Il cavallo di Troia era davvero un cavallo? La famigerata trappola orchestrata dagli Achei per varcare i cancelli di Ilio consisteva proprio in un cavallo in legno dalle gigantesche dimensioni, con una “pancia” vuota piena di soldati pronti a colpire? La questione è dibattuta da millenni, ben prima che lo storico Alfonso Mañas ne parlasse in un programma radiofonico spagnolo. L’idea che il cavallo di Troia potesse esser ben altro che un cavallo, infatti, circolava già nell’antica Roma: Plinio il Vecchio, nel Naturalis Historia, passa in rassegna gli inventori di ogni macchina da guerra conosciuta e tra gli ordigni d’assedio inserisce, senza cerimonie, il cavallo, oggi chiamato ariete, opera di Epeo a Troia. Nessuna leggenda, men che meno un ventre di legno che nasconde dei guerrieri, solo un attrezzo militare con un nome poco fortunato. Il passo lo possiamo facilmente trovare sul sito Attalus, al paragrafo 202 del libro VII.
L’intervista radiofonica
Partiamo da dove nasce la notizia, perché conviene essere precisi: la dichiarazione di qualche giorno fa ripresa dalla stampa non arriva da un paper né da una rivista di settore, ma da un’intervista che lo storico spagnolo Alfonso Mañas, autore del libro La Odisea. La realidad tras el mito, ha rilasciato il 29 luglio al programma Herrera en COPE. Il contesto è quello dell’Odissea di Christopher Nolan, appena arrivata in sala e già finita nel tritacarne delle polemiche filologiche. Mañas coglie l’occasione per rilanciare una tesi che non è sua: il cavallo, dice, era in realtà una nave fenicia di tipo Hippos, riconoscibile dalla polena a testa equina, e la confusione nascerebbe da un fraintendimento del termine greco hippos, che vuol dire sia “cavallo” sia, appunto, quel tipo di imbarcazione.
Plinio e Pausania: il dubbio è di famiglia
Qui la parte solida della storia. L’idea che dietro il racconto omerico si celi qualcosa di diverso da un cavallo di legno letterale non è un’invenzione da talk radiofonico e circolava già nel mondo antico, sotto forma di ariete d’assedio più che di nave. Oltre a Plinio, nel II secolo d.C. anche Pausania liquida l’ingenua lettura della vicenda: nella Periegesi della Grecia scrive che l’opera di Epeo fu un espediente per aprire una breccia nelle mura troiane, e aggiunge che solo chi considera i Frigi (i Troiani) un popolo di sprovveduti può credere che abbiano trascinato dentro le mura un cavallo di legno senza fiutare l’inganno. Il passo si trova al libro I, capitolo 23, sul sito Perseus. Due autori, uno latino ed uno greco, che già duemila anni fa smontavano la versione leggendaria, a favore, pero, dell’ariete, e non della nave: su questo punto vale la pena essere netti, perché è facile, e capita spesso nei riassunti in giro per il web, confondere le due piste.
Le “cavalle del mare” di Omero
La pista nave, però, un aggancio nel testo antico ce l’ha, anche se più timido. Omero stesso, nell’Odissea, chiama le navi “cavalli del mare” (canto IV, versi 708-709), e a distanza di qualche secolo Euripide paragona il cavallo di Troia allo scafo scuro di un’imbarcazione. Sono immagini poetiche, giochi di parole che accostano il mondo marino a quello equestre e non teorie esplicite che identifichino il cavallo con una nave reale. È la differenza che separa un’intuizione letteraria da un’ipotesi filologica formulata come tale.
Il salto di Mañas: da Tiboni a Euforione
E qui arriva il punto che meritava una verifica più attenta. L’ipotesi della nave-Hippos, formulata così com’è oggi (polena a testa di cavallo, errore di traduzione, tramandato fino a Virgilio) non è farina del sacco di Mañas: la propose nel 2016-2017 l’archeologo navale Francesco Tiboni, prima in un articolo su Archaeologia Maritima Mediterranea e poi nel libro La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare, appoggiandosi proprio a quei richiami omerici e alle prove archeologiche sulle navi fenicie con polena equina. Il Post ne aveva già discusso pregi e obiezioni (compreso il vaso di Mykonos del 670 a.C., che raffigura guerrieri dentro un cavallo vero e proprio) in un articolo del 2017. Mañas fa un passo ulteriore ed attribuisce questa lettura a Euforione di Calcide, poeta e grammatico ellenistico del III secolo a.C. Probabilmente Euforione ci è arrivato solo per frammenti dispersi nei commenti a Omero e a Licofrone, raccolti da filologi come Powell; può darsi che il frammento in questione esista e che Mañas lo conosca da fonti che non ho potuto verificare, ma allo stato attuale resta un’affermazione non confermata da terzi.
Cosa resta, tolto il rumore
Restano due cose distinte, ed è bene non farle collassare l’una nell’altra. La prima: il sospetto che il cavallo non fosse letteralmente un cavallo affonda davvero nell’antichità, con Plinio e Pausania a fare da testimoni diretti, anche se parlavano di un ariete. La seconda: la teoria della nave-Hippos è una ricostruzione novecentesca, anzi duemilaseidici-diciassettesca, che poggia su indizi omerici genuini, pur restando un’ipotesi filologica moderna, non un’eco diretta di un dibattito già chiuso nell’antichità.
Una piccola verifica empirica
A questo punto ho voluto controllare di persona, vocabolario e Odissea alla mano. Il termine ἵππος, consultato sul Vocabolario della Lingua Greca di Franco Montanari, riporta innanzitutto il significato zoologico di cavallo (prima immagine), ma in una sezione dedicata ai “significati vari” compare anche la dicitura battello da pesca con figura di cavallo a prora (seconda immagine) usata a Cadice (la fonte citata è Posidonio, filosofo stoico del I secolo a.C. che soggiornò a lungo nella colonia fenicia di Gades per studiare le maree). L’archeologia navale fenicio-punica conferma che gli hippoi erano imbarcazioni reali, diffuse nel mondo cartaginese, che prendevano il nome proprio dalla polena a forma di cavallo sulla prua. Qui però una precisione è d’obbligo, perché il dizionario non collega questo significato al genere femminile della parola, lo colloca semplicemente come uso specializzato a sé, un dettaglio che non toglie interesse alla scoperta, ma va detto con esattezza.
Sull’Odissea, il controllo dà un risultato più netto. Il cavallo di Troia vi compare in due passaggi: nel libro IV (vv. 235-284), durante il racconto di Menelao a Telemaco, e nel libro VIII (vv. 492-520), quando l’aedo Demodoco lo canta alla corte dei Feaci. Nel primo caso il testo greco (ἵππον… πεύκινον, cavallo di pino) non permette di stabilire il genere: l’aggettivo πεύκινος ha la stessa forma per maschile e femminile, quindi la parola resta grammaticalmente ambigua. Nel secondo caso no: Omero scrive δουράτεον μέγαν ἵππον, e μέγαν è una forma inequivocabilmente maschile (il femminile di μέγας è μεγάλην, non μέγαν). Per Omero, insomma, a Troia il cavallo era proprio un cavallo, almeno grammaticalmente. Rimane aperta la domanda, come giustamente si chiedeva anche Mañas, se dietro quella scelta lessicale non si nasconda una fonte più antica, oggi perduta, in grado di raccontare la storia in altri termini.
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Marco Crisciotti
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