolate, dove si creano economie di densità e di scala che attenuano i problemi demografici».

Alla fine che cosa è emerso?

«Innanzitutto che vivere in montagna non garantisce una vita più lunga, contrariamente a un luogo comune molto diffuso: l’ambiente è più pulito, l’aria più sana, la vita più calma. Abbiamo misurato l’aspettativa di vita a 65 anni, ormai la misura standard, perché per fortuna più o meno tutti ci arrivano. La montagna friulana perdeva circa due anni rispetto alla pianura, su un’aspettativa poco inferiore ai vent’anni. Un ambiente più sano e meno inquinato non basta a compensare altre dinamiche, soprattutto socioculturali. Penso alla solitudine, alle abitudini alimentari e sociali meno salutari, alla distanza dai principali poli ospedalieri, che comporta ritardi nelle diagnosi e nelle cure. Quindi, prima di tutto, in montagna si muore prima. È un dato inatteso, ma facilmente osservabile: i dati pubblici sono quelli dell’Istat. Finora era mancata la volontà di andare a guardarli e di confrontarli con il resto del territorio. Se si considera solo la montagna, l’aspettativa di vita è sempre aumentata, ma è cresciuta molto meno che altrove, e alla fine una differenza rimane».

E invece il secondo elemento?

«È legato al primo ed è la mascolinizzazione».

Che cosa si intende, in demografia, con questo termine?

«È un fenomeno noto, accertato e trasversale a tutti i territori del mondo, anche in una prospettiva storica. Alla nascita vengono al mondo di solito tra 104 e 107 maschi ogni 100 femmine. La maggiore numerosità maschile è un fattore puramente biologico. In passato si scontrava però con il fatto che i maschi morivano prima, per le guerre e per lavori più pericolosi: l’uomo lavorava nei campi, la donna stava in casa, dove era più difficile avere un incidente. Così, dopo una certa età, le donne iniziano a superare in numero gli uomini. È un dato strutturale della popolazione. In montagna questo fenomeno c’è, ma arriva molto tardi. La popolazione femminile supera quella maschile solo dopo i 75 anni, mentre in pianura e nelle città il sorpasso avviene prima dei 65. Inoltre, tra i 20 e i 30 anni la proporzione di maschi sulle femmine è più alta in montagna che in pianura e i dati sui movimenti ci dicono che le ragazze vanno via a vent’anni. Parlo di medie, non tutte fanno questa scelta. Ma nei grandi numeri la popolazione femminile tende a emigrare più facilmente dalla montagna, e da diversi decenni: in parte verso la città, in parte altrove, anche all’estero».

Perché sono soprattutto le giovani donne ad andarsene?

«Perché la popolazione femminile tende a essere più istruita di quella maschile e quindi giustamente aspira a lavori più articolati, complessi e prestigiosi. Inoltre le donne sono impiegate soprattutto nel terziario più che nel secondario o nel primario: pensiamo a ospedali, scuole, pubblica amministrazione, per fare tre esempi, ma anche al settore della cura. In montagna, quando la popolazione cala, le prime attività a scomparire sono proprio quelle del terziario. Se una vallata perde abitanti e il tribunale chiude, vanno via avvocati, cancellieri, giudici, magistrati: ambiti in cui la componente femminile è preponderante. Nell’avvocatura, per esempio, ci sono più donne che uomini. Un territorio che si spopola rapidamente vede poi ridimensionato, se non chiuso, l’ospedale, altro settore a forte presenza femminile. In una zona con grandi distanze e bassa densità si contrae anche la rete scolastica: chiudono le scuole medie, si riducono le classi delle elementari o degli asili. Sono posti di lavoro che vanno prevalentemente a donne. Da ultimo chiudono i negozi e le attività commerciali, dove la presenza femminile è pure superiore. Gli sbocchi professionali a maggiore incidenza femminile tendono dunque a contrarsi in montagna, mentre l’agricoltura e la manifattura si contraggono meno».

Quali conseguenze ha questo squilibrio sulle comunità?

