Ventotto Comuni, un solo obiettivo. È il messaggio arrivato ieri pomeriggio, giovedì 16 luglio, dall’auditorium Dina Orsi di Conegliano, dove l’Alta Marca trevigiana si è riunita per fare il punto sulla vertenza Electrolux di Susegana. All’iniziativa, organizzata dal sindaco di Conegliano Fabio Chies e aperta alle 18, sono stati riservati trecento posti a operai e impiegati dello stabilimento; par quanto riguarda le presenze istituzionali, delle assemblee municipali dei ventotto Comuni del comprensorio – da Cappella Maggiore a Vittorio Veneto, passando per Susegana, Farra di Soligo, Vazzola, Sarmede e Pieve di Soligo – hanno preso parte un centinaio di rappresentanti tra sindaci, assessori e consiglieri.
Ad aprire i lavori è stato lo stesso Chies, che ha rivolto un ringraziamento ai sindaci, alle delegazioni comunali, ai lavoratori e alle Rsu dello stabilimento di Susegana. Il sindaco ha raccontato di essere stato contattato alla vigilia dal presidente della Regione Alberto Stefani, e ha ricordato come già nella seduta del 19 maggio i 28 Comuni avessero incaricato il collega di Susegana, Gianni Montesel, di seguire da vicino la vertenza a nome dell’intero territorio. Per Chies la crisi Electrolux «rischia di essere una ferita per il territorio che sarà difficile da rimarginare», e non potrà essere sanata «sulla base di esuberi». Da qui l’appello a un documento comune, «chiaro, fermo, deciso», che affermi come sia «fondamentale salvaguardare i posti di lavoro, non solo quelli diretti, ma anche quelli dell’indotto». Il sindaco ha collegato la vicenda a un rischio più ampio: «Se oggi ci giriamo dall’altra parte quando il caso riguarda Electrolux, domani potrebbe esserci un altro caso, e un altro ancora». Prima di cedere la parola, ha voluto un pensiero per Ottaviano Bellotto, sindacalista scomparso di recente, ricordando che «la storia industriale del nostro territorio è fatta di competenze che non si possono ricostruire una volta perdute». Ha chiuso ringraziando i lavoratori presenti: «Vedo tanta gente, in Italia, che protesta per mille cose. Chi con dignità protesta solo per poter tornare al proprio posto di lavoro merita un plauso».

Portavoce istituzionale dei 28 Comuni ai tavoli romani, il sindaco di Susegana Gianni Montesel ha ricostruito la cronologia della trattativa, partita con gli incontri del 25 maggio e del 15 giugno al ministero. «Da quel 13 maggio, quando sono stato chiamato tra i rappresentanti della Rsu di Susegana, è cambiato completamente l’approccio», ha detto, spiegando che fin dal primo confronto emergeva un dato netto: «Ci siamo sentiti dire che su 4.500 dipendenti, 1.719 devono trovare un’altra collocazione». Montesel ha collegato il taglio ai volumi produttivi, ricordando la soglia di sostenibilità dello stabilimento: «Una fabbrica come quella di Susegana, sotto i 700mila pezzi prodotti all’anno, non paga nemmeno la corrente». Ha poi ripercorso la storia industriale del sito, dalla crisi degli anni Sessanta all’ingresso nel gruppo che, negli anni Ottanta, sarebbe confluito in Electrolux, per arrivare agli stabilimenti oggi coinvolti – Susegana, Porcia, Forlì e Solaro, nel milanese – che insieme occupano i 4.500 dipendenti del gruppo in Italia. Ha ringraziato le Rsu di Susegana per aver «portato il problema» all’attenzione di tutti, definendolo non solo una questione di costo del lavoro, ma «di sopravvivenza di un sito industriale». Guardando ai tavoli romani, ha ringraziato il ministero, l’assessore regionale allo sviluppo economico e il presidente della Regione per la presenza costante, condizionando però ogni sacrificio richiesto ai lavoratori a garanzie precise: «Se un sacrificio deve essere fatto, sia concesso a condizioni particolari perché lo stabilimento resti vincolato a questo territorio».


