A Nairobi sono le donne a tenere in piedi “le baracche” e i quartieri tutti durante le alluvioni o il caldo estremo



In Kenya, nella zona di Kibera,  quando la pioggia si fa pesante, i materassi finiscono sulle sedie. I documenti salgono sui ripiani più alti, il cibo viene spostato, i bambini affidati a qualcuno che abita in una zona più sicura. Sui tetti compaiono sacchi e teli di plastica. Nei vicoli si liberano gli scarichi, si controllano le pareti, si cerca un posto asciutto dove passare la notte. A Mathare succede qualcosa di molto simile.

In questi due grandi insediamenti informali di Nairobi, quartieri cresciuti ai margini della pianificazione urbana e con servizi essenziali spesso insufficienti, l’adattamento climatico ha il volto delle donne: sono loro a organizzare una parte consistente della risposta domestica alle alluvioni e alle ondate di calore, a mettere da parte acqua e cibo, a cercare denaro per una riparazione, a ospitare chi ha perso la casa, a tenere insieme figli, anziani, lavoro e salute mentre l’acqua entra dalle porte.

A ricostruire questo lavoro quotidiano è uno studio pubblicato su PLOS Climate basato su interviste approfondite a 144 donne tra i 20 e i 65 anni, con un’età media di 36 anni. Le conversazioni, durate tra un’ora e mezza e due ore, sono state raccolte tra dicembre 2022 e febbraio 2023 da operatrici sanitarie di comunità residenti negli stessi quartieri.

La ricerca usa l’espressione “resilienza soggettiva” per indicare il modo in cui le persone valutano la propria capacità di affrontare uno shock, riprendersi e prepararsi al successivo. Una formula accademica che, nelle case di Kibera e Mathare, prende la forma di un tetto rattoppato, di qualche moneta risparmiata e di una porta aperta a una vicina rimasta senza riparo.

Il clima entra in casa e si prende il reddito

Kibera e Mathare sorgono in aree basse, vicine ai principali corsi d’acqua della capitale keniota. La densità delle costruzioni, gli scarichi ostruiti, la raccolta irregolare dei rifiuti, le fognature fragili e le abitazioni realizzate con materiali poco resistenti amplificano ogni pioggia violenta. Durante le piene, acqua sporca, rifiuti e liquami possono raggiungere case e piccole attività commerciali. Nei periodi caldi, l’assenza di vegetazione e l’accumulo di lamiera e cemento rendono le temperature più dure rispetto alle aree circostanti.

Per molte famiglie il danno climatico arriva insieme alla perdita di reddito. Una bancarella chiusa, la merce bagnata, una giornata senza lavoro, una visita medica da pagare o una parete da ricostruire possono cancellare in poche ore risparmi già sottili. Gran parte delle partecipanti vive di commercio informale, lavori saltuari, pulizie, vendita di verdure o abiti. Soltanto una quota minima dispone di un impiego formale.

Le risposte cominciano prima dell’emergenza. Le donne raccontano di ridurre le spese, mettere da parte denaro, comprare in anticipo alimenti e acqua, riparare le coperture, rinforzare le pareti, preparare sacchi di terra e individuare un alloggio temporaneo. Chi vende nei mercati modifica le scorte seguendo le stagioni e il meteo: prodotti adatti ai giorni di caldo, merci più facili da proteggere durante le piogge, quantità ridotte quando il rischio di perdere tutto aumenta.

Anche la salute richiede preparazione. Le intervistate cercano di conservare acqua pulita, proteggere il cibo, mantenere l’igiene nelle case e raggiungere un presidio sanitario quando compaiono infezioni, problemi respiratori o conseguenze legate all’acqua contaminata. La fede e le pratiche religiose offrono spesso una forma di sollievo emotivo, soprattutto nei periodi in cui le risorse materiali si assottigliano.

Le vicine fanno da argine

La parte più solida della risposta emerge dalle relazioni. Dopo un’alluvione, parenti e vicini prestano denaro, portano cibo, aiutano a riparare le case, accolgono bambini e famiglie, condividono acqua, vestiti e posti letto. I gruppi locali organizzano pulizie collettive, sistemano bagni e punti d’acqua, raccolgono fondi per le spese mediche e sostengono chi ha perso il lavoro.

Molte donne partecipano a casse comuni e gruppi di risparmio. Ogni aderente versa una piccola somma, poi il denaro viene utilizzato a turno o destinato a chi affronta un’emergenza. È una forma di microfinanza radicata nella vita quotidiana, utile per comprare materiali, ricostruire una parete, riaprire un’attività o pagare cure urgenti.

Dentro questa rete rientra anche l’harambee, una tradizione keniota di raccolta collettiva di denaro e risorse per sostenere una persona, una famiglia o un progetto comune. Le partecipanti descrivono collette per le spese sanitarie, la costruzione di servizi igienici condivisi, piccoli orti coltivati nei sacchi e punti d’acqua gestiti dalla comunità.

