Restare nel paese in cui si è cresciuti, o tornarci, e ricevere per questo un aiuto pubblico, a patto di fare qualcosa per chi ci vive. È l’idea alla base del reddito di restanza, che una proposta di legge regionale vorrebbe introdurre in Campania per i giovani dei comuni più piccoli: fino a 1.000 euro mensili per un massimo di due anni, legati a un progetto per la comunità o all’apertura di un’impresa.
Il testo è stato depositato il 12 ottobre 2026 in Consiglio regionale con il numero 78 e il titolo “Misure di contrasto allo spopolamento dei piccoli comuni delle aree interne della Campania”. Prima del deposito, i promotori avevano già raccontato il progetto a settembre a Ciorlano, nel Matese casertano, in un incontro sulle aree interne.
Il fautore del testo e cosa significa “restanza”
La proposta porta la firma di Raffaele Aveta, consigliere regionale del MoVimento 5 Stelle, il partito del presidente della Giunta Roberto Fico, e di Gaetano Simeone, del gruppo Roberto Fico Presidente. Tra le righe compare un’espressione precisa, “restanza attiva”. Il termine “restanza” si deve all’antropologo calabrese Vito Teti, che lo ha reso popolare per descrivere chi decide di rimanere nei paesi che si svuotano, non per rassegnazione ma come progetto di vita.
Quali comuni sono coinvolti
Potrebbero rientrare nella misura solo i comuni con meno di 2mila abitanti che soddisfano almeno uno di questi criteri:
- far parte delle aree progetto campane della Strategia nazionale aree interne (Snai);
- risultare “periferici” o “ultraperiferici” nella classificazione Snai, costieri compresi;
- essere riconosciuti montani da una legge dello Stato;
- essere inseriti in una Comunità montana o in un’Unione di comuni montani.
Altri comuni sotto i 2mila abitanti potrebbero essere individuati dalla Giunta, in base a quanto calano gli abitanti, a quanti giovani se ne vanno, all’età media e alla fatica di raggiungere i servizi. Gli abitanti verrebbero contati sugli ultimi dati Istat disponibili all’uscita del bando. Per avere un ordine di grandezza, secondo l’Istat i due comuni più piccoli della regione sono Valle dell’Angelo (213 abitanti) e Serramezzana (271), tutti e due nel Salernitano.
Chi può partecipare: requisiti e tetto di cinque beneficiari
La platea sarebbe quella dei giovani dai 18 ai 45 anni con residenza e vita stabile nel comune da almeno un anno. Potrebbe candidarsi anche chi in quel paese ha abitato in passato per almeno un anno, purché ci rientri prima di incassare il primo assegno. Per tutto il periodo del sostegno bisognerebbe restare residenti lì.
Il limite più forte riguarda i numeri: in ciascun comune i beneficiari non potrebbero essere più di cinque alla volta. Difficile, quindi, parlare di una misura di massa.
Il percorso di comunità: 1.000 euro per 24 mesi
Le strade previste sarebbero due. La prima, chiamata “percorso di comunità”, sosterrebbe progetti utili al paese in campo sociale, culturale, educativo, ambientale o dell’innovazione digitale. L’assegno varrebbe 1.000 euro al mese e durerebbe al massimo due anni, senza rinnovi. A decidere sarebbe la Regione, dopo aver sentito il Comune, che dovrebbe motivare il suo parere, e il progetto non dovrebbe per forza diventare un’attività economica.
Resterebbero fuori i progetti che si sovrappongono ai compiti ordinari del Comune o che richiederebbero una gara. Lo scopo è chiaro: evitare che chi riceve l’assegno diventi manodopera a buon mercato per il municipio.
Il percorso d’impresa: 800 euro al mese più 25mila euro per iniziare
La seconda strada, il “percorso d’impresa”, sarebbe pensata per chi vuole aprire un’attività nuova o rilevarne una già avviata, anche come cooperativa. Qui l’assegno scenderebbe a 800 euro al mese per non più di 18 mesi e non calerebbe se l’attività comincia a guadagnare. In più arriverebbero fino a 25mila euro di contributo per partire, con formazione e tutoraggio a carico della Regione. Nelle graduatorie conterebbe soprattutto la capacità del progetto di reggersi sulle proprie gambe.
Dal percorso di comunità si potrebbe passare a quello d’impresa, se la nuova attività prosegue il progetto già avviato, ma in tutto l’assegno non potrebbe durare più di 36 mesi. E ciascuno potrebbe partecipare una volta sola.
Non sarebbe un canale verso il posto pubblico
Partecipare non darebbe alcun vantaggio nei concorsi o negli incarichi pubblici. È una scelta precisa, che servirebbe a impedire la nascita di un nuovo esercito di precari in attesa di stabilizzazione.
Le risorse: un fondo da 21 milioni in tre anni
Per pagare la misura, la proposta istituirebbe un Fondo regionale contro lo spopolamento da 21 milioni di euro in tre anni: un milione nel 2026 e dieci milioni sia nel 2027 sia nel 2028. Ogni anno il 70% andrebbe alla spesa corrente, cioè agli assegni, e il 30% agli investimenti, cioè ai contributi per le nuove imprese.
Anche a pieno regime le cifre resterebbero piccole. Con 7 milioni l’anno di spesa corrente e 12mila euro annui per ogni giovane del percorso di comunità, si arriverebbe al massimo a circa 580 assegni l’anno, e solo se tutti scegliessero quel percorso. I 3 milioni destinati agli investimenti basterebbero per non più di 120 contributi pieni da 25mila euro.