Per il presidente della Provincia di Treviso, Marco Donadel, «la presenza oggi di 27 Comuni dell’Alta Marca dimostra che il nostro territorio sa fare squadra» anche se l’ente, ha precisato, non ha una competenza diretta sulle politiche del lavoro. Donadel ha fornito i numeri del piano industriale presentato dalla multinazionale: 1.719 esuberi su circa 4.500 dipendenti italiani, quasi il 40% della forza lavoro complessiva. A Susegana il piano iniziale prevede 310 esuberi tra gli operai a tempo indeterminato, ai quali si aggiunge l’incertezza su un centinaio tra impiegati e addetti ai servizi indiretti: complessivamente, fino a 450 lavoratori del territorio coinvolti. «Non stiamo parlando solamente di numeri – ha detto – ma di famiglie, di competenze costruite in decenni di lavoro». Il presidente ha ricordato che l’ultimo tavolo al ministero, con il ministro Adolfo Urso, ha portato a una sospensione di 50 giorni del piano industriale, e che Electrolux ha prospettato di trasferire a Susegana circa 50mila frigoriferi l’anno dalla produzione dello stabilimento ungherese destinato alla chiusura, per una produzione complessiva vicina ai 500mila pezzi. Un segnale definito importante, ma non sufficiente: «Se la produzione viene salvaguardata, deve esserlo anche il lavoro». Donadel ha indicato nel 21 luglio, data del prossimo incontro al ministero, lo snodo decisivo, promettendo il sostegno della Provincia a Comuni, Regione e parti sociali. «Non si chiedono privilegi all’azienda – ha concluso – chiediamo responsabilità».


Il passaggio più duro è arrivato dalla rappresentante sindacale Fiom Cgil, Paola Morandin, che ha aperto ringraziando amministratori e lavoratori presenti e descrivendo Electrolux non solo come sostentamento economico ma come una comunità: «Per noi essere all’interno di uno stabilimento così grande è un sostentamento economico, ma è anche una questione di solidarietà, di crescita insieme». Ha snocciolato i numeri della produzione, già sotto la soglia dei 600mila pezzi più volte denunciata come limite di sostenibilità e attestata quest’anno intorno ai 530mila, «sotto le previsioni di inizio anno». Quanto all’occupazione, ha ricordato che quarant’anni fa i dipendenti erano oltre 2.000, oggi meno di 1.200. Sui tavoli tecnici, la sua valutazione è netta: «Siamo partiti con 1.719 esuberi e siamo ancora a 1.719 esuberi: il numero non è mai cambiato». Per Susegana ha confermato i 310 esuberi diretti, con un numero di indiretti che l’azienda non ha ancora quantificato con precisione ma che i sindacati stimano superiore a 450 complessivi: «Questa è una lenta agonia che porterà alla chiusura dello stabilimento». Morandin ha accusato l’azienda di voler spostare produzione verso l’estero nonostante gli utili del gruppo, rivelando che una parte della produzione già oggi avviene in Cina con lo stesso marchio: «Può darsi che compriate un frigorifero convinti che sia fatto a Susegana, e invece sia fatto in Cina». Sul tavolo tecnico di Roma di questa settimana, in cui l’azienda ha parlato di aperture, si è detta scettica: «Sembrava quasi una recita, il tempo di convincere qualcuno che ho il cuore buono e quindi sono disponibile a trattare». Ha poi ricordato l’accordo del 2023, quando i lavoratori accettarono di velocizzare le linee di montaggio in cambio di una garanzia scritta di 600mila pezzi l’anno: «L’azienda non l’ha mai attuato». Per lo stabilimento di Cerreto d’Esi, il più a rischio, ha parlato di 170 lavoratori senza alcuna soluzione indicata, respingendo con forza l’ipotesi della cassa integrazione: «Noi non vogliamo essere un costo sociale. Vogliamo un lavoro, non la cassa integrazione», citando i precedenti di altri stabilimenti che dagli ammortizzatori sociali sono scivolati alla chiusura definitiva. Preoccupazione anche per i giovani assunti negli ultimi anni per la nuova linea automatizzata a 116 robot, e per i lavoratori dell’indotto e delle cooperative, privi delle stesse tutele. Richiamando la mobilitazione vittoriosa del 2014, ha chiuso promettendo battaglia: «Siamo pronti a fare tutti i viaggi della speranza a Roma, ma dalla fabbrica non ci muoviamo».
