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Alle 10:25 di sabato 2 agosto 1980, mentre l’Italia viveva la consueta giornata di esodo estivo, un ordigno ad altissimo potenziale esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione centrale di Bologna. Il boato fece crollare la struttura sovrastante le sale d’attesa e circa trenta metri di pensilina, investendo anche due vetture del treno Ancona-Basilea fermo al primo binario. Il ristorante self-service e gli uffici del primo piano furono ridotti in macerie.
La gravità della strage fu aggravata dall’enorme affollamento della stazione in un sabato di partenze. Il bilancio finale fu di 85 morti e oltre 200 feriti, la strage più sanguinosa della storia repubblicana italiana. Tra le vittime, la più giovane fu Angela Fresu, di appena tre anni; la più anziana Antonio Montanari, di 86 anni.
Nelle ore successive Bologna si trasformò in un’unica grande macchina di solidarietà: cittadini, vigili del fuoco, forze dell’ordine e persino l’esercito si unirono in una catena di soccorso spontanea. Un autobus della linea 37 divenne il simbolo di quella giornata, trasformato in un improvvisato mezzo per il trasporto delle salme verso l’obitorio di via Irnerio, e ancora oggi torna protagonista delle commemorazioni annuali. Nel pomeriggio giunse in città il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, profondamente scosso, che definì l’attentato il crimine più grave mai avvenuto nella storia dell’Italia repubblicana. La sera stessa, piazza Maggiore si riempì per la prima manifestazione di protesta e richiesta di giustizia.
Le indagini, tra le più lunghe e complesse della storia giudiziaria italiana, scartarono rapidamente le prime ipotesi, come lo scoppio di una caldaia, incompatibile con il luogo dell’esplosione, per confermare la matrice dolosa dell’attentato.
Le condanne degli esecutori
Al termine di un lungo iter giudiziario, dal 1995 sono diventate definitive le condanne all’ergastolo per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, militanti dei NAR, il gruppo terroristico di estrema destra attivo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, riconosciuti come esecutori materiali della strage. Nel 2007 la Cassazione ha confermato anche la condanna a 30 anni per un altro ex militante dei NAR, Luigi Ciavardini, che all’epoca dei fatti era minorenne.
Sempre nel novembre 1995 la Cassazione confermò le condanne per depistaggio delle indagini: dieci anni per il capo della loggia P2 Licio Gelli, altrettanti per il faccendiere Francesco Pazienza, e pene minori per gli ex ufficiali del SISMI Pietro Musumeci (otto anni e cinque mesi) e Giuseppe Belmonte (sette anni e undici mesi).
A distanza di oltre quarant’anni, il ricordo della strage resta vivo grazie all’impegno della cittadinanza e delle associazioni dei familiari delle vittime, che continuano a chiedere piena verità, in particolare sull’identità dei mandanti.
Cavallini condannato per concorso
Alla fine del 2017 si aprì davanti alla Corte d’Assise di Bologna un nuovo processo, volto ad accertare eventuali responsabilità ulteriori nell’attentato. Sotto processo finì Gilberto Cavallini, allora 67enne, ex militante dei NAR ed ergastolano in regime di semilibertà. Il 9 gennaio 2020 Cavallini fu condannato per concorso esterno in strage, con l’accusa di aver fornito sostegno logistico a Fioravanti, Mambro e Ciavardini: un alloggio in Veneto, documenti falsi e l’auto utilizzata per il tragitto da Padova a Bologna. La condanna fu resa possibile da una rilettura aggiornata degli atti processuali, sollecitata anche dalle segnalazioni dell’Associazione dei familiari delle vittime, da tempo impegnata a sollecitare la magistratura ad approfondire i punti ancora oscuri della vicenda. Cavallini è stato poi condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 15 gennaio 2025.
La levetta ritrovata tra le macerie
Proprio nell’ambito del processo a Cavallini, una perizia chimico-esplosivistica ha portato alla luce, tra i reperti della strage, una levetta che potrebbe essere stata l’interruttore utilizzato per far esplodere l’ordigno. Secondo il geominerario esplosivista Danilo Coppe e il tenente colonnello Adolfo Gregori del RIS di Roma, si tratterebbe di un dispositivo simile a quelli impiegati nell’industria automobilistica, paragonabile a un oggetto analogo trovato nell’ordigno destinato a Tina Anselmi, allora presidente della commissione P2, e a quello sequestrato alla terrorista tedesca Margot Christa Frohlich, arrestata a Fiumicino nel 1982 e in seguito coinvolta, insieme a Thomas Kram, in un’indagine sulla cosiddetta “pista palestinese” poi archiviata.
