Il film “Pecore sotto copertura” è un piccolo capolavoro sull’intelligenza degli animali (e il cinismo umano): perché dovresti vederlo


Il film “Pecore sotto copertura” con Hugh Jackman è un giallo emozionante che affronta il lutto e abbatte i pregiudizi celebrando l’accettazione e la forza di un gregge di pecore in cerca di giustizia per il loro amico umano. Ecco perché dovresti vederlo

Ho visto Pecore sotto copertura e posso confermarlo senza riserve: è un film meraviglioso che merita assolutamente di essere guardato. Diretto da Kyle Balda e scritto con incredibile sensibilità da Craig Mazin (già autore di serie di enorme successo come Chernobyl e The Last of Us), il film si basa sul celebre romanzo Glennkill di Leonie Swann. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze di una classica commedia animata per famiglie e nemmeno dal fatto che sia passato un po’ in sordina al cinema, dove è uscito lo scorso 7 maggio. Fidatevi, correte a recuperarlo all’interno del catalogo di Prime Video e non ve ne pentirete.

La pellicola è un racconto brillante, un ibrido tra live-action e una prodigiosa animazione digitale che riesce a divertire i più piccoli e a commuovere profondamente gli adulti. Un’opera di straordinaria profondità che, pur adottando la struttura di un classico giallo deduttivo alla Knives Out, si trasforma in un viaggio intimo sui temi dell’elaborazione del lutto, della memoria, della ricerca della propria identità e soprattutto dell’accettazione affrontati senza mai cadere nella retorica.

Il delitto di Denbrook e l’eredità di George Hardy

La storia si sviluppa nelle campagne inglesi della cittadina di Denbrook, dove il pastore George Hardy, interpretato da Hugh Jackman, vive una vita serena e isolata dal mondo. La sua unica, grande passione è il suo gregge, a cui ogni sera legge complessi romanzi polizieschi lasciando le pecore – a cui ha dato ciascuna un nome – ad intuire chi sia il colpevole. La tranquillità bucolica si spezza improvvisamente quando George Hardy viene trovato morto misteriosamente vicino al suo caravan.

Sebbene l’ingenuo poliziotto locale Tim Derry, che ha il volto di Nicholas Braun, ipotizzi inizialmente un attacco cardiaco, l’arrivo dell’ambizioso giornalista Elliot Matthews solleva il forte sospetto di un omicidio per avvelenamento da tassina, un potente veleno estratto dalle bacche di tasso. Le pecore, cresciute a pane e gialli classici, decidono di prendere in mano le indagini per scoprire la verità sulla fine del loro amato amico umano, scoprendo ben presto l’esistenza di un testamento segreto da ben trenta milioni di dollari legati a un brevetto farmaceutico contro la dermatite pustolare degli ovini.

Le indagini parallele del gregge si muovono tra i sospetti che gravitano sulla figlia americana di George Hardy, Rebecca Hampstead, interpretata da Molly Gordon, sul pastore rivale Caleb e sul losco macellaio Ham Gilyard. Il lavoro della Clear Angle Studios e di Framestore sulla computer grafica è impeccabile: ogni razza ovina rispecchia la psicologia del personaggio, evitando l’effetto di straniamento visivo e conferendo agli animali una straordinaria gamma espressiva che cattura lo spettatore dal primo fotogramma.

L’intelligenza del gregge contro il cinismo umano

Ma uno dei messaggi più potenti e riusciti del film è il totale riscatto dell’intelligenza animale. La narrazione scardina con forza il pregiudizio comune secondo cui le pecore siano creature stupide e prive di iniziativa. Al contrario, le protagoniste del film mostrano una sensibilità straordinaria, una spiccata capacità di comprensione e un’abilità deduttiva fuori dal comune, affinata proprio grazie ai romanzi gialli che il loro pastore leggeva loro ogni sera.

La pellicola mette in scena un contrasto etico toccante e profondo. Da un lato c’è il pastore George Hardy, interpretato da Hugh Jackman, che tratta le sue pecore come una vera e propria famiglia, dando a ciascuna un nome e rispettando la loro individualità. Dall’altro lato emerge il cinismo di figure come il pastore rivale Caleb e il macellaio Ham Gilyard, per i quali gli animali rappresentano esclusivamente carne da macello da sfruttare per il profitto.

L’agnellino d’inverno come simbolo di pura accettazione

All’interno di questa dinamica, la figura dell’agnellino d’inverno si impone come il vero cuore emotivo dell’intera vicenda. Nato fuori stagione rispetto al resto del gregge, il piccolo viene inizialmente emarginato e considerato un elemento di debolezza. Eppure, sarà proprio lui a scardinare i pregiudizi del gruppo e a rivelarsi la chiave fondamentale per risolvere l’intricato mistero dell’omicidio di George Hardy.

L’agnellino diventa così un potentissimo simbolo di accettazione e inclusione. La sua diversità non è un difetto, ma un valore aggiunto che permette di guardare la realtà da una prospettiva inedita. Il suo percorso dimostra che nessuno deve essere lasciato indietro e che l’unione del gruppo si realizza solo quando si impara ad accogliere l’altro nella sua unicità.

Il valore terapeutico della memoria e del lutto

Oltre alla risoluzione del caso, la pellicola affronta la complessa elaborazione del lutto. Le pecore possiedono la capacità biologica di dimenticare gli eventi traumatici per autodifesa, una scorciatoia mentale che le porta a credere che i compagni scomparsi si trasformino in nuvole nel cielo.

Quando una di loro si sacrificherà per salvare altre due protagoniste dai feroci cani da pastore di Caleb, la tentazione di resettare il dolore si fa fortissima. Sarà proprio la consapevolezza acquisita a spingere il gregge a non dimenticare, capendo che mantenere vivo il ricordo di chi ci ha lasciato è l’unico modo per non perderlo davvero. Pecore sotto copertura si dimostra così un’opera d’animazione preziosa e profonda che invita grandi e piccoli a uscire dal gregge dell’omologazione per riscoprire il valore dell’empatia e della memoria condivisa.

Perché questo film vi rimarrà dentro

Dal punto di vista tecnico e visivo, il lavoro svolto da Framestore e Clear Angle Studios è impeccabile. La CGI restituisce la presenza scenica delle diverse razze di pecore senza mai cadere nel perturbante. Ma la vera forza di Pecore sotto copertura risiede nella sua capacità di far ridere, piangere e riflettere contemporaneamente. La sceneggiatura di Craig Mazin unisce l’ironia tagliente di una commedia alla Hot Fuzz a una delicatezza emotiva che ricorda le migliori produzioni drammatiche. È un film che cura l’anima, che ridefinisce il concetto di comunità e che ci ricorda, attraverso gli occhi di un gregge straordinario, che per ritrovare noi stessi a volte dobbiamo avere il coraggio di deviare dal sentiero comune.

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 Rebecca Manzi

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