Breve ma netto l’intervento della sindaca di Cappella Maggiore, Mariarosa Barazza, presente fin dall’assemblea del 19 maggio: «Non ci sono solo i lavoratori direttamente interessati, ma anche tutto l’indotto». Per la sindaca la partita riguarda «la dignità del lavoro», da difendere contro «quel capitalismo mordi e fuggi che guarda soltanto ai numeri: se non lo difendiamo noi, chi lo può difendere?».
Il più articolato tra gli interventi dei sindaci dei Comuni meno popolosi è stato quello di Massimo Magagnin, primo cittadino di Revine Lago, che ha parlato anche a nome di numerosi colleghi – tra cui i Comuni di Codognè, Moriago della Battaglia, Gaiarine, Godega di Sant’Urbano, Orsago, San Vendemiano e Vazzola – oltre che del vicesindaco di Santa Lucia di Piave, presente in rappresentanza del sindaco assente. Magagnin ha sottolineato come molti lavoratori avessero scelto per l’occasione quattro ore di sciopero: «La nostra presenza composta e dignitosa è la ragione stessa di questa assemblea». Ha voluto chiarire la natura non partitica dell’iniziativa: «Davanti al lavoro che rischia di scomparire non esistono maggioranze e opposizioni, non esistono partiti: esiste una comunità». Ha quindi ripercorso i termini del piano annunciato da Electrolux il 12 marzo scorso: oltre 1.700 esuberi in Italia su circa 4.500 addetti, chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e trasferimento di produzioni all’estero. Per Susegana, ha spiegato, il piano significa 310 posti in meno tra gli operai – da 728 a 418 – più le eccedenze tra impiegati e quadri, per un totale stimato dai sindacati sopra i 450 posti; i volumi produttivi scenderebbero da 530mila a 450mila frigoriferi l’anno, ben al di sotto della soglia dei 600mila pezzi che gli stessi accordi del 2023 avevano indicato come minima per la sostenibilità del sito. «Non sono solo i numeri di oggi a toglierci il sonno – ha detto – ma il timore che questo ridimensionamento sia il primo passo verso una chiusura».
Sull’apertura emersa martedì al tavolo tecnico – la possibilità di attrarre nuovi prodotti per mantenere i volumi – ha usato parole nette: «Uno spiraglio non è un piano industriale, e questo territorio non è venuto qui questa sera per accontentarsi di uno spiraglio», ricordando che i 725 esuberi annunciati tra impiegati e quadri restano confermati e che per Cerreto d’Esi non è stata indicata alcuna soluzione. Ha poi raccontato la storia dello stabilimento, definendolo «il polo del freddo di Electrolux in Italia», erede di oltre un secolo di storia industriale legata ai marchi Zoppas e Rex, culla negli anni Sessanta della figura del «metalmezzadro». Ha citato il fermo produzione di maggio, causato dalla mancanza di componenti dei fornitori locali, come prova del legame indissolubile tra fabbrica e territorio: «La fabbrica e il territorio sono un corpo solo: se si ferma il cuore, si ferma tutto l’indotto». Tre, per Magagnin, le ragioni per cui il piano è inaccettabile: non si tratta di un’azienda in crisi, avendo il gruppo registrato oltre 139 milioni di euro di utili netti tra il 2020 e il 2024, con delocalizzazioni che nascono da una scelta e non da una necessità di mercato; il territorio ha garantito fiducia e risorse pubbliche, con l’Accordo Genesi del 2023 che ha portato oltre 400 milioni di euro di investimenti dal 2021 e un finanziamento di 200 milioni dalla Banca europea per gli investimenti – «un’azienda che ha ricevuto sostegno pubblico ha il dovere di dare un ritorno al territorio»; infine, dietro ogni numero c’è una persona, e le 450 posizioni a rischio significano centinaia di famiglie e un patrimonio di competenze costruito in settant’anni «che una volta perduto non si ricostruisce».
Il sindaco ha quindi anticipato la proposta di un documento unitario da inviare a governo, Regione e Provincia, che chieda il ritiro del piano e la sua sostituzione con un vero progetto industriale di rilancio, respingendo soluzioni basate solo sugli ammortizzatori sociali: «La cassa integrazione serve ad attraversare una crisi, non ad accompagnare un declino». Ha invitato il governo ad arrivare all’incontro del 21 luglio «con la massima determinazione», mettendo in guardia contro decisioni prese ad agosto, a fabbriche ferme e riflettori spenti, e ha allargato lo sguardo a una politica industriale europea per il comparto dell’elettrodomestico, richiamando il caso Beko, risolto con un accordo di rilancio dopo che sembrava perduto. Ha chiuso con una promessa ai lavoratori di Susegana, Porcia, Forlì, Solaro e Cerreto d’Esi: «I vostri comuni ci sono. Non vi lasceremo soli, non a luglio, non a settembre, né ai tavoli di Roma, né, se sarà necessario, in Europa».


Il vicesindaco di San Pietro di Feletto, Giorgio Comuzzi, ha portato una testimonianza diretta: fino a sedici giorni fa era lui stesso dipendente di Electrolux Professional, nello stabilimento di Vacile di Pordenone, colpito da una sessantina di esuberi nonostante bilanci in attivo. Una conferma, per Comuzzi, di una tendenza che va oltre il singolo gruppo e riguarda l’intero settore in Europa, tra nuove tecnologie, intelligenza artificiale e ricambio generazionale: ha però criticato l’approccio «tecnicistico» di Electrolux nella gestione degli esuberi, privo di attenzione alle relazioni umane. «Manca da decenni una politica industriale seria nel nostro Paese», ha detto, mettendo in guardia contro un modello economico troppo sbilanciato su turismo e viticoltura: «Basta un soffio di vento – una guerra, una crisi economica, una pandemia – e quello si ferma subito».
Ha ricordato anche un episodio della propria carriera, quando il trasferimento di produzione da Conegliano a Pordenone drenò energie al territorio coneglianese, complice un’amministrazione pordenonese che seppe allora favorire l’insediamento più di quanto fece Conegliano. Ha chiuso augurando a sindacati e sindaci, guidati da Montesel, di «lottare, lottare, lottare» per tenere l’azienda sul territorio.
Per il vicesindaco di Santa Lucia di Piave, Massimiliano Di Fabio, uno dei tre Comuni su cui insiste lo stabilimento, la posta in gioco è altissima: tra 80 e 100 residenti, su una comunità di circa 9mila abitanti, lavorano in Electrolux, cui si aggiungono le aziende dell’indotto. Rivolgendosi a chi scrive i piani industriali, ha chiesto di non dimenticare la responsabilità sociale d’impresa: «I grandi manager non devono pensare solo al profitto: devono saperlo coniugare con la responsabilità sociale». Ha posto una domanda destinata a restare aperta: «Se impoveriamo un’intera classe media, chi comprerà più gli elettrodomestici?», richiamando l’articolo 1 della Costituzione, «la Repubblica fondata sul lavoro», e sollecitando politiche di lungo periodo sul costo dell’energia e del lavoro. Dopo un ricordo di Ottaviano Bellotto, ha chiuso definendo lo stabilimento «non solo un sito produttivo, ma una comunità» da difendere.