Il quartiere diventa così una specie di infrastruttura umana. Dove manca un centro di accoglienza, arriva una stanza offerta da una famiglia. Dove l’assistenza psicologica è difficile da raggiungere, arrivano conversazioni, visite, preghiere e presenza. Dove il drenaggio si blocca, arrivano scope, pale e mani. Questa capacità permette di reagire in fretta e protegge molte persone. Allo stesso tempo mostra quante funzioni pubbliche siano finite sulle spalle di chi dispone già di pochissimo.

Un rapporto della Banca Mondiale sull’adattamento guidato dalle comunità descrive lo stesso meccanismo in numerosi insediamenti informali: gli abitanti conoscono i rischi strada per strada e riescono a progettare interventi efficaci quando ricevono risorse, potere decisionale e un rapporto stabile con le amministrazioni.

La resilienza può diventare un alibi

La parola resilienza suona bene. In questi quartieri porta anche un peso scomodo. Un telo sul tetto, una colletta e una pulizia collettiva aiutano a superare la crisi immediata. La loro presenza continua segnala fognature insufficienti, case fragili, drenaggi lasciati senza manutenzione e sistemi di raccolta dei rifiuti incapaci di proteggere la popolazione.

Lo studio descrive anche strategie che risolvono un problema dentro casa e ne aggravano uno fuori. Alcune donne hanno raccontato di gettare rifiuti, prodotti mestruali usati e scarti organici nei fiumi o negli scarichi, spinte dall’assenza di servizi adeguati. Il materiale sparisce dallo spazio domestico e torna con le piogge, mescolato alle acque di piena e ai liquami.

L’IPCC definisce questo processo “maladattamento”: una risposta capace di offrire sollievo nel breve periodo e di aumentare il rischio complessivo nel tempo. Il comportamento individuale nasce dentro un sistema che offre poche alternative. Scaricare sui residenti la responsabilità ambientale, lasciando invariati servizi e infrastrutture, aggiunge colpa alla vulnerabilità.

Le donne intervistate citano aiuti provenienti da amministrazioni, associazioni, strutture sanitarie, organizzazioni religiose e programmi di emergenza. Parlano di ripari temporanei, distribuzione di acqua e cibo, cure, campagne informative e opportunità di lavoro. Questi sostegni compaiono con minore frequenza rispetto alle reti familiari e di quartiere. Alcune partecipanti ignoravano perfino l’esistenza dei servizi disponibili.

La distanza tra aiuti e persone passa anche da qui: informazioni sparse, accesso difficile, interventi episodici e una fiducia istituzionale logorata. Le operatrici sanitarie di comunità potrebbero diventare un ponte molto più forte. Conoscono le famiglie, visitano le case, individuano le persone fragili e diffondono già indicazioni sulla salute. Dotarle di strumenti, formazione e risorse permetterebbe di far circolare allerte meteo, istruzioni preventive e informazioni sui sostegni attivi.

I soldi devono arrivare prima dell’acqua

Le proposte avanzate dalla ricerca hanno una natura concreta. Servono fondi diretti ai gruppi locali, contributi economici alle famiglie più esposte quando le previsioni annunciano un evento estremo, strumenti e protezioni per le pulizie, scorte destinate agli sfollati, sostegno alle casse comunitarie e interventi sulle abitazioni realizzati insieme ai residenti.

La riqualificazione sul posto, spesso indicata con l’espressione inglese in-situ upgrading, permette di migliorare case, drenaggi, servizi igienici, acqua ed energia evitando demolizioni e trasferimenti di massa. Il valore di questo approccio sta nella conoscenza locale: chi vive nel quartiere sa dove l’acqua sale per prima, quali passaggi si bloccano, quali famiglie hanno bisogno di assistenza e quali lavori reggono davvero alla stagione delle piogge.

Anche il quadro globale rende urgente questo passaggio. Secondo UN-Habitat, oltre 1,1 miliardi di persone vivono oggi in insediamenti informali e baraccopoli. Le città continueranno a crescere proprio nei luoghi dove caldo, alluvioni e servizi carenti si incontrano con maggiore violenza. L’adattamento urbano dipenderà sempre più dalla capacità di portare investimenti e decisioni dentro questi quartieri, con residenti coinvolti fin dall’inizio.

Lo studio conserva limiti chiari. È una ricerca qualitativa e trasversale, condotta soltanto a Kibera e Mathare. Le esperienze delle 144 partecipanti offrono una fotografia profonda di quei contesti e mantengono una possibilità limitata di estensione automatica ad altre città. La vicinanza tra intervistatrici e residenti può inoltre aver spinto alcune donne a raccontarsi in una forma percepita come più accettabile dalla comunità. Resta un’immagine difficile da archiviare. Un sacco di plastica può salvare il materasso per una notte, ma una città degna costruisce il tetto prima della prossima pioggia.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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