Per Coppe un oggetto simile non avrebbe avuto ragione di trovarsi nella sala d’aspetto di una stazione, anche se, come ha precisato in un’intervista a Repubblica, la certezza assoluta che si tratti proprio dell’interruttore che innescò la bomba non può essere data: non è da escludere, seppur improbabile, che lo strumento fosse stato usato dal personale delle ferrovie per una riparazione di fortuna all’impianto elettrico. La perizia rileva inoltre che la deformazione dell’oggetto suggerisce una posizione molto vicina al punto dell’esplosione, e non esclude, come ipotesi, che l’interruttore fosse difettoso o danneggiato al punto da provocare una detonazione prematura e accidentale.
Il processo ai mandanti
Il livello dei mandanti è rimasto per decenni avvolto nel mistero. Dopo anni di indagini la Procura ordinaria aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo, sempre rimasto contro ignoti, ma nell’ottobre 2017 la Procura generale lo ha avocato a sé, portando avanti l’inchiesta con il supporto di carabinieri del ROS, Digos e Guardia di Finanza. A opporsi con decisione alla richiesta di archiviazione era stata l’associazione dei familiari delle vittime.
A partire dal 2017 gli inquirenti hanno raccolto nuove testimonianze e inoltrato rogatorie in Svizzera su conti correnti riconducibili anche a Licio Gelli, venerabile maestro della P2, morto nel dicembre 2015. L’11 febbraio 2020 la Procura generale di Bologna ha notificato quattro avvisi di fine indagine, indicando la P2 e Gelli come mandanti della strage. Tra i destinatari figurava Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale, ritenuto un possibile esecutore in concorso con Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, questi ultimi quattro tutti deceduti e considerati mandanti, organizzatori o finanziatori, oltre che in concorso con i militanti dei NAR già condannati. Secondo l’ipotesi investigativa, un flusso di circa cinque milioni di dollari proveniente da conti riconducibili a Gelli e Ortolani sarebbe arrivato agli organizzatori e agli esecutori.
Gli inquirenti hanno ricostruito che, nei giorni immediatamente precedenti l’attentato, Gelli, un suo factotum e alcuni degli esecutori si trovavano nella stessa località, dove sarebbe stato consegnato agli attentatori circa un milione di dollari in contanti. Un’altra quota di quella somma, circa 850mila dollari, sarebbe finita a Federico Umberto D’Amato, ex capo dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, che secondo gli inquirenti manteneva i contatti con la destra eversiva tramite Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale. Una parte ulteriore del denaro sarebbe stata destinata a finanziare un’operazione di depistaggio mediatico: la Procura generale ritiene che una somma sia arrivata a Mario Tedeschi, ex senatore del MSI iscritto alla P2 e direttore del settimanale “Il Borghese”, per sostenere sulle sue pagine l’ipotesi alternativa della “pista internazionale”.
Le accuse a Paolo Bellini
Nello stesso filone d’indagine è stato coinvolto anche Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale noto come la “Primula nera”, già indagato in passato: nell’aprile 1992 il tribunale di Bologna si era pronunciato con una sentenza di non doversi procedere, poi revocata dal gip nel maggio 2019. Decisivo per la riapertura del caso è stato un fotogramma estratto da un filmato amatoriale, in cui compare, vicino a un binario, il volto di un uomo negli istanti successivi all’esplosione, identificato dalla Procura generale come possibile ritratto di Bellini. A rafforzare l’impianto accusatorio ha contribuito anche un’intercettazione ambientale del 1996, in cui Carlo Maria Maggi, ex capo di Ordine Nuovo condannato per la strage di Brescia e morto nel 2018, avrebbe fatto riferimento alla responsabilità della banda Fioravanti e alla partecipazione di un “aviere” all’attentato: un dettaglio che gli inquirenti bolognesi hanno collegato a Bellini, conosciuto negli ambienti di destra per la passione per il volo e in possesso del brevetto da pilota.
Il 19 maggio 2020 la Procura generale di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio per Bellini, confermato il 2 febbraio 2021. Il 16 aprile 2021 si è aperto a Bologna il processo con tre imputati: lo stesso Bellini, accusato di essere il quinto esecutore materiale della strage in concorso con Fioravanti, Ciavardini, Mambro e Cavallini; Piergiorgio Segatel, ex carabiniere accusato di depistaggio; e Domenico Catracchia, amministratore di condominio di immobili in via Gradoli a Roma, chiamato a rispondere di false informazioni rese al pubblico ministero. Con sentenza della Cassazione del 1° luglio 2025 le condanne a carico di Bellini, Segatel e Catracchia sono diventate definitive.
Nel frattempo, nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2019, è morto a Roma Stefano Delle Chiaie, che era stato accusato di concorso nella strage e in seguito assolto per insufficienza di prove: esponente di rilievo della destra radicale ed ex militante del Movimento Sociale Italiano, era stato fondatore di Avanguardia Nazionale.
Nonostante questi importanti sviluppi giudiziari, la ricostruzione completa della rete dei mandanti resta ancora oggetto di indagine.
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Silvia Romano
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