La sindaca di Vittorio Veneto, Mirella Balliana, ha aperto il proprio intervento con un pensiero per un concittadino di 39 anni morto quella stessa giornata in un incidente in una cava, collegandolo al tema della sicurezza sul lavoro: «Dobbiamo ricordarci della sicurezza sul lavoro, della qualità del lavoro, e purtroppo dei troppi incidenti e delle troppe morti». Ha poi ricordato le battaglie sindacali portate avanti negli anni, citando l’impegno della stessa Paola Morandin, e ribadito un principio: «Il lavoro non può basarsi solo sui costi o sui numeri: è una questione sociale, di territorio, di sostenibilità per le famiglie». Ha criticato la tendenza a occuparsi di politica industriale solo in occasione delle vertenze, invocando invece un impegno costante da parte di governo ed Europa, e ha chiuso con l’immagine della «coperta corta», da tirare con decisione verso i lavoratori di Electrolux e delle altre industrie in difficoltà, chiedendo che le prime risorse nazionali ed europee disponibili siano destinate a difendere l’occupazione del territorio.
A tirare le fila dell’assemblea è tornato Gianni Montesel, annunciando la stesura di un ordine del giorno dei 28 Comuni da inviare non a Electrolux, ma a governo e istituzioni territoriali. Ha ringraziato il ministero del Made in Italy e il ministro Adolfo Urso, il presidente della Regione Alberto Stefani e l’assessore regionale allo sviluppo economico, ripercorrendo la cronologia della mobilitazione: la riunione dei sindaci del 19 maggio, il coordinamento di Porcia, il comunicato stampa nazionale del sindaco di Forlì che ha portato la vertenza all’attenzione politica nazionale, il confronto costante con sindacati e Rsu di Susegana. Montesel teme che il piano presentato ufficialmente al ministero – 1.719 esuberi e la chiusura definitiva di un sito produttivo – sia solo il primo passo verso la chiusura di altri stabilimenti italiani, nonostante l’opposizione sindacale e l’impegno dichiarato dal ministro Urso a difendere la capacità produttiva e commerciale del gruppo in Italia. Per il sindaco la questione è strutturale, non aziendale: «L’Italia non deve uscire dal comparto dell’elettrodomestico: lo dobbiamo alle lavoratrici e ai lavoratori» che hanno costruito, in decenni di ristrutturazioni, il patrimonio di competenze dello stabilimento. Ha quindi ripercorso la storia del sito: la costruzione dello stabilimento nel 1966, la crisi Zanussi degli anni Ottanta, e il 1989, anno in cui fu inaugurato il primo impianto robotizzato, «un esempio mondiale», di cui Montesel fu tra chi tagliò il nastro insieme all’allora presidente della Regione. Un ricordo che contrasta con la produzione attuale, ridimensionata rispetto a quegli anni. Ha raccontato anche l’aneddoto di un noto designer industriale francese trasferitosi a vivere a Venezia proprio per la rete di competenze artigianali tra Schio, Bassano e Pordenone, capace di trasformare qualsiasi idea in un modello concreto – un patrimonio che la globalizzazione finanziaria degli anni Duemila ha iniziato a erodere, e che secondo il sindaco non va disperso. Ha chiuso invocando un impegno politico più deciso al tavolo della trattativa.
A chiudere l’assemblea è stato di nuovo Fabio Chies, che ha ringraziato Montesel per la rappresentanza del territorio e ribadito il principio dell’unità: «Quando l’obiettivo è unico, non ci sono divisioni, ma solo cose che ci uniscono». Per il sindaco di Conegliano la vertenza tocca temi più ampi – sicurezza, inclusione, dignità del lavoro – e merita di essere raccontata come tale. Il ringraziamento finale è andato ai lavoratori presenti: «Questo è un grande territorio, che sa parlare per contenuti senza scendere in piazza solo per protestare, ma per le cose giuste» – parole accolte, in sala, come sintesi di un pomeriggio in cui amministratori di ogni colore politico e sigle sindacali hanno parlato, per una volta, con una sola voce.
(Autore: Francesco Bruni)
(Foto e video: Francesco Bruni)
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