«Le ragazze vanno via a vent’anni e rimangono i maschi, che hanno però meno probabilità di incontrare una compagna: ci sono meno possibilità di formare coppie. Questo porta a una riduzione dei tassi di natalità. Se si formano meno coppie nascono meno figli e, se le persone disponibili sono poche, i figli saranno pochi anche con la migliore volontà. In più, l’assenza di donne ha effetti sociali molto pesanti, a cui si presta poca attenzione. Noi maschi siamo meno attenti alla nostra salute e a quella della comunità, meno pro-sociali. Magari andiamo al bar o facciamo attività sportive, ma meno spesso svolgiamo il lavoro nelle associazioni che organizzano attività di sostegno e di supporto ad altre persone. Lo fanno di più le donne, almeno in questo territorio, ma penso sia una situazione abbastanza trasversale. I maschi tendono quindi a occuparsi meno di sé e meno degli altri. I paesi con molti maschi iniziano ad avere criticità sociali fortissime: gli uomini soli mangiano peggio, abusano di più di alcol, fumano di più. Abbiamo osservato anche un aumento delle famiglie monocomponenti, cioè di persone sole che sono maschi. In montagna la quota è molto elevata, anche se non è la più alta, perché il primato spetta alla città. Lì però si tratta perlopiù di giovani di 20-25 anni che hanno lasciato la famiglia d’origine, hanno preso un appartamento e aspettano di formare eventualmente una famiglia. In montagna la quota di giovani soli è molto bassa: la famiglia monocomponente è soprattutto quella di anziani soli, spesso maschi. E questo comporta una serie di problemi sociali e sanitari importanti».

I servizi sono pronti ad affrontare questa situazione?

Su questo abbiamo una risposta molto debole. Parlo della mia regione, il Friuli: i sistemi di monitoraggio e di attenzione sui territori sono pensati per una popolazione “normale”, non per un contesto con una forte presenza di maschi soli, che in un certo senso bisogna andare a prendere per portarli anche solo a una visita ospedaliera. Il sistema è stato concepito vent’anni, trent’anni, quarant’anni fa, per una realtà diversa, ed è oggi inadeguato».

Dunque quali condizioni servirebbero per rendere la montagna a misura di donna?

«È una bella domanda, e il tema è complesso. Si potrebbe dire: riportiamo il terziario, le scuole, gli ospedali, i tribunali, i centri di ricerca. Ma servirebbe un budget illimitato. Si potrebbe fare, per carità, ma non è una strada percorribile. Potrebbero esserci delle dinamiche naturali, anche se naturale non è: penso al riscaldamento climatico, che forse potrebbe favorire un parziale recupero delle aree montane. Probabilmente però a recuperare saranno quelle più prossime all’area urbana. Posso permettermi di vivere in montagna in cerca del fresco purché riesca a raggiungere il luogo di lavoro in città. Ma non andrò nella montagna più interna, perché mi toccherebbe un pendolarismo pesante: cercherei di ridurre comunque al minimo la distanza».

Su quali leve si può quindi agire?

«Si può ragionare di sviluppo per la popolazione femminile nelle aree montane che conservano ancora un po’ di manifattura. Lo Stato e gli enti pubblici potrebbero poi investire risorse per potenziare o mantenere i presìdi dei servizi della pubblica amministrazione, e questo può aiutare a mantenere la presenza femminile. Più di questo non si può fare, a meno di inventare nuove strategie, cioè di cambiare lo scenario. Per esempio, tutto ciò che è montagna diventa zona franca, a tassazione zero, con condizioni per un rilancio incentivato dell’industria e dell’economia. Sarebbero importanti anche bonus e servizi per chi vive in montagna. Va garantito, almeno in alcuni punti, che la scuola e l’asilo non chiuderanno, così che una famiglia che si trasferisce in un paese vicino a queste strutture non si trovi a un certo punto a doversi spostare perché il figlio di otto anni ha visto chiudere la scuola per mancanza di numeri. Assicurare questa stabilità è fondamentale».

Si discute magari anche di soluzioni più innovative?

«In Friuli sta maturando un dibattito sull’idea di prendere alcuni paesi della zona montana, quelli più in difficoltà per le pressioni demografiche, e trasformarli in RSA diffuse. Invece di concentrare le persone in un unico punto, si porterebbero in montagna quelle autosufficienti, questo creerebbe lavoro e opportunità. Però è un modello che in Italia non esiste e non è detto che venga accettato. Non è facile trovare una soluzione. Partire dalla consapevolezza che il tema centrale riguarda forse più la popolazione femminile che quella maschile è già un passo avanti».

Oltre alle opportunità professionali, pesano anche la mancanza di stimoli culturali e aggregativi? Fanno parte dei motivi che spingono ad andarsene?

«Non credo che incidano troppo, ma qui vado più sull’aneddotica: non ho una valutazione tecnico-scientifica. Da quanto ho letto non è un fattore determinante, o perlomeno lo era trenta, quaranta, cinquant’anni fa. Nel 2026 gli stimoli culturali di un cittadino non sono più tanto diversi da quelli di chi vive in montagna. La presenza fisica a teatro conta, ma la maggior parte delle persone oggi trova i propri stimoli con internet, che arriva anche in montagna. Si può vivere in un paesino a 1.500 metri, con la neve e la tempesta che impediscono di muoversi, e avere comunque Netflix a casa. Certo, non è la stessa cosa che andare al cinema in città, perché significa anche avere una relazione con altre persone: gli eventi culturali sono anche elementi aggregativi. Ma la componente di stimolo culturale oggi si ottiene a distanza: si accede a intere biblioteche, a qualsiasi libro con gli ebook, e si può far arrivare a casa qualunque oggetto con un acquisto online. Molti vincoli dell’offerta di servizi sono per fortuna allentati dalle tecnologie».