L’iter e la verifica dei risultati
Per ora il testo è all’esame della Commissione I. Se diventasse legge, la Giunta avrebbe 120 giorni per scrivere le regole operative: criteri delle graduatorie, spese ammesse, controlli. Il passaggio più interessante, però, verrebbe dopo: ogni anno la Giunta dovrebbe presentare al Consiglio una relazione, comune per comune, sugli esiti dei percorsi conclusi, con un monitoraggio della permanenza nei 24 mesi successivi.
I precedenti: Molise e Calabria
Pagare per ripopolare i borghi non è un’idea nuova al Sud. Nel 2019 il Molise varò il “reddito di residenza attiva”, voluto dal consigliere regionale Antonio Tedeschi: 700 euro al mese per tre anni a chi spostava la residenza in un comune sotto i 2mila abitanti e ci apriva un’attività, da tenere aperta almeno cinque anni. Il fondo era di circa un milione di euro e, secondo le cronache dell’epoca, il bando copriva 106 comuni molisani su 136.
Due anni più tardi la Calabria lanciò una misura con lo stesso nome: fino a 28mila euro in tre anni agli under 40 che, arrivando da un comune più grande o dall’estero, si trasferivano in un piccolo comune aderente per avviare un’attività. Se ne parlò anche sulla Cnn. Oggi la Regione Calabria ha cambiato approccio e punta sulla casa con il piano “Ripopola Calabria”, che raccoglie dai comuni sotto i 5mila abitanti immobili da sistemare per i nuovi residenti.
Rispetto a quei modelli, la proposta campana cambierebbe prospettiva. Molise e Calabria volevano attirare gente da fuori, mentre in Campania si punterebbe prima di tutto su chi nel paese vive già: si premierebbe chi resta, prima di chi arriva. E ci sarebbe un elemento in più: una relazione annuale al Consiglio, comune per comune, degli esiti dei percorsi conclusi.
Le polemiche non mancano: assistenzialismo o investimento?
Com’era facile prevedere, la proposta ha diviso la politica. Andrea de Bertoldi, deputato della Lega e presidente dei Liberali cristiano-democratici, la definisce “la riproposizione demagogica, superficiale e dannosa” del reddito di cittadinanza. Per de Bertoldi è “folle” dare soldi ai giovani “per una manciata di mesi” senza costruire prima le infrastrutture e le condizioni socio-economiche per un lavoro dignitoso.
Bandiere a parte, i limiti si vedono. C’è anzitutto la scala: con cinque beneficiari per comune e poche centinaia di assegni l’anno non si fermerebbe un declino demografico che va avanti da decenni. Poi la durata, perché due anni bastano a fatica per radicare un’impresa o un servizio in un paese dove manca il mercato. Infine, e soprattutto, le cause. Dai paesi non si va via solo per il reddito, ma perché chiudono le scuole, gli ambulatori restano vuoti, gli autobus passano due volte al giorno e internet va a singhiozzo. Senza servizi, l’assegno rischierebbe di rimandare la partenza invece di evitarla. E c’è un problema di equità: un giovane che vive in un comune da 2.001 abitanti, magari isolato allo stesso modo, resterebbe fuori.
Rimane la domanda più profonda: restare è giusto in sé? Vito Teti ha sempre descritto la restanza non come immobilità, ma come una scelta libera, che ha senso solo accanto al diritto di partire e di tornare. Andare via per studiare, lavorare o conoscere il mondo non è una colpa da risarcire. Il problema nasce quando partire diventa l’unica strada. In questo senso il reddito di restanza avrebbe un valore simbolico: riconoscerebbe che rimanere conta, per chi resta e per la comunità. Ma il simbolo da solo non basta. Perché restare sia una scelta e non un sacrificio pagato a tempo, servono le condizioni per vivere in quei paesi anche quando l’assegno finisce. Ed è su questo che l’eventuale legge, con il suo monitoraggio a due anni, sarebbe davvero giudicata.
Domande frequenti
Cos’è il reddito di restanza della Campania?
È una proposta di legge regionale, la numero 78 depositata il 12 ottobre 2026, per contrastare lo spopolamento dei piccoli comuni delle aree interne. Prevede un assegno mensile per i giovani che restano o tornano nel proprio paese realizzando progetti utili alla comunità o aprendo un’impresa.
Chi può richiederlo?
Potrebbero partecipare i giovani dai 18 ai 45 anni che abitano da un anno o più in un comune campano con meno di 2mila abitanti e con i requisiti previsti. Si aprirebbe anche a chi in passato ci ha vissuto almeno un anno e decide di rientrare. In ciascun comune i beneficiari non potrebbero essere più di cinque alla volta.
Quanto si riceve?
Il percorso di comunità darebbe diritto a 1.000 euro mensili per due anni al massimo. Il percorso d’impresa a 800 euro mensili fino a 18 mesi, con in più un contributo che potrebbe arrivare a 25mila euro per avviare l’attività. Sommando i due percorsi, l’assegno non potrebbe superare i 36 mesi.
Quando entra in vigore?
Non è ancora legge. La proposta è all’esame della Commissione I del Consiglio regionale. Se fosse approvata, la Giunta avrebbe 120 giorni per definire le regole operative e i bandi.
Ci sono state misure simili in altre regioni?
Sì. Il Molise nel 2019 ha introdotto il reddito di residenza attiva da 700 euro al mese per tre anni, e la Calabria ha offerto fino a 28mila euro a chi si trasferiva nei piccoli borghi. Quelle misure puntavano però ad attirare nuovi residenti, mentre la proposta campana premierebbe soprattutto chi già vive nel comune.
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