Da Maradona e Ronaldo al Borgorosso: Zanoncelli torna in campo da allenatore a Ferrara


di Tommaso Vissoli

Da Sydney a Brisbane, dalle scuole calcio dell’Academy rossonera ai campionati professionistici australiani, fino al ritorno a Ferrara, città che lo ha adottato fin dagli ultimi anni da calciatore con la maglia della Spal. Francesco Zanoncelli, ex difensore di Milan, Lecce, Cagliari, Brescia, Genoa, Crotone e appunto Spal, oggi torna in campo da allenatore: guiderà il Borgorosso, storica realtà del calcio amatoriale ferrarese.

Con lui ripercorriamo un decennio in Australia, la carriera da difensore contro i più forti attaccanti d’Europa, il cambiamento del calcio negli anni e la scelta di tornare a uno sport più “puro”.

Dieci anni in Australia, tra Sydney e Brisbane: cosa l’ha tenuta così a lungo lontana dall’Italia? Come è cambiato in quel decennio il suo modo di vedere il calcio? Da quell’Academy è uscito anche Cristian Volpato: cosa ricorda di lui da ragazzino? Cosa l’ha convinta, dopo dieci anni, che fosse il momento di tornare?

“Ero entrato nell’orbita del Milan come allenatore, e c’è un programma che esiste ancora oggi, il coach education, che ti porta in giro per il mondo a fare una sorta di scouting. Ho girato Colombia, Portorico, Kosovo, Azerbaigian, Stati Uniti. Poi, nelle varie riunioni che tenevamo a Milano con i rappresentanti locali, è nata l’opportunità australiana: doveva durare 3 anni, ne sono diventati 10. I primi 5 li ho passati nell’Academy del Milan, gli altri 5 in autonomia. Cinque a Sydney e cinque a Brisbane. Al mattino allenavo nelle scuole d’eccellenza, al pomeriggio un club professionistico. Con le scuole si iniziava anche prima dell’orario scolastico, in altri casi durante l’orario stesso, con classi che andavano dalla year 7 alla year 12. È stata un’esperienza di vita importante, una realtà completamente diversa, con una qualità della vita eccezionale anche dal punto di vista lavorativo e professionale. Il Milan mi ha dato la possibilità di crescere molto: ero responsabile di tutti gli allenatori della zona e mi confrontavo con tecnici di nazionalità diverse, una crescita professionale enorme. Dopo dieci anni ho sentito il bisogno di tornare in Italia: per i miei figli, per mia sorella, perché i miei genitori stavano venendo meno. Tornavo una volta l’anno, per quattro settimane, e sentivo di aver sacrificato troppo la famiglia. Cristian Volpato l’ho allenato a Sydney che aveva 9-10 anni: si vedeva già che aveva qualità importanti, in quel momento lo penalizzava solo la struttura fisica. Dopo un paio d’anni con noi si è staccato per entrare nel
professionismo, prima ancora in Academy e poi in Italia. Oggi sono davvero contento per lui”.

In carriera ha marcato attaccanti fortissimi tra fine anni ’90 e inizio 2000: chi le ha dato più filo da torcere, e se dovesse trovare un suo “erede” tra gli attaccanti di oggi, chi le ricorda di più quel tipo di difficoltà?

“Con l’Inter di Ronaldo non ho mai avuto la possibilità di affrontarlo in campo, era infortunato nelle partite in cui ci siamo incrociati, ma per me resta il più completo e il più forte in assoluto che abbia visto. Oggi, se devo pensare a un erede di quel tipo di difficoltà, dico sicuramente Haaland, poi Harry Kane, Lewandowski e Mbappé. Mi piacciono molto anche Olise e Yamal”.

Da difensore centrale puro, ruolo ormai quasi scomparso: cos’è cambiato davvero nel calcio tra la sua epoca e oggi? Cosa rimpiange di ieri, cosa apprezza di oggi?

“Ho iniziato a giocare nel 1986 e ho smesso a inizio anni 2000: è un calcio totalmente diverso da quello di oggi. Allora non c’era la visibilità di adesso, non c’era tutta la tecnologia che c’è oggi, penso al VAR, che se usato nel modo giusto è positivo. Da difensore si stava meglio: tutte le squadre giocavano a uomo, non c’era granché di tatticismo. Io stesso ho iniziato come centrocampista, poi sono passato a fare il difensore centrale. All’epoca solo Milan e Roma giocavano a zona, il resto era tutto uno contro uno, e anche la metodologia degli allenamenti era diversa: allora non parliamo di uno staff completo con preparatore atletico, era un calcio più vero, più nostrano, in cui era concesso di più. Il campionato più bello del mondo era la Serie A di allora, con due soli stranieri per squadra: nei miei primi due anni di Milan c’erano Wilkins e Hateley, poi sono arrivati Gullit e Van Basten, e io sono andato via a settembre di quell’anno. Oggi è venuto un po’ meno il concetto di marcatura fissa, del controllare l’avversario a uomo: si è passati dalla difesa a uomo a quella a zona, e prevale il gioco di posizione. Anche il regolamento oggi penalizza i difensori sul gioco aereo, sul salto di testa”.

Ha chiuso la carriera da calciatore proprio con la maglia della Spal: che rapporto ha mantenuto con Ferrara in tutti questi anni, tra Serie A, panchine professionistiche e Australia?

“Vivo tuttora a Ferrara. La coincidenza ha voluto che, quando sono rientrato dall’Australia, sia entrato nello staff di Venturato come collaboratore tecnico alla Spal. Quell’esperienza non è andata come volevamo, ma è stata l’occasione per rimanere in città. Ferrara è molto vivibile, accogliente, e rientra perfettamente nelle mie esigenze”.

Ora torna in campo a Ferrara da allenatore, sulla panchina del Borgorosso, realtà con 25 anni di storia, dove subentra a mister Micalizzi: cosa significa per lei chiudere il cerchio proprio in questa città, in un calcio più “puro” come quello amatoriale?

“Sono molto amico di Lorenzo Poli, è stato lui a buttarmi lì l’idea di tornare in campo, mi ha invitato a vedere il gruppo e ho trovato una squadra molto compatta: mi ha fatto piacere. Al di là dell’età, ho percepito in tutti quell’entusiasmo, quella voglia di affrontare le sfide per fare bene, e allora perché no. Se posso dare una mano, lo faccio: le priorità restano altre, le famiglie, il lavoro, ma l’importante è divertirsi. L’obiettivo è mantenere lo spirito che ha sempre contraddistinto il Borgorosso, e magari proseguirlo. Vincere il campionato è un discorso su cui faccio fatica a sbilanciarmi, perché non conosco ancora a fondo questa realtà, ma la voglia c’è tutta: sarà il campo a dire chi siamo davvero. È un ambiente che vive con grande serietà, nonostante le mille difficoltà di una società amatoriale, e con tanta competitività. Allenare degli over ha ovviamente un discorso gestionale diverso, bisogna tenere conto di tante situazioni ed essere molto elastici, bravi a concedere in base alle esigenze del gruppo e del singolo. Ma non la vivo come una situazione penalizzante: le problematiche che si incontrano in campo sono le stesse, non dipende dalla categoria. Quello che conta davvero è la grande partecipazione, ed è quello il presupposto giusto per vivere questa esperienza con lo spirito giusto”.


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