Da una parete rocciosa del deserto del Gobi spuntava una superficie liscia e arrotondata, simile a una pietra levigata. Sotto quella piccola porzione d’osso si nascondeva uno dei fossili più importanti mai trovati per ricostruire la storia dei dinosauri con la testa a cupola.
La nuova specie si chiama Zavacephale rinpoche e visse nell’attuale Mongolia circa 108 milioni di anni fa, durante il Cretaceo inferiore. Il suo scheletro rappresenta il pachicefalosauro più antico e completo conosciuto finora e anticipa di almeno 14 milioni di anni le prove fossili certe della comparsa della caratteristica cupola cranica.
Il ritrovamento è stato descritto sulla rivista scientifica Nature da un gruppo internazionale di ricercatori guidato dal paleontologo mongolo Tsogtbaatar Chinzorig, dell’Accademia mongola delle Scienze e della North Carolina State University.
Un dinosauro grande quanto un cane
L’esemplare era ancora giovane quando morì. Misurava meno di un metro dalla testa alla coda e aveva quindi dimensioni paragonabili a quelle di un cane di piccola taglia. Camminava su due zampe, possedeva arti anteriori corti e si nutriva probabilmente di vegetali.
Il paragone con un Tyrannosaurus rex in miniatura, suggerito dalla forma generale del corpo, rischia però di confondere animali molto diversi. Il T. rex apparteneva al gruppo dei teropodi carnivori e comparve decine di milioni di anni più tardi. Zavacephale era invece un piccolo dinosauro erbivoro appartenente ai pachicefalosauri.
Questi animali sono conosciuti soprattutto per il tetto cranico molto spesso, formato dall’espansione delle ossa frontali e parietali. Nelle specie di maggiori dimensioni vissute verso la fine del Cretaceo, la cupola poteva raggiungere spessori considerevoli. Il cranio del piccolo Zavacephale era naturalmente più minuto, anche se la struttura arrotondata risultava già chiaramente riconoscibile.
Il fossile proviene dalla Formazione Khuren Dukh, nel bacino orientale del Gobi. Oggi la zona appare arida e severa, mentre nel Cretaceo era una valle attraversata da corsi d’acqua, con laghi, vegetazione e pareti rocciose. Sedimenti fini ricoprirono il corpo dell’animale e conservarono una quantità di ossa rarissima per questo gruppo.
Lo scheletro più completo mai trovato
Gran parte delle conoscenze sui pachicefalosauri deriva da frammenti di cranio. Le loro cupole erano robuste e avevano maggiori probabilità di fossilizzarsi, mentre le ossa più leggere del corpo potevano disperdersi, deteriorarsi o essere trascinate lontano. Con Zavacephale rinpoche è accaduto qualcosa di molto diverso. Il reperto conserva il cranio, numerose vertebre, la scapola, l’omero, parti delle zampe anteriori, il bacino, il femore, la tibia, una lunga sezione articolata della coda e altri elementi dello scheletro.
Sono state recuperate anche le ossa delle mani, mai documentate prima con questa precisione in un pachicefalosauro. Il fossile offre quindi ai paleontologi la possibilità di studiare l’intero animale, andando molto oltre la cupola che lo rende immediatamente riconoscibile.
Accanto alle ossa sono comparsi anche alcuni gastroliti, piccole pietre ingerite. Diversi dinosauri erbivori e alcuni animali attuali le utilizzano per contribuire alla triturazione del cibo all’interno dell’apparato digerente. È la prima volta che simili pietre vengono trovate direttamente associate allo scheletro di un pachicefalosauro.
Il reperto permette così di collegare anatomia, alimentazione, età e sviluppo cranico nello stesso individuo. Una circostanza particolarmente preziosa per una famiglia di dinosauri conosciuta spesso attraverso fossili isolati e difficili da confrontare.
