Chiunque abbia vissuto gli ultimi decenni di rivoluzione tecnologica ha assistito a un cambiamento profondo nell’opinione pubblica. Le reazioni contro gli schermi stanno raggiungendo livelli senza precedenti: le scuole vietano gli smartphone e scollegano costosi portatili che avrebbero dovuto salvare il mondo. È ormai evidente che tutto questo apparato digitale abbia prodotto l’effetto opposto, facendo calare i voti, riducendo la capacità di concentrazione e diffondendo un’alienazione sociale mai vista nella Storia.
Lo vediamo tutti, credo. Troppe volte ho incontrato ventenni che hanno frequentato la scuola negli anni del lockdown e che sono stati istruiti nell’era del digitale totale: ragazzi che faticano a guardarti negli occhi, a formulare frasi coerenti, che non mostrano quasi nessuna curiosità verso alcunché, e che sono incapaci di ragionare su questioni elementari di Storia, scienza, lingua o su qualunque altro tema al di fuori dei video virali di TikTok.
Questa è la generazione meno istruita e meno formata di tutta la storia moderna? Sì, si può sostenerlo senza timore di smentite e alla luce dell’evidenza.
Tutti puntano il dito contro i mass media digitali, e probabilmente a ragione. I genitori si sono fidati troppo. Le scuole e gli insegnanti hanno delegato troppo. Gli adulti hanno ceduto il proprio ruolo ai colossi tecnologici, che li hanno traditi.
C’è un film divertente del 1979 con Steve Martin, intitolato Lo Straccione. Il protagonista cresce in una zona rurale povera, va in città e si imbatte in un’invenzione che permette di togliersi gli occhiali grazie a una piccola linguetta sul ponte nasale. Un imprenditore trova l’idea interessante e investe. Lo straccione, diventato ricchissimo con le percentuali sulle vendite, comincia subito a vivere da gran signore: ristoranti di lusso, abiti di alta moda, una villa favolosa e, naturalmente, un atteggiamento odioso. Poi la fortuna gira: si scopre che i nuovi occhiali provocano lo strabismo, le vittime fanno causa e l’azienda fallisce, lasciando di nuovo Lo Straccione in miseria.
È un’allegoria che si rifà alla classica storia di chi passa dalla miseria alla ricchezza per poi tornare alla miseria. È Il lupo di Wall Street o Scarface. Può insegnarci qualcosa sullo strano modo con cui siamo attratti da innovazioni e nuovi aggeggi non sperimentati che, in seguito, si rivelano portatori di effetti collaterali imprevisti.
Lo stesso sembra valere per i media digitali in generale. Io non posso dire di essere stato tra i saggi che avevano intuito i pericoli. Anzi: ero entusiasta di ogni nuovo strumento. La prima volta che ho visto l’iPhone 1, quasi mi è cambiata la vita. E ho scritto interi libri per celebrare il passaggio al cloud. Certo, non avevo completamente torto, ma ero anche cieco rispetto agli aspetti negativi.
L’intelligenza artificiale ha segnato una svolta epocale, prevalentemente verso il lato oscuro della vita. Uno strumento che sostituisce il pensiero stesso è destinato a diventare in qualche modo un pericolo per la società umana. Quello che le macchine fanno è causare inevitabilmente l’atrofia delle abilità in ogni campo. Non è del tutto negativo quando si tratta di spaccare pietre, arare la terra o cucire abiti, ma c’è un limite. Sostituire l’intelligenza con le macchine ci porta in un territorio completamente nuovo.
A posteriori, non è del tutto chiaro perché qualcuno abbia pensato che mettere un Chromebook in mano a un bambino lo potesse rendere più intelligente. Certo, offre un accesso maggiore al flusso di informazioni. Ma forse avremmo dovuto capire, dalla penosa storia della televisione, che il mezzo stesso sarebbe stato soggetto a un inesorabile calo di qualità. Ed è esattamente quello che è accaduto.
L’impatto sul pensiero è ancora più impressionante. Non esistono scorciatoie per allenare la mente umana: occorrono tempo, impegno, memorizzazione, esercizi di logica, sviluppo di una mente lucida e poi una visione d’insieme della Storia e una lettura approfondita dei classici, la padronanza di strumenti quali la lingua, la matematica e le scienze, oltre allo sviluppo di abilità tecniche nella lettura e in altri ambiti.
