Condividiamo con i nostri lettori questo reportage di viaggio del maestro moriaghese Paolo Manto:
Per molti il Kilimanjaro è soprattutto un nome, una montagna impressa nell’immaginario collettivo. Per chi decide di affrontarlo a piedi, però, diventa presto qualcosa di molto più concreto: un viaggio fisico e mentale attraverso ambienti che cambiano giorno dopo giorno, fino alla sfida finale con l’altitudine, il freddo e la propria resistenza.
Arusha, la porta dei safari e del Kilimanjaro
26 giugno
Dopo un giorno di volo e alcune ore di pulmino ad Arusha arrivo di notte, quasi in silenzio, l’aria è fresca, leggera, inattesa. In Africa, dove l’immaginazione porta spesso caldo e polvere, la Tanzania accoglie invece con un clima sorprendentemente fresco, tredici gradi e un buio morbido. In questi giorni di fine giugno in Veneto, ma non solo, ci sono temperature molto alte. Incredibile che sia dovuto venire in Africa per trovare il fresco!
Il mattino dopo la città si rivela poco alla volta. Arusha, situata a quasi 1.400 metri di altitudine, ai piedi del Monte Meru, è una città vivace della Tanzania settentrionale, considerata la capitale dei safari e principale porta d’accesso al circuito dei grandi parchi del Nord: Serengeti, Tarangire e Ngorongoro, ma soprattutto verso il Kilimanjaro. In questo periodo siamo nella stagione secca, periodo ottimale per fare i trekking e i safari. Nel mercato locale si mescolano colori, odori, voci, stoffe, frutta e passi frettolosi. È il primo contatto con un’Africa quotidiana e viva, prima che la montagna occupi tutto lo spazio dello sguardo.

Si parte. Attraverso la foresta pluviale fino al Campo 1
28 giugno
Il giorno seguente, però, la vera avventura chiama: tre ore di trasferimento in pulmino per raggiungere
l’ingresso del parco del Kilimanjaro a 1879 metri, il punto di partenza del trekking. Qui prima completiamo le formalità di registrazione per l’ingresso del parco, poi la foresta pluviale inghiotte il gruppo. Il sentiero sale tra tronchi umidi, foglie larghe, suoni nascosti, lontano da ogni paesaggio familiare. Il Kilimanjaro, ancora invisibile, è già presente in ogni respiro. Per il nostro gruppo di ventuno escursionisti si muove una piccola comunità di trentacinque persone: otto guide, tre cuochi e quattordici portatori. Senza di loro questa impresa non sarebbe possibile. Preparano, accompagnano, aspettano, incoraggiano. I portatori, tutti molto giovani, ci superano e
procedendo apparentemente senza fatica, portano sulle spalle e in testa non solo materiali, ma anche tutti i viveri necessari per la spedizione. Dopo alcune ore di salita raggiungiamo il primo campo a 2.720 metri.
Il campo è composto da piccole e spartane strutture in legno con bagni comuni esterni. La cena è semplice ed essenziale. Da questo momento in poi, tutto ciò che mangeremo sarà stato trasportato a spalle dai portatori che accompagnano la spedizione. L’acqua che berremo è invece quella dei ruscelli o delle sorgenti e verrà sempre bollita prima. La sera, ai margini della foresta, il freddo arriva senza chiedere permesso: bisogna vestirsi bene per restare al caldo. Dopo cena, andiamo a dormire presto, ognuno nel proprio sacco a pelo, mentre fuori
la foresta continua a parlare con versi lontani.


Secondo giorno: nella brughiera verso il Campo 2, i primi panorami
29 giugno
Il secondo giorno partiamo presto, ci attende un percorso più lungo del precedente. Il paesaggio cambia lentamente, come se la montagna si svelasse un piano alla volta. La foresta si dirada, entriamo nella brughiera, l’erica arborea prende il posto degli alberi, i cespugli si fanno bassi e il cielo si apre. In lontananza appare finalmente la cima, bianca, lontana, quasi irreale. Da quel momento il Kilimanjaro non è più solo una destinazione: diventa una presenza fissa, un punto verso cui misurare la fatica. Nel pomeriggio raggiungiamo il secondo campo a 3.720 metri, è un luogo battuto dal vento, anche se c’è il sole meglio stare al riparo. Qui alcuni grandi cartelli invitano gli escursionisti a prestare molta attenzione e ai sintomi del mal di montagna e a non sottovalutare i gravi effetti che essi possono produrre all’organismo. Dopo cena, con il calare del sole, la bassa temperatura impone ritmi lenti e il riposo nelle camerate arriva presto.


