E ora? Con il passare dei giorni nella maggioranza si fa strada l’amara consapevolezza che nell’ultima legge di Bilancio prima delle elezioni non ci sarà spazio per esercizi di fantasia. Oggi riaprono i mercati e la speranza di tutti è che i rendimenti dei titoli di Stato a dieci anni – già a livelli di guardia al 4,6 per cento – non subiscano ulteriori scossoni. Ipotizzando una manovra attorno ai trenta miliardi di euro – forse qualcosa di meno -, metà arriveranno dallo scostamento autorizzato dalla Commissione europea per difesa ed energia. Ma in entrambi i casi si tratta di spese vincolate alle regole comunitarie, e solo nel caso dell’energia spendibili davanti agli elettori. La maggioranza può discutere essenzialmente sui restanti 14-15 miliardi, i quali – ecco l’altro ostacolo – andranno finanziati con entrate certe fino all’ultimo euro, a meno che nel frattempo – e questa è la speranza di Giorgia Meloni – Bruxelles non conceda un ulteriore margine di flessibilità in nome della fiammata inflazionistica. Quale che sarà l’esito di questa partita – tuttora in bilico – il deficit per il 2027 non potrà superare in nessun modo il 3,4 per cento.
E dunque, che fare? Il partito della premier ha già fatto sapere che occorrerà fare poche scelte, e oculate. Il responsabile economico di Fratelli d’Italia Marco Osnato, che è anche presidente della commissione Finanze della Camera, detta la linea in poche righe: «La priorità è il potere d’acquisto delle famiglie attraverso la leva fiscale e la competitività delle imprese, in questo caso con strumenti già sperimentati». Osnato allude essenzialmente a tre misure, quelle che potrebbero rivelarsi le più costose: la riduzione dell’aliquota Irpef al 33 per cento per i redditi a partire dai cinquantamila euro, il rifinanziamento degli sgravi per gli investimenti delle imprese, l’introduzione di una cedolare al 5 o 10 per cento per gli affitti a lungo termine.
Quest’ultima è una proposta di Maurizio Lupi di Noi Moderati, salita rapidamente nella lista delle priorità dopo le immagini delle proteste di questi giorni in Spagna. Da tempo il governo cerca soluzioni per calmierare il costo delle case a famiglie e studenti nelle grandi città, dove l’offerta abitativa è minacciata dall’esplodere dei bed and breakfast. Si tratta di una misura potenzialmente costosissima. I dati più recenti dello scorso luglio e relativi alle dichiarazioni del 2025 registravano un calo complessivo del gettito del 2,2 per cento a 4,69 miliardi. Era da tredici anni che quella voce dell’erario segnava il più. E la ragione dell’inversione di tendenza è quella accennata sopra: sempre più proprietari scelgono di affittare case vacanze, anche a costo di pagare un’aliquota più alta, al 21 per cento della locazione se si tratta di un solo immobile o al 26, a partire dal secondo. Oggi la tassa piatta al dieci per cento si applica solo per gli immobili a canone concordato, e da tempo Confedilizia propone di allargarla. Di tutte le tasse piatte introdotte in questi anni, è l’unica che potrebbe effettivamente avvantaggiare le famiglie in difficoltà, quelle troppo “ricche” per accedere ai (pochi) immobili pubblici, troppo “povere” per permettersi una casa a prezzo di mercato. Il piano del governo per aumentare l’offerta di case a canoni calmierati è avviato, ma prima di vederne i risultati passeranno anni.
Poi c’è la questione dell’innalzamento da cinquanta a sessantamila euro della soglia oltre la quale far scattare l’aliquota Irpef al 43 per cento. Questa è una misura che appare ormai certa, resta da capire se la riduzione dell’aliquota verrà applicata a tutti i redditi, o se invece verrà sterilizzata oltre una certa soglia. Secondo il responsabile economico del Pd Antonio Misiani finirà per valere più o meno quel che porterà via alle famiglie il drenaggio fiscale, ovvero la perdita di potere d’acquisto a causa dell’inflazione. La terza voce incomprimibile per il governo sono gli aiuti alle imprese, le quali lamentano da mesi le conseguenze del caro energia: fin qui la misura è stata finanziata con le risorse europee del Pnrr in via di esaurimento.
Che fare col resto? Come finanziare ad esempio la conferma della detassazione degli aumenti contrattuali? Che fare della richiesta della Lega di intervenire sulle pensioni o dell’aumento a centomila euro della soglia per la tassa al 15 per cento degli autonomi? Banche e società energetiche daranno un contributo alla manovra?
Con il passare dei giorni la margherita si sfoglia, anche perché ciascuna spesa dovrà trovare copertura. La preoccupazione di Giorgetti per il contesto internazionale si potrebbe trasformare nella forza necessaria a tenere a bada le richieste. La flessibilità concessa dall’Europa – ma vincolata a interventi specifici – aiuterà ad indorare la pillola. Nella relazione al Parlamento sul Documento programmatico di finanza pubblica si elencano già le richieste. La più popolare dovrebbe essere la reintroduzione dell’ecobonus al 65 per cento per l’efficientamento energetico degli immobili: oggi è al 50 per cento sulle prime case, al 36 per le seconde. Sulla testa degli italiani presto o tardi arriverà la direttiva europea sulle case green, che si scoprirà essere inapplicabile.
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