Può avere un ruolo anche il lavoro da remoto?

«Spero che in Italia si diffonda un po’ di più lo smart working, che per alcuni settori potrebbe essere un’opportunità interessante per andare a vivere in montagna. Se devo andare in ufficio un giorno a settimana e ho la montagna vicina, questo può spingermi ad andare un po’ più lontano, soprattutto se fa caldo. Se devo farlo ogni giorno, è meglio stare in città. Molti lavori, soprattutto nel terziario, potrebbero idealmente essere svolti da remoto; che poi si voglia farlo è un altro discorso. Potrebbe essere un modo per liberare quelle energie che portano le persone dalla città alla montagna.

L’archeo-antropologa Anna Rizzo, che lavora da anni in Abruzzo, in un’intervista a Orticalab sottolineava il peso di una tradizione di misoginia nei piccoli paesi: una donna che vive sola o che fa una scelta diversa dallo schema tradizionale viene guardata con giudizio rispetto alla città, e mancano spazi di affermazione professionale e di rappresentanza politica. È d’accordo?

«In parte sì, ma direi che questa è anche una delle differenze tra Nord e Sud. La montagna che conosco io è oggettivamente una montagna maschile, penso al bar frequentato da uomini. Però nel paese d’origine dei miei genitori, in montagna, è venuta a vivere una signora romana, poco dopo la pensione. È diventata la “capa” del paese: organizza le attività, i tornei, coinvolge gli anziani, è diventata un piccolo punto di riferimento per tutti. È vero che era una donna matura, e probabilmente il senso della frase dell’antropologa non riguardava questo tipo di persone, ma l’idea moderna di affermazione femminile, che ha a che fare con l’affermazione lavorativa e professionale e non solo familiare, pone un problema di opportunità, più che il fatto che una donna sola sia vista male. Potranno esserci ancora sacche di pregiudizio, soprattutto nella parte più anziana della popolazione. Ma se arrivano giovani e ragazze qui, sono benedette. Le coppie che oggi si trasferiscono in montagna, e non so da voi, ma da noi lo vedo, tendono a essere persone che fanno imprenditoria, che si creano da sole la propria occupazione. Non cercano un lavoro da dipendente: aprono un’azienda agricola, un locale, un’attività artigiana. Persone che si creano da sole l’offerta produttiva».

Eppure oarlare delle donne come leva di ripopolamento rischia di considerarle solo in funzione della natalità. Come si tiene invece al centro la loro autonomia di lavoratrici e di abitanti della montagna?

«Il focus sulle donne come generatrici di vita non era al centro del nostro lavoro. Tuttavia è il lavoro di un demografo e di un economista, con un taglio demografico, e in demografia le donne sono generatrici di vita: non possiamo eludere il tema. Il declino demografico è un fenomeno di invecchiamento legato all’assenza di nascite, quindi di generazione di nuove vite. Mi sembra evidente che sia la ricerca scientifica sia il dibattito pubblico, più recente e più strutturato su questi temi, riconoscano che serve una convergenza dei due poli. Occorre prestare attenzione alle esigenze delle ragazze e delle donne in generale, perché altrimenti non ci saranno nuove nascite. Ma proprio per questo non si possono trattare come macchine da figli, come è stato detto, non molto tempo fa mi pare, in qualche ambiente».

Che cosa significa, concretamente, evitare questo rischio?

«Bisognerebbe cambiare, per esempio, la legislazione sui congedi parentali, e questo coinvolge anche gli uomini: non sta a casa solo la madre. È quindi un’azione trasformativa che riguarda i maschi, per cui le regole del lavoro devono arrivare a un punto di equilibrio in cui ciò che si favorisce e si tutela è il tempo di vita delle famiglie, che non riguarda solo il tempo di vita delle donne. Altrimenti si ripropone il meccanismo della generazione dei nostri genitori, in cui le donne erano tutte a casa e questo non funziona più. Credo che anche il dibattito sull’affermazione femminile manchi un po’ di questo aspetto, la generazione di vita: l’affermazione è quasi sempre solo professionale e valoriale. La comprendo, come risposta alla gabbia in cui le donne sono state rinchiuse per secoli, se non per millenni. Ma secondo me un discorso maturo oggi deve tenere in piedi entrambe le dimensioni».




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