Terzo giorno: l’acclimatamento necessario
30 giugno
Oggi è la giornata dedicata all’acclimatamento, passaggio fondamentale prima del tentativo di vetta. Il giorno dell’acclimatamento è un esercizio di pazienza. La sveglia suona presto e, dopo la colazione, il nostro gruppo parte verso Zebra Point, a 4.200 metri. La salita richiede circa tre ore, non serve per conquistare una meta ma per abituare l’organismo all’altitudine, per insegnare al corpo a restare. La roccia striata di bianco e nero come il mantello di una zebra dà il nome al luogo. Intorno, i cespugli si ritirano e la montagna mostra il suo volto più roccioso. Poco più in alto si apre un panorama ampio sul Kilimanjaro, antico vulcano spento dalla caratteristica forma tronco-conica con la cima ancora fasciata di neve, un’immagine quasi surreale che contrasta coi colori caldi del resto del paesaggio. Da qui si vede il percorso che verrà, il rifugio più alto, la linea della salita notturna. La mente inizia a correre avanti, anche quando le gambe tornano indietro.


Quarto giorno: attraverso il deserto alpino fino al Campo 3
1° luglio
Nel Campo ci si sveglia presto, con l’agitazione ordinata delle partenze. La meta è il Campo tre, 4.720 metri: nove chilometri di cammino attraverso un altopiano sempre più spoglio, sette ore circa per avvicinarsi alla base del vulcano e alla notte decisiva. I gruppi di trekkers chiudono gli zaini, controllano gli strati, stringono le cinghie; poco più in là i portatori si preparano a precederli, come ogni giorno, verso il rifugio successivo. La temperatura mattutina è pungente e il vento soffia già deciso. Ci copriamo bene, infiliamo i capi antivento e ci mettiamo in fila dietro la guida. Davanti a noi si apre un tratto lungo, desertico, esposto, dove la montagna sembra togliere poco alla volta ogni riparo e lasciare solo pietra, polvere e cielo. Sotto di noi, in lontananza, una coltre compatta di nuvole nasconde la foresta e la pianura. È come camminare sopra un mare bianco, sospesi tra ciò che abbiamo lasciato e ciò che ci aspetta. Il sentiero è una sottile riga chiara nel deserto roccioso che si allunga davanti a noi. In fondo, la sagoma del Kilimanjaro si avvicina a ogni passo. Domani sarà il giorno della vetta e la montagna
sembra già parlare: “Sono qui, lo vedi? Sono certo che ce la farai. Rimani concentrato, non avere fretta, ti aspetto”. La cima imbiancata appare come un premio lontano, ma ormai non più irraggiungibile. La giornata resta ventosa. La polvere sollevata dall’aria secca si deposita sugli scarponi e sugli abiti; ci copriamo il volto per non respirarla. Il cielo è terso, attraversato solo da rade nubi lontane, e il silenzio dell’altopiano amplifica il rumore dei passi. L’ultimo tratto si fa più ripido. Siamo ormai alle pendici del vulcano, dove l’aria si assottiglia e ogni movimento richiede misura. Nel pomeriggio raggiungiamo Kibo Hut, il terzo campo. La temperatura è di appena cinque gradi ma c’è ancora tanto vento. La sera arriva presto, insieme alla consapevolezza della prova che ci aspetta. Si cena in anticipo e alle sette tutti a dormire, almeno in teoria. Alle dieci suonerà la sveglia per una breve colazione; alle undici partiremo verso la vetta. A tavola il discorso torna sempre allo stesso punto: cosa indossare nella notte, come proteggersi dal freddo, come affrontare la salita nelle ore notturne, le più dure.
L’eccitazione è grande, il sonno poco. Mentre fuori il vento continua a battere sul campo, resta una domanda sospesa: riuscirò davvero a raggiungere la cima.
Quinto giorno: la notte della vetta
Alle 23 del 1° luglio tutto è pronto. Il sonno è stato poco, l’eccitazione molta. Al campo la temperatura è poco sotto lo zero ma il vento la fa percepire molto più bassa. Il gruppo, formato ora da venti persone, indossa strati pesanti, piumini e guanti spessi. La luna piena illumina la montagna davanti a noi. Le pile frontali si accendono e la fila luminosa comincia la lenta salita di 1.200 metri. Le guide scandiscono il ritmo della salita ripetendoci in lingua swahili: “pole pole”, cioè “lento lento”. È più di un consiglio: è una legge. A quasi cinquemila metri il
corpo non perdona la fretta, a queste quote ogni passo costa fatica. Le soste sono frequenti e necessarie.
Il silenzio della notte africana viene rotto di tanto in tanto dai canti delle guide, e quelle voci diventano un appiglio che infonde energia e sprone al gruppo. Sopra, le stelle sembrano sempre più vicine; davanti, il sentiero continua a salire. Sono stanco, infreddolito, ma determinato a continuare.


