Quasi 6mila lavoratori stranieri nell’agricoltura ferrarese


Il caporalato si può intuire osservando le automobili che attraversano il paese alle prime ore del mattino. Le monovolume cariche di lavoratori diretti nelle campagne, le abitazioni sovraffollate, la velocità con cui un ragazzo appena sceso dal treno, senza conoscere una parola di italiano, può trovare contemporaneamente un letto, un mezzo di trasporto e un posto nei campi: tutti segnali di sfruttamento lavorativo.

Non servono necessariamente baraccopoli o reclutamenti alla luce del sole. Nel Ferrarese lo sfruttamento può nascondersi dietro un contratto formalmente regolare al quale non corrispondono tutte le giornate lavorate. Oppure dentro una rete che procura insieme impiego, trasporto e alloggio, rendendo il bracciante dipendente da chi la controlla.

È quanto emerge da “Un’insostenibile eccellenza? Sulle tracce dello sfruttamento lavorativo nelle filiere agroalimentari dell’Emilia-Romagna”, la nuova ricerca di luglio 2026 di WeWorld realizzata con Marco Omizzolo, docente alla Sapienza ed esperto di caporalato, e Davide Nicola Carnevale, ricercatore dell’Università di Ferrara.

Il rapporto analizza diversi comparti regionali, ma sceglie proprio la provincia ferrarese come caso di studio sul lavoro agricolo. “Una palestra per capire l’Emilia-Romagna”, la definisce un rappresentante sindacale intervistato, dove osservare insieme il caporalato, l’intermediazione della manodopera e le possibilità concrete di intervento.

Ferrara è la terza provincia della regione per numero di occupati in agricoltura, preceduta da Forlì-Cesena e Ravenna. Il settore conta circa 13.400 lavoratori e lavoratrici, parti all’11% dell’occupazione provinciale e al 16% degli addetti agricoli dell’Emilia-Romagna.

Secondo l’elaborazione di WeWorld sui dati Inps, il 44,7% degli occupati agricoli registrati nel Ferrarese non ha cittadinanza italiana: quasi seimila persone, provenienti soprattutto da Romania, Pakistan, Marocco, Polonia e India. Il dato non comprende chi ha acquisito la cittadinanza italiana, i lavoratori privi di un regolare titolo di soggiorno e la componente completamente sommersa.

La media delle giornate dichiarate è di 112 all’anno e il 60% degli addetti resta sotto le 150. Per i lavoratori stranieri la media scende a 104 giornate per le donne e 109 per gli uomini, contro rispettivamente 119 e 114 per gli italiani. È anche la distanza tra il lavoro registrato e quello realmente svolto che, secondo gli interlocutori della ricerca, si nasconde una parte dell’irregolarità.

Il principale approfondimento riguarda Portomaggiore, diventato negli ultimi trent’anni uno snodo della manodopera agricola ben oltre i suoi confini comunali. Il paese conta circa 2.200 residenti stranieri su 11.800 abitanti, per quasi la metà di origine pakistana. Tra il 2022 e il 2024 la loro incidenza è cresciuta dal 17 al 23%, mentre oltre il 45% degli iscritti alla scuola primaria è di origine straniera.

Non si tratta più, quindi, di una presenza esclusivamente stagionale, ma di un insediamento stabile che contribuisce anche alla tenuta demografica del comune, secondo WeWorld.

Il costo più accessibile delle abitazioni, la disponibilità delle vecchie case coloniche, la ferrovia e la vicinanza alle aziende hanno reso Portomaggiore un punto di riferimento per chi cerca lavoro nei campi. Nei periodi di maggiore richiesta, secondo le stime raccolte, vi arriverebbero anche circa mille lavoratori pakistani non residenti.

Proprio qui sono state sperimentate alcune delle principali risposte territoriali descritte da WeWorld. Nel giugno 2025 è stato avviato Agribus, il servizio nato all’interno della sezione ferrarese della Rete del lavoro agricolo di qualità per collegare la stazione di Portomaggiore alle aziende della provincia. Nella fase analizzata dal rapporto, tre linee coordinate con gli orari di lavoro hanno trasportato ogni giorno circa 150 braccianti pakistani verso sei imprese. In tre mesi il servizio avrebbe così sottratto agli intermediari circa 90mila euro.

Il dato mostra quanto il trasporto sia centrale. Per molti lavoratori stranieri, privi di auto o patente riconosciuta in Italia, poter raggiungere i campi è una condizione indispensabile per lavorare. Chi controlla gli spostamenti può chiedere denaro e, in alcuni casi, condizionare l’accesso stesso all’impiego.

Agribus offre invece un collegamento regolare e sicuro, intervenendo direttamente su uno dei meccanismi che alimentano la dipendenza dai caporali.

La centralità del trasporto emerge anche dall’attività delle Brigate del Lavoro della Flai Cgil, che raggiungono i braccianti nei campi e nei punti di ritrovo, distribuiscono acqua durante le giornate più calde e raccolgono informazioni su orari, salari, contratti e modalità di spostamento.

Delle Brigate del Lavoro ne avevamo parlato con la segretaria nazionale della Flai Cgil, Silvia Guaraldi, che aveva indicato il Ferrarese come uno die territori più avanzati nella prevenzione dello sfruttamento agricolo, grazie alla collaborazione tra Prefettura, Insp, Agenzia regionale per il lavoro, organizzazioni agricole, sindacato e terzo settore.

Accanto al servizio è stato rafforzato il presidio dell’Agenzia regionale per il lavoro di Portomaggiore, con l’introduzione della mediazione culturale. I Job Day organizzati sul territorio hanno fatto incontrare oltre 400 candidati e 18 imprese. Nello stesso spazio comunale ha operato Common Ground, con Cidas e la rete antitratta, affianco all’incontro tra domanda e offerta l’assistenza sociale, linguistica e legale. Le istituzioni hanno inoltre incontrato la comunità pakistana nei due centri di preghiera islamici del paese, raggiungendo persone fino a quel momento rimaste lontane dai servizi pubblici.

Il lavoro nero vero e proprio sarebbe oggi meno diffuso, perché troppo rischioso. A prendere piede sono forme più difficili da scoprire: giornate segnate solo in parte, straordinari pagati fuori busta e contratti regolari sulla carta che non raccontano tutte le ore trascorse nei campi.

Di fronte a questo quadro, Agribus, gli sportelli e le Brigate del Lavoro rappresentano risposte concrete. Silvia Guaraldi della Flai Cgil indica il servizio di trasporto come un “modello da esportare”, mentre WeWorld chiede di garantirgli continuità e di affiancarlo a più controlli, mediazione e corsi di italiano accessibili ai braccianti. Il Ferrarese emerge così come uno dei luoghi in cui lo sfruttamento è più visibile, ma anche come un laboratorio di soluzioni da rafforzare e rendere stabili.


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