La cupola cresceva prima del resto del corpo
I ricercatori hanno esaminato sezioni sottilissime della tibia e del tetto cranico. La struttura interna delle ossa e i segni lasciati dalla crescita indicano che l’esemplare era ancora immaturo e non aveva raggiunto le dimensioni definitive.
La sua cupola, però, era già ben sviluppata. Secondo lo studio pubblicato su Nature, la formazione della struttura cranica iniziava soprattutto dall’osso frontale, mentre le aperture poste nella parte posteriore del cranio, chiamate finestre sopratemporali, rimanevano ancora aperte.
Lo schema ricorda quello ricostruito negli esemplari giovani di pachicefalosauri vissuti durante il Cretaceo superiore. La scoperta suggerisce quindi che questa modalità di crescita fosse comparsa molto presto nella storia evolutiva del gruppo.
L’analisi mostra inoltre una separazione tra la crescita del corpo e lo sviluppo delle strutture probabilmente coinvolte nella vita sociale e riproduttiva. In parole semplici, il giovane Zavacephale possedeva già una cupola evidente pur avendo ancora parecchio da crescere.
Questa differenza può aiutare a risolvere un problema che accompagna da tempo lo studio dei pachicefalosauri. Due crani con forme differenti potrebbero appartenere a specie diverse oppure rappresentare età differenti della stessa specie. Disporre di un cranio associato agli arti consente di confrontare la maturazione della cupola con gli anelli di crescita presenti nelle ossa delle zampe.
Si prendevano davvero a testate?
Le ricostruzioni paleoartistiche mostrano spesso i pachicefalosauri mentre si affrontano colpendosi frontalmente, in modo simile agli arieti. La cupola compatta, alcune lesioni osservate sui fossili e il confronto con animali moderni rendono plausibile l’esistenza di scontri tra individui.
La funzione precisa di questa struttura rimane comunque discussa. La testa poteva essere usata nei combattimenti, nei confronti laterali oppure come segnale visivo per mostrare età, forza, appartenenza alla specie o maturità sessuale.
Gli autori parlano di strutture legate a possibili dinamiche sociosessuali, evitando di trasformare un’ipotesi plausibile in una scena già dimostrata. Dal fossile non emerge la prova diretta di due Zavacephale impegnati a colpirsi. Resta però evidente che la cupola compariva presto e doveva avere un ruolo importante ben prima del raggiungimento delle dimensioni adulte.
La forma ancora relativamente semplice del cranio aiuta anche a ricostruire come si siano evoluti gli ornamenti più complessi osservati nei pachicefalosauri successivi. Le specie del Cretaceo superiore potevano presentare noduli, punte e protuberanze distribuite lungo la parte posteriore e laterale della testa. Zavacephale mostra una fase più antica di questo percorso.
Perché si chiama Zavacephale rinpoche
Il nome del genere unisce zava, termine che richiama la radice o l’origine, e cephale, derivato dal greco e legato alla parola “testa”. L’epiteto rinpoche, impiegato nella tradizione tibetana e mongola, significa invece “prezioso”.
Il riferimento nasce dal modo in cui il fossile apparve ai ricercatori. La cupola emergeva dalla parete come un cabochon, una pietra preziosa levigata e priva di sfaccettature. Dietro quella superficie affiorante era rimasto sepolto per milioni di anni quasi tutto il resto dell’animale.
Chinzorig ha commentato la scoperta alla North Carolina State University:
Zavacephale precede di circa 15 milioni di anni tutti i fossili di pachicefalosauri conosciuti finora.
Una distanza temporale che cambia la cronologia del gruppo e mostra quanto la sua anatomia caratteristica fosse già sviluppata nel Cretaceo inferiore.
Il piccolo dinosauro del Gobi aveva ancora il corpo di un animale in crescita. Sulla testa portava già il tratto che avrebbe reso celebre tutta la sua famiglia. È rimasto dentro la roccia per 108 milioni di anni, con la cupola rivolta verso l’esterno, come una pietra lasciata lì apposta per essere trovata.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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