Una relazione che, almeno all’inizio, sembrava idilliaca. Ma che, nel giro di pochi mesi, aveva già cominciato a manifestare strane e inquietanti “anomalie”. Fino a trasformarsi, per lei, in un vero e proprio incubo. Capace di lasciare, anche a distanza di tempo, ferite emotive profonde e difficili da rimarginare.
Lei è Camilla Franchetto, 25enne di Conegliano, fotomodella, indossatrice, attrice e – di recente – seconda classificata nella finale del concorso Miss Città Murata disputata a Cittadella (dopo il successo nella tappa di selezione a Treviso). Una vittoria sfumata per un soffio per la giovane trevigiana, già con alle spalle numerose esperienze nel settore: la “Top 5” conquistata nel prestigioso concorso di bellezza “Miss Universo” ma anche la partecipazione a importanti eventi come la Milano Fashion Week, il Festival del Cinema di Venezia e quello di Cannes.
“Ho dato il massimo come sempre, perché penso che portare a casa il risultato sia l’obiettivo di tutte – spiega Camilla – Sono comunque soddisfatta di com’è andata, ma se avessi vinto il titolo sarebbe di certo stata una gioia più grande. “
Ma è proprio in quell’occasione, nel breve tempo concesso alle aspiranti miss per presentarsi, che Camilla ha voluto lanciare un messaggio inedito e un po’ fuori dagli schemi, basato proprio sulla sua (dolorosa) esperienza personale. Quella che ora ha deciso di raccontare a Qdpnews.it.
“Ho pensato che, se il mio discorso poteva servire a dare coraggio a qualche ragazza o donna che si trova oggi in una situazione analoga a quella vissuta da me in passato, ne valeva la pena”, sottolinea la 25enne. E la “situazione del passato”, di un passato che fa comunque molta fatica a passare, è quella di una relazione con un ragazzo che, da amorosa, è ben presto diventata “tossica” per lei.
“All’inizio era tutto bellissimo: attenzioni, complimenti, gentilezza, disponibilità. Lui, sempre solare, mi trattava davvero come una ‘principessa’ – racconta Camilla – Erano gli anni del Covid e lui, conoscendomi già di vista, mi aveva scritto su Instagram. Di solito è un tipo di approccio a cui non do mai seguito, perché mi piace conoscere le persone dal vivo, non sui social. Ma c’era appunto il lockdown all’epoca, quindi avevo fatto un’eccezione in quel caso”.
Da lì i due si vedono e l’aperitivo diventa una cena, poi una frequentazione stabile. Infine una storia vera e propria. “E per un po’ c’è stata questa ‘favoletta‘, in cui stavo molto bene – sottolinea Camilla – Ma dopo pochi mesi sono iniziate le ‘anomalie’, episodi strani a cui tu cerchi di non dare peso perché dici: ‘Non è possibile‘. Non riesci a essere razionale, perché hai idealizzato una persona sulla base di quel che c’è stato all’inizio e non vuoi ammettere la realtà. E lì inizia anche la manipolazione“.
La ricerca costante di giustificare, il pensare che fossero episodi sporadici (o causati da circostanze particolari e irripetibili), il cercare di “contenere” un malessere crescente evitando di parlarne con chi di dovere. Tutti step di un percorso verso il baratro che ora Camilla può facilmente riconoscere ma che, all’epoca, non vedeva. Da qui, forte di questa sua esperienza personale, la voglia di aiutare altre donne o ragazze che attraversano le stesse difficoltà con la condivisone del suo racconto.
“E tante cose le ho rimosse, non le ricordo più bene – continua la 25enne – Sta di fatto che, ad un certo punto, dopo essergli stata dietro per un po’ con la ‘sindrome della crocerossina‘, io volevo chiudere la storia perché non riuscivo più a sostenere la situazione e ci stavo male. Ma lui, ovviamente, non voleva accettarlo”.
E da lì sono cominciati i “giochi psicologici”, i ricatti e la pressione: “La frase più comune era che, se lo avessi lasciato, l’avrebbe fatta finita. E pensare che, all’inizio, volendogli bene, eravamo anche andati dallo psicologo insieme”.
Nonostante tutto però, anche trascurando le sollecitazioni dei suoi genitori che l’avevano vista cambiare in peggio e che la invitavano a lasciarlo definitivamente, Camilla alla fine non se la sente di chiudere del tutto la porta. E resta, cercando ancora di ridimensionare certi segnali.