Il problema del digitale è che induce a credere che l’essere umano possa saltare tutti questi passaggi: che basti cogliere una sintesi visiva, assumere pose e titoli giusti e via, si è pronti.
Questo io lo vedevo già nel 2005, quando prendeva piede la cultura dei meme (dal greco, imitazione/ripetizione) e la gente si schierava intorno a pensatori e idee senza mostrare alcuna prova di averli mai realmente letti e compresi. Ma oggi la situazione è nettamente peggiorata: le tecnologie stanno inducendo un’intera generazione a pensare di poter fare a meno del duro lavoro intellettuale, e il sistema dell’istruzione lo consente. Ma il momento della verità arriva quando si entra nel mondo del lavoro professionale, quando le capacità di pensiero fondamentali, date per scontate da sempre, risultano stranamente assenti. Ci ritroviamo a dipendere interamente da alcuni talenti eccezionali o da persone sopra i cinquant’anni che ancora conservano lucidità.
Oggi tutti ci affanniamo a cercare un modo per disintossicare la mente dalla dipendenza di stringati dati digitali e dall’intelligenza artificiale, mentre le aziende che producono questi strumenti continuano a insistere per costruire dei centri elaborazione dati sempre più grandi e invasivi, ricorrendo persino all’esproprio per pubblica utilità pur di ottenere le risorse necessarie.
Nel frattempo, l’intelligenza artificiale sta incontrando un’opposizione pubblica enorme. Quest’anno, alle cerimonie di laurea il nuovo rituale tra gli studenti è stato fischiare e contestare gli oratori che inneggiavano alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Sono i ragazzi obbligati a restare chiusi in casa per motivi di “salute pubblica”, costretti alle videochiamate su Zoom e convinti a credere che le macchine avrebbero risolto tutti i loro problemi. Ora si trovano davanti a un mercato del lavoro che li emargina e li sostituisce con dispositivi che quasi nessuno capisce.
Stiamo riscoprendo un’antica verità: la mente umana non è un hard disk su cui scaricare dati. È un “muscolo” che si sviluppa attraverso la resistenza. La vera istruzione richiede sforzo e confronto. Gli schermi danno illusione di padronanza mentre invece riducono alla passività: si scorre, si guarda, si mette «mi piace». Raramente ci si impegna, si apprende o si crea. Questa rivolta è profonda: genitori che strappano i figli dallo schermo, scuole che mettono armadietti per i telefoni, università che riscoprono il valore degli esami scritti a mano sono degli istinti di sopravvivenza che si risvegliano.
Il risultato è stato definito “obesità intellettuale”: accesso illimitato e zero assimilazione. Gli studenti consegnano tesine scritte dall’intelligenza artificiale che a malapena capiscono. I programmatori informatici si affidano al completamento automatico fino a non riuscire più a correggere semplici errori logici. La creatività si riduce a mera “ingegneria dei tasti”, rischiando di produrre una società di pappagalli eleganti, fluenti in una sintassi presa in prestito ma vuoti di pensiero originale e senso critico. La strada da seguire richiede un rifiuto consapevole: i genitori devono riprendere il controllo sui dispositivi, gli insegnanti devono dare priorità al libro cartaceo, al dialogo socratico e all’ora di studio silenzioso in biblioteca.
Le aziende devono rispondere al mercato, essere responsabili per i loro prodotti che creano dipendenza. E noi, come persone – soprattutto chi un tempo esultava di fronte a ogni novità – dovremmo praticare il minimalismo digitale: lasciare il telefono in un’altra stanza, disattivare le vibrazioni. Provare magari quello che sto facendo io: impostare il telefono in bianco e nero per renderlo il più noioso possibile e spegnere tutte le notifiche. E poi leggere attentamente, scrivere a mano, parlare con gli sconosciuti, organizzare cene per conversare a lungo con altre persone, esercitare la capacità di socializzare. Insomma: ricostruire i percorsi neurali che gli schermi hanno azzerato.
Da sempre, il progetto umano ha fatto affidamento su menti colte. Noi abbiamo ceduto troppo al bagliore degli schermi. Le macchine continueranno ad avanzare, ma il vantaggio dell’umanità risiede in quello che le macchine non possono replicare: la scintilla della fatica, il senso profondo dell’essere presenti, l’ostinato rifiuto di esternalizzare la nostra anima.
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Jeffrey A. Tucker per ET USA
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