Gli elefanti cresciuti in cattività tra circhi, zoo e turisti possono tornare in libertà? Sì, e questo studio lo dimostra



Chikwenya ha trascorso circa 27 anni in cattività. Oggi è la matriarca di un piccolo branco che si muove in una riserva sudafricana, ha partorito un cucciolo e si occupa degli elefanti più giovani. Nessun addestratore le indica dove andare o quando fermarsi. La sua storia è una delle undici analizzate in uno studio pubblicato su PLOS One. I ricercatori hanno seguito alcuni elefanti africani provenienti da circhi, strutture turistiche e altri ambienti controllati, poi reintrodotti in tre riserve recintate del Sudafrica. Dopo anni passati agli ordini degli esseri umani, si comportavano per molti aspetti come gli animali selvatici usati per il confronto.

“Liberi”, in questo caso, richiede una precisazione. Gli elefanti si muovono autonomamente, cercano cibo, costruiscono relazioni e prendono decisioni all’interno di aree protette delimitate. Le riserve hanno recinzioni, flussi turistici e programmi di gestione. Il cancello aperto verso una savana sconfinata appartiene ai documentari; la ricerca ha osservato qualcosa di meno cinematografico e molto più misurabile.

Dal circo alle riserve sudafricane

Gli undici elefanti avevano storie parecchio diverse. Alcuni erano nati in cattività, altri erano stati catturati da piccoli. Bully aveva lavorato in un circo; altri trasportavano turisti o erano impiegati in strutture commerciali. Il tempo trascorso sotto controllo umano variava da pochi anni a quasi tre decenni.

Alcuni erano stati allontanati dalle strutture perché rifiutavano di collaborare, entravano in conflitto con altri elefanti o mostravano aggressività verso gli addestratori. In altri casi, il trasferimento era avvenuto per ragioni etiche. Prima della reintroduzione avevano seguito percorsi differenti, costruiti dalle singole riserve e non decisi dagli autori dello studio.

Tra marzo 2019 e luglio 2024, il gruppo di ricerca li ha osservati durante sessioni di circa tre settimane, ripetute da cinque a otto volte in ciascuna area. Sono stati analizzati 275 filmati da dieci minuti, circa 46 ore complessive: 216 registrazioni riguardavano gli elefanti reintrodotti e 59 la popolazione selvatica di riferimento.

Nei video gli studiosi hanno contato i comportamenti legati alla vigilanza, all’attenzione verso l’ambiente, al conflitto e ai gesti rivolti verso il proprio corpo, come toccarsi con la proboscide. Segnali utili per capire come un animale percepisce e affronta ciò che gli accade intorno.

Si comportavano quasi come gli elefanti selvatici

Nella vigilanza, nei comportamenti conflittuali e nei gesti rivolti verso il corpo, le differenze tra elefanti reintrodotti e selvatici non erano statisticamente significative. Il risultato ha smentito le ipotesi iniziali dei ricercatori, che si aspettavano più segnali associati alla vita in cattività e una maggiore diffidenza verso l’ambiente naturale.

Una distanza è comparsa nell’attenzione. I maschi adulti e le femmine giovani reintrodotti si fermavano meno spesso ad ascoltare, annusare l’aria o esaminare gli oggetti rispetto agli elefanti selvatici delle stesse categorie.

Gli autori propongono una possibile spiegazione. Nelle strutture controllate sono gli addestratori a sorvegliare il gruppo, scegliere i percorsi e intervenire davanti ai pericoli. Gli animali possono quindi aver avuto meno occasioni per controllare autonomamente l’ambiente. Nel caso delle giovani femmine, parte di questo lavoro potrebbe essere svolto dalla matriarca. Chikwenya, infatti, mostrava livelli elevati di attenzione e vigilanza rispetto alle altre femmine osservate.

Si tratta di interpretazioni, non di una causa dimostrata. Gli elefanti non escono dalla cattività con un libretto di istruzioni uguale per tutti.

Stress più alto in alcune femmine, entro i valori normali

Per misurare la risposta fisiologica, i ricercatori hanno raccolto campioni di feci e analizzato i metaboliti dei glucocorticoidi. Queste sostanze permettono di stimare l’attivazione dell’organismo davanti a situazioni impegnative senza dover avvicinare o immobilizzare gli animali.

Le femmine adulte e quelle giovani reintrodotte avevano concentrazioni mediamente superiori rispetto alle femmine selvatiche. Tutti i valori rimanevano comunque nell’intervallo osservato negli elefanti liberi, senza indicazioni di stress cronico.

I glucocorticoidi, del resto, aumentano per ragioni molto diverse: gravidanza, allattamento, presenza dei cuccioli, scarsità di acqua e cibo, rapporti sociali, turismo o interventi di gestione. Un numero elevato isolato dal contesto racconta poco. Per questo gli autori hanno affiancato i campioni fisiologici alle osservazioni del comportamento.

Tra i maschi non è emersa una differenza complessiva rispetto agli animali selvatici, anche se alcuni individui mostravano concentrazioni maggiori. Bully, l’elefante proveniente dal circo, aveva il valore più alto del suo gruppo. Il dato non consente di attribuirne la causa alla precedente vita circense: gli anni trascorsi in cattività, da soli, non spiegavano le differenze riscontrate.

Ogni elefante ha costruito una risposta propria

Uno dei risultati più interessanti riguarda le differenze individuali. Elefanti con esperienze simili, trasferiti nella stessa riserva, potevano reagire in modi molto distanti. In alcuni il comportamento seguiva abbastanza fedelmente i valori ormonali; in altri le due misure procedevano senza una relazione chiara.

Secondo gli autori, la personalità può contribuire a modellare queste risposte. Alcuni animali affrontano una situazione nuova in modo attivo, altri appaiono più calmi o attendisti. Le esperienze precedenti contano, insieme all’età, al sesso, alla struttura del branco, alle condizioni della riserva e al percorso seguito durante la reintroduzione.

Il campione rimane piccolo: undici elefanti. Rappresenta comunque più della metà dei circa venti individui provenienti dalla cattività e reintrodotti finora in Sudafrica. Le osservazioni non erano distribuite uniformemente tra stagioni e animali; mancavano inoltre dati sufficienti raccolti prima del rilascio e gli elefanti selvatici sono stati confrontati per gruppi di età e sesso, anziché individuo per individuo.

I risultati offrono quindi indicazioni preliminari, utili per progettare nuovi percorsi senza trasformare la reintroduzione in una ricetta pronta. Alcuni elefanti possono avere problemi fisici o comportamentali che richiedono riabilitazione, spazio, legami sociali adeguati e monitoraggi lunghi.

Secondo lo studio, in Sudafrica vivono ancora circa 88 elefanti africani distribuiti in 22 strutture di cattività. Gli undici osservati non garantiscono che ogni animale possa essere reintrodotto con successo. Mostrano però che decenni trascorsi tra addestratori, turisti e recinti più stretti non cancellano necessariamente la capacità di adattarsi a una vita autonoma.

Le riserve hanno ancora dei confini. Le decisioni quotidiane, questa volta, sono passate agli elefanti.

Fonte: PLOS One

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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