La Camera ha dato il via libera al DL Primo Maggio, ma il “salario giusto” esce dal passaggio parlamentare già pieno di asterischi: welfare nel trattamento economico complessivo, deroga confermata per i settori stagionali e nuova corsia speciale per sanità e sociosanitario accreditati. La busta paga, però, capisce poco la propaganda. Arriva una volta al mese, più o meno sempre nello stesso modo, con le sue cifre, le sue trattenute, quella riga in fondo che decide quanto resta davvero per vivere. Il salario giusto, raccontato dentro il Decreto Lavoro come una promessa di ordine in mezzo ai contratti scaduti, aveva almeno un merito: provava a dire che un rinnovo fermo da mesi non può diventare tutto un problema di chi lavora.
Poi il testo è arrivato nel passaggio parlamentare e la promessa ha cominciato a perdere pezzi ai bordi. Per molti contratti scaduti, il meccanismo viene perfino rafforzato: l’adeguamento automatico delle retribuzioni dovrebbe arrivare dopo nove mesi dalla scadenza del contratto collettivo, nella misura del 50% dell’IPCA-NEI, l’indice dei prezzi al consumo al netto dei prodotti energetici importati.
In parole semplici, se il contratto resta scaduto troppo a lungo, una parte dell’aumento dovrebbe arrivare comunque in busta paga, senza aspettare il rinnovo completo. Serve a evitare che il ritardo della trattativa lo paghino solo lavoratrici e lavoratori. Nel testo iniziale si parlava di dodici mesi e del 30% dell’IPCA. Sulla carta, quindi, un passo avanti. Una toppa più rapida, un po’ meno piccola, su quella voragine italiana chiamata rinnovo contrattuale in ritardo.
C’è anche un altro dettaglio da non lasciare sullo sfondo: nel decreto il “salario giusto” viene agganciato al trattamento economico complessivo dei contratti collettivi più rappresentativi. Dentro questa formula possono rientrare anche voci di welfare e benefit, quando previste dal contratto. Utili, certo. Ma una polizza sanitaria o un buono non sono la stessa cosa di soldi netti sul conto, quelli con cui paghi spesa, affitto e bollette.
La deroga arriva subito
Il problema sta nella riga dopo. Anzi, nel comma dopo. Perché nel decreto resta una corsia diversa per i settori caratterizzati da elevata stagionalità e variabilità dei ricavi, richiamando il vecchio Dpr 7 ottobre 1963, n. 1525. Nel passaggio parlamentare, poi, quella corsia speciale si allarga anche ai settori sanitario e sociosanitario accreditati.
Ergo: il 50% resta come tetto, non come garanzia piena. E un tetto, quando devi pagare affitto, spesa, trasporti, bollette e magari pure il dentista rimandato da tre mesi, consola poco. Soprattutto se lavori in un settore già fatto di mesi pieni e mesi vuoti, picchi estivi, contratti corti, orari compressi e redditi che spesso arrivano a ondate, come la marea. Chi lavora nei settori stagionali vive già con una parte del calendario contro. Aveva proprio bisogno che anche il recupero salariale finisse in una zona meno automatica, così, per vivere un po’ di più nel brio dell’ansia quotidiana.
Certo, la stagionalità esiste davvero. Ci sono comparti in cui i ricavi salgono e scendono, in cui l’anno lavorativo ha curve molto più brusche rispetto ad altri settori. Però il salario, dal lato di chi lo riceve, resta una cosa molto meno elastica. Il supermercato non applica prezzi stagionali a chi lavora a stagione. Il mutuo non si commuove davanti alla variabilità dei ricavi. La vita quotidiana non aspetta che la contrattazione trovi l’indicatore giusto.
La cura trattata da costo
La stessa corsia speciale riguarda anche i settori in cui operano soggetti che erogano prestazioni sanitarie e sociosanitarie per conto e a carico del Servizio sanitario nazionale. Qui dentro ci sono strutture private accreditate, pezzi di assistenza, cura, riabilitazione, servizi rivolti a persone fragili, anziane, malate, non autosufficienti. Un mondo che tutti chiamano essenziale quando serve raccontarne il valore e che poi diventa subito voce di spesa quando si parla di stipendi.
I sindacati Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl hanno contestato duramente l’emendamento, parlando di un arretramento per lavoratrici e lavoratori del sociosanitario accreditato. Nella loro lettura, mentre per la generalità dei lavoratori viene introdotto un meccanismo automatico di tutela parziale, per chi lavora nelle strutture accreditate quella soglia minima viene meno e viene rimessa alla contrattazione.
La nota sindacale parla di servizi essenziali, bassi salari, carichi pesanti e contratti rinnovati con ritardi insostenibili. Parole dure, certo. Difficili da liquidare come semplice agitazione, perché descrivono un pezzo di Paese che conosciamo benissimo: quello che tiene in piedi l’assistenza con turni, fatica e stipendi spesso poco compatibili con la parola “giusto”.
La deroga sulla sanità accreditata, del resto, non cade in un settore qualunque. La sanità privata accreditata è un comparto dove girano soldi pubblici, