In una stanza climatizzata di Mogadiscio, migliaia di bobine impilate su scaffali d’acciaio custodiscono un pezzo di storia che rischia di sgretolarsi letteralmente tra le mani. Sono gli archivi di Radio Mogadiscio, l’emittente pubblica somala fondata nel 1951 durante il periodo coloniale italiano, che oggi diventa protagonista di una corsa contro il tempo per salvare quello che gli esperti definiscono uno dei patrimoni sonori più preziosi e meno conosciuti dell’Africa orientale.
A raccontarlo è un reportage di Al Jazeera firmato da Faisal Ali, che ha seguito da vicino il lavoro degli archivisti impegnati a digitalizzare decenni di bollettini, discorsi, opere teatrali e canzoni prima che il nastro magnetico si deteriori oltre ogni possibilità di recupero.
Un patrimonio enorme, fragile e ancora quasi inedito
Un’indagine condotta ad aprile ha contato circa 45.000 tra nastri e bobine, per un totale stimato di 400.000 ore di materiale registrato dalla fondazione della stazione a oggi. La buona notizia è che oltre l’85% resta ancora riproducibile, ma il tempo stringe: circa un decimo dei supporti si è già deteriorato con l’età e più del 5% è andato distrutto o gravemente danneggiato, secondo i dati dell’UNESCO.
Le cause della dispersione raccontano a loro volta la storia recente della Somalia: alcuni nastri sono andati perduti in un incendio nel 2018, altri distrutti durante i combattimenti del 1992, quando le forze statunitensi si scontrarono con le milizie somale nelle strade di Mogadiscio. Durante il crollo dello Stato negli anni Novanta, un ufficiale di polizia, il colonnello Abshir Hashi Ali, rischiò la vita per impedire che l’archivio venisse saccheggiato, tornando indietro tra le macerie “con l’intento di far capire ai somali quale ricchezza fosse custodita lì dentro”.
Proprio a questa storia, i Subsonica hanno dedicato “Radio Mogadiscio”, il singolo che a novembre 2025 ha segnato il loro ritorno sulle scene: un brano che, tra suggestioni immaginarie ed esperienze reali, celebra la memoria e la resistenza attraverso la musica. Il brano rende omaggio e punta a non disperdere proprio l’impegno del colonnello Abshir Hashi Alì, l’uomo che ha rischiato la vita per preservare un archivio sterminato di canzoni, poesie e opere teatrali sopravvissuto a decenni di devastazioni, saccheggi e bombardamenti. La stessa impresa che oggi si stanno facendo portavoci gli archivisti raccontati da Al Jazeera.
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Il lavoro di digitalizzazione è iniziato già nel 2012 ma è stato frenato per anni dalla mancanza di risorse: secondo le stime del direttore della stazione, Abdi Jeite, è stato finora convertito solo circa il 10% dell’intero archivio. Per accelerare i tempi, a inizio giugno il ministero dell’Informazione somalo e l’ufficio regionale UNESCO per l’Africa orientale hanno riunito a Mogadiscio archivisti da tutto il paese, con l’obiettivo di candidare l’archivio al programma Memoria del Mondo dell’UNESCO, che censisce i patrimoni documentari di rilevanza storica mondiale.
Perché questo archivio conta così tanto
Per capire il peso simbolico di questi nastri bisogna capire cosa ha rappresentato la radio nella vita somala. Radio Mogadiscio è stata probabilmente la più importante istituzione mediatica della Somalia post-indipendenza, spiega ad Al Jazeera la storica Iman Mohamed, dell’Università del Minnesota. In una società che privilegia l’oralità rispetto alla parola scritta, la radio è stata straordinariamente efficace nel creare uno spazio pubblico condiviso, capace di far sentire le persone legate tra loro e a un comune senso di nazione.
La stazione è diventata così una vera fucina di talenti: se eri un musicista, un poeta, un drammaturgo o un produttore, Radio Mogadiscio era la piattaforma su cui volevi comparire, ha reso famose le stelle della Somalia, racconta l’archivista Abdiqadir Geedi Robleh, che ogni giorno infila una bobina nel vecchio registratore e ne trasferisce il contenuto su computer. Quando dai vecchi nastri emerge una canzone d’amore di un cantante celebre, dice, è come essere riportato di colpo alla propria giovinezza.
L’emittente ha avuto anche un ruolo diretto nel progresso sociale del paese: è stata tra i sostegni principali della campagna di alfabetizzazione di massa del 1972, quando il governo inviò studenti nelle zone rurali della Somalia per insegnare il nuovo alfabeto somalo, un’iniziativa che portò a un aumento drastico del tasso di alfabetizzazione nel paese.
Con il crollo del governo centrale nel 1991 e la nascita di emittenti private, il ruolo di Radio Mogadiscio nella vita quotidiana dei somali si è ridimensionato e nel novembre 2021 il gruppo affiliato ad al-Qaida al-Shabab ha assassinato l’allora direttore della stazione, Abdiaziz Mohamud Guled, in un attentato suicida a Mogadiscio.
Oggi, con la guerra civile ormai giunta al suo terzo decennio, la distruzione degli archivi ha lasciato un vuoto enorme nella documentazione storica della Somalia, tanto che chi studia la storia del paese è quasi interamente dipendente da archivi stranieri o dalla storia orale, sottolinea ancora Mohamed. Un problema che riguarda soprattutto i più giovani, che non potranno mai conoscere davvero il mondo che Radio Mogadiscio raccontava nel suo periodo d’oro, se quella memoria non viene recuperata.
Un patrimonio che riguarda tutti
Come ha ricordato Guilherme Canela, funzionario UNESCO che segue il progetto di digitalizzazione, proteggere questo tipo di conoscenza non è rilevante solo per la Somalia, ma per tutti. È un principio che vale, più in generale, per ogni archivio sonoro, fotografico o documentario minacciato da conflitti, incuria o semplice mancanza di fondi: ogni nastro perso è una voce, una canzone, un frammento di storia collettiva che non tornerà più. È forse anche per questo che, quasi in parallelo, una band italiana e un piccolo team di archivisti somali hanno finito per accendere i riflettori sullo stesso luogo, da due sponde opposte del Mediterraneo: la storia di Radio Mogadiscio, tra chi lavora contro il tempo per salvare i nastri e chi ne tiene viva la memoria in una canzone, è un piccolo promemoria di quanto sia fragile, e prezioso, tutto ciò che chiamiamo patrimonio culturale.
Due modi diversi, ma complementari, insomma, di dire la stessa cosa: la memoria culturale, quando viene dispersa dalle guerre e dal tempo, si può e si deve provare a salvare.
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Simona Falasca
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