Passa altro tempo, ma la situazione non cambia. Anzi, peggiora a vista d’occhio: “E quando decido di mettere di nuovo un punto, stavolta definitivo, ricomincia la pressione psicologica nei miei confronti – prosegue Camilla – Ma, a quella, cominciano ad aggiungersi altri episodi più gravi: il presentarsi sotto casa, al lavoro…un pressing continuo e asfissiante. Tanto che, ad un certo punto, avevo anche paura ad uscire di casa e mi ero trasferita da amici”.
Quello che oggi, più comunemente, si chiama stalking. “E anche la violenza fisica, purtroppo – aggiunge la 25enne – Sì, perché quando lui ha capito che volevo davvero chiudere, è diventato subito più aggressivo anche fisicamente. Se fossi rimasta ancora, probabilmente sarei finita anche io al Pronto soccorso con qualche occhio nero, come purtroppo succede a tante in situazioni analoghe”.
Non a caso la giovane coneglianese, alla fine, era stata costretta a rivolgersi anche ai Carabinieri. “In tutto ciò, una delle cose che mi hanno più male è stato vedere alcuni ‘amici’ o presunti tali che, di fronte a quel che io raccontavo con grande fatica e sofferenza, minimizzavano a loro volta e mi dicevano che era ‘impossibile’. Lui infatti apparentemente era ‘perfetto’ e quindi ero io quella ‘esagerata’ o addirittura matta”.
Un doppio dolore per Camilla, che già di suo – almeno con gli affetti più cari – della reale gravità di questa situazione non riusciva a parlare: “Negavo, censuravo, pensavo di poterlo gestire senza chiedere aiuto ad esempio ai miei genitori – spiega lei – Ho cercato fino all’ultimo di nascondere, di tenermi tutto dentro, di non parlarne. Fino a quando è diventato tutto troppo grande, ingestibile. Lui addirittura era arrivato al punto di chiamare i miei genitori, girare loro mie foto mentre ero in giro dandomi ovviamente della ‘poco di buono’. E una volta mio padre era dovuto scendere persino di casa perché questo faceva casino e mi insultava, dicendogli che se non se ne fosse andato avrebbe chiamato i Carabinieri”.
Alla fine, proprio grazie al coinvolgimento diretto di papà Massimo e mamma Sabrina, Camilla (figlia unica) riesce a divincolarsi da questa trappola “tentacolare” e a uscirne. “Anche se gli effetti si sentono ancora, soprattutto nelle relazioni successive che instauri – conferma la 25enne – Sei più guardinga, diffidente e, al primo segnale negativo, ti sale subito l’ansia, ti senti soffocare. Ho dovuto anche affrontare un percorso psicologico, sempre sostenuta dall’affetto di mamma e papà. Ora va meglio, ma quelle ferite restano”.
Per questo Camilla ha voluto fare quel discorso la sera della finale di Miss Città Murata, parole che ribadisce nuovamente con convinzione: “Vorrei essere una spalla per altre donne o ragazze che si trovano a vivere ora situazioni simili – conclude la 25enne – Io l’ho vissuto e so cosa stanno passando tante di loro, come so che a volte è più facile aprirsi e parlarne con un estraneo che ti capisce, piuttosto che con le persone a te più vicine. Perché subentrano paura e vergogna, come è stato per me. E in più rischi di essere giudicata. Quindi il mio appello è di scrivermi, anche attraverso i social, per parlarne. Contattatemi pure, magari posso aiutarvi e darvi qualche consiglio utile. Il primo è sempre lo stesso: parlatene, confidatevi con chi vi vuole bene, non tenetevi tutto dentro come avevo fatto io”.
Camilla ha infatti una pagina Instagram molto seguita (con quasi 11mila followers), a cui molte ragazze o donne in difficoltà potrebbero rivolgersi in prima battuta. “Quando parlai di questo argomento a Miss Universo, una signora che era lì presente, sui 45 anni, venne da me in lacrime – l’ultimo significativo aneddoto – Mi disse: ‘Cami, ti prego, dimmi come ne sei uscita! Perché io non riesco, non ce la faccio…’. Il fatto che, in quei pochi minuti, sia riuscita a suscitare una simile reazione in chi si identificava nel mio breve racconto, mi ha fatto capire l’utilità di parlarne e, nel mio piccolo, di dare una mano”.
(Autore: Alessandro Lanza)
(Foto: Camilla Franchetto)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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