Il pacco formato famiglia costa meno di due vaschette di frutta già tagliata. Il turno finisce alle nove, il supermercato chiude alle dieci, il parco sotto casa ha un marciapiede che dopo cinquanta metri sparisce tra le automobili. Dentro una giornata simile, il consiglio “mangia meglio e muoviti di più” conserva tutta la sua correttezza e perde parecchia utilità.
L’obesità dipende da ciò che mangiamo e da quanto ci muoviamo. Intorno a queste due variabili, però, si accumulano reddito, istruzione, orari di lavoro, servizi sanitari e perfino il luogo in cui si abita. I dati pubblicati dall’Istat nel rapporto “La salute: una conquista da difendere” mostrano quanto queste differenze finiscano per comparire anche sulla bilancia.
Nel 1990 l’obesità riguardava il 5,9% della popolazione adulta italiana. Nel 2025 la quota è arrivata all’11,6%. In trentacinque anni il valore è quasi raddoppiato, mentre la crescita ha seguito una direzione piuttosto precisa: colpisce di più gli uomini, le persone con un livello di istruzione basso e chi vive nel Mezzogiorno.
L’aumento corre più veloce tra gli uomini
Nel 2001 uomini e donne partivano quasi appaiati. Viveva con obesità l’8,6% degli uomini e l’8,4% delle donne. Nel 2025 la quota maschile è salita al 12,4%, quella femminile al 10,8%.
Due decimi di differenza sono diventati 1,6 punti percentuali. Il rapporto Istat registra lo scarto e lo colloca tra le trasformazioni degli stili di vita avvenute negli ultimi decenni. Le cause possono riguardare diversi aspetti: tipo di lavoro, alimentazione, consumo di alcol, attività fisica, controlli medici e attenzione prestata alla prevenzione. I numeri disponibili descrivono il risultato complessivo, senza ridurlo a una spiegazione unica.
Il dato maschile si inserisce anche in un quadro sanitario più largo. Nelle pagine dedicate al fumo, per esempio, l’Istat ricorda che nel 1980 fumava oltre la metà degli uomini dai 14 anni in su. Nel 2025 la quota è scesa al 22,9%. In questo caso il cambiamento è stato enorme e visibile. Sul fronte dell’obesità, invece, la curva ha continuato a salire.
Questa differenza racconta anche come cambiano i rischi per la salute. Alcuni comportamenti si riducono grazie a divieti, campagne pubbliche e una maggiore consapevolezza. Altri crescono dentro ambienti quotidiani nei quali il cibo più rapido resta sempre disponibile, il movimento va programmato e il lavoro lascia poco spazio libero.
Il diploma entra anche nel piatto
La distanza più forte compare quando i dati vengono divisi per titolo di studio. Tra le persone dai 25 ai 44 anni, la prevalenza dell’obesità supera il 12% tra chi possiede un basso livello di istruzione. Tra i coetanei con un titolo elevato resta sotto il 5%.
La differenza emerge presto, quando l’età da sola spiega ancora poco. Prosegue poi tra i 45 e i 64 anni e rimane visibile anche dopo i 65. In ogni fascia considerata, le persone meno istruite presentano valori più alti rispetto a quelle con diploma o laurea.
Il titolo di studio, preso da solo, racconta soltanto una parte della storia. Dietro quella voce statistica si muovono spesso il reddito, la stabilità lavorativa, il quartiere di residenza, il tempo disponibile e la facilità con cui si riesce a capire e utilizzare un’informazione sanitaria.
Leggere un’etichetta richiede una certa familiarità con percentuali, porzioni e composizione degli alimenti. Seguire una dieta richiede la possibilità di acquistare con continuità ciò che viene indicato. Preparare i pasti richiede tempo. Frequentare una palestra richiede denaro, mentre camminare ogni giorno richiede strade adatte e orari compatibili.