Gilman’s Point 5681 metri: sul bordo del cratere
Quando l’alba comincia a colorare l’orizzonte, il gruppo arriva al bordo del cratere e cresce la speranza che i primi raggi di sole attenuino il gelo. Gilman’s Point, 5.681 metri, è già una conquista, ma non ancora la cima. Ora finalmente la salita si fa meno dura. La vetta resta oltre, lungo il margine del cratere, con il vento che taglia il viso e la temperatura che è ormai scesa a più di quindici gradi sottozero. Alcuni del nostro gruppo, ormai esausti, si sono già fermati prima, altri si fermano qui considerando questo già un grande obiettivo. La montagna, a quell’altezza, chiede una risposta personale. Il gruppo ormai ridotto prosegue determinato verso la vetta.
Stella Point 5756 metri: l’ultimo passo
Stella Point, 5.756 metri, rappresenta l’ultimo passo, la soglia psicologica e fisica più importante per gli alpinisti prima di raggiungere la cima reale. il sole è ormai sopra l’orizzonte. La luce scopre formazioni di ghiaccio e frammenti di un ghiacciaio che sembra appartenere a un tempo fragile e remoto. Mancano pochi passi, ma sembrano contenere tutti quelli compiuti nei giorni precedenti. Poi, più avanti, compare il cartello della vetta.
Arrivo in vetta del Kilimanjaro: Kibo Point 5895 m
Il 2 luglio, dopo sette ore di salita sono a 5.895 metri, sul tetto dell’Africa, la fatica perde improvvisamente peso. Restano il fiato corto, il freddo, la luce, gli abbracci. E poi arrivano le lacrime, inattese e inevitabili. Non sono solo lacrime di gioia: sono la misura di un limite attraversato, di una possibilità che fino a pochi anni prima sembrava impensabile. La vetta non è più un punto sulla carta, ma un luogo interiore. Sono grato alla vita per tutto ciò che mi ha dato. Il sole, ormai alto, restituisce calore a mani e piedi e rivela lo spettacolo della montagna. Intorno, l’Africa si apre immensa. Dei venti partiti, solo tredici sono arrivati fin lì. Si scattano fotografie per testimoniare il traguardo, ma il tempo in cima è breve. La montagna concede il premio e subito ricorda che bisogna scendere. Mi lascio alle spalle le lingue di ghiaccio e ripercorro il bordo del cratere voltandomi spesso a guardare il cartello della cima che si fa sempre più piccolo, come per fissare bene nella memoria quel punto, quasi incredulo che sia riuscito ad arrivare fino lassù.


La discesa
La discesa è lunga, concreta, quasi brutale per la sua rapidità. Dal punto più alto del continente si torna verso il Campo tre, oltre 2100 metri più in basso. Le gambe sono ormai stanche, la polvere si attacca ai vestiti, ma l’emozione del traguardo raggiunto sostiene il cammino. Il giorno dopo altri 2000 metri di discesa riportano il gruppo attraverso i paesaggi già attraversati in salita, fino all’ingresso del parco. Saliamo sul pulmino che ci riporta verso l’hotel. Il traffico rallenta il ritorno, ma nessuno sembra avere davvero fretta.
Cosa resta davvero
Dopo giorni di fatica, polvere, freddo e quota, una doccia calda diventa un lusso semplice e perfetto. Resta addosso qualcosa che non si lava via: la sensazione di aver camminato dentro un paesaggio e dentro sé stessi, fino a guardare l’Africa dall’alto e riconoscere, lassù, un sogno diventato memoria. Forse è questo che resta davvero di una montagna: non solo la quota raggiunta, non solo la fotografia davanti a un cartello, non solo il racconto di una fatica superata. Resta il momento in cui il mondo, visto da lassù, sembra improvvisamente più grande e più semplice; resta la gratitudine per ogni passo, per ogni mano tesa, per ogni voce che nella notte ha aiutato a non fermarsi. Il Kilimanjaro non finisce con la discesa. Continua nel corpo stanco, negli occhi pieni di luce, nel silenzio di chi sa di aver incontrato un limite e di averlo attraversato. E da quel limite, per un istante, ha
imparato a guardare più lontano.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: Per concessione di Paolo Manto)
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