Il rapporto Istat collega istruzione e salute anche attraverso un dato molto più duro. Tra gli italiani di almeno trent’anni, le persone con un basso livello di istruzione presentano una mortalità superiore di circa il 40% rispetto a quelle con istruzione elevata. L’obesità entra dunque in una distanza già visibile attraverso malattie croniche, accesso alla prevenzione e anni di vita. Il corpo finisce per assorbire condizioni costruite molto prima del pasto servito a tavola.
Verso Sud la percentuale sale
La stessa frattura attraversa la carta geografica. Nel grafico Istat relativo al 2025, il Mezzogiorno presenta la quota standardizzata di persone con obesità più elevata, davanti al Nord e al Centro.
La standardizzazione consente di confrontare territori con una diversa composizione per età. Lo svantaggio meridionale, quindi, mantiene consistenza anche una volta corretto l’effetto dell’invecchiamento della popolazione.
Il rapporto dedica diverse pagine alle disuguaglianze territoriali della salute. Tra il 1990 e il 2023 la mortalità è diminuita in tutta Italia, con un calo più rapido nelle regioni del Centro-Nord. In alcune aree la riduzione ha superato il 50%, mentre in quasi tutto il Mezzogiorno si è fermata intorno al 35%.
Nel 2023 Campania e Sicilia mostravano livelli di mortalità più elevati rispetto al resto del Paese, sia per gli uomini sia per le donne. Anche il miglioramento della salute percepita, registrato negli ultimi trent’anni, è avanzato con maggiore lentezza al Sud.
Dentro questa geografia entrano la disponibilità di medici e strutture, i tempi di attesa, la qualità dei trasporti, il reddito e la presenza di luoghi nei quali svolgere attività fisica. Un parco curato e raggiungibile a piedi cambia la giornata. Un impianto sportivo distante diversi chilometri resta spesso una possibilità scritta sulla carta.
Lo stesso vale per la spesa. Avere vicino mercati e supermercati ben forniti amplia le opzioni. Muoversi tra pochi punti vendita, prezzi alti e prodotti confezionati in offerta porta verso scelte più ripetitive. Il territorio entra nel piatto in silenzio, attraverso la distanza, il costo e il tempo perso per raggiungere ciò che serve.
Le calorie spiegano solo l’ultimo passaggio
Dal punto di vista fisiologico, l’aumento di peso deriva da uno squilibrio prolungato tra l’energia introdotta e quella consumata. La formula resta lineare. La vita che produce quello squilibrio lo è molto meno.
Un lavoro sedentario, un turno spezzato, due ore trascorse sui mezzi pubblici e la cura dei figli modificano il tempo destinato al movimento e alla cucina. Lo stesso accade con la precarietà economica, che spinge a privilegiare alimenti economici, sazianti, facili da conservare e veloci da preparare.
Anche la comunicazione sanitaria può allargare le distanze. Indicazioni generiche come “ridurre le porzioni” oppure “fare più attività fisica” funzionano meglio quando vengono accompagnate da strumenti concreti, servizi accessibili e percorsi costruiti sulla vita delle persone. Per qualcuno significa ricevere assistenza nutrizionale vicino casa. Per altri vuol dire poter svolgere attività fisica a costi contenuti, avere una mensa scolastica di qualità o trovare un medico prima che il problema sia già diventato complesso.
L’Istat segnala anche un elemento che riguarda i più giovani. Negli adulti, l’Italia mantiene livelli di obesità tra i più contenuti dell’Unione europea. Durante l’età dello sviluppo, invece, sovrappeso e obesità raggiungono valori molto più alti rispetto a diversi Paesi europei. Il vantaggio italiano rischia quindi di assottigliarsi con il passare delle generazioni.
La prevenzione comincia nelle mense, nei consultori, nei quartieri e negli orari di lavoro. Passa anche dalle scuole, perché il divario legato all’istruzione compare già tra i giovani adulti e continua ad accompagnarli negli anni successivi. Il foglio con la dieta può stare sul frigorifero. Se il turno finisce alle nove, la spesa costa troppo e il quartiere si percorre soltanto in auto, resterà lì a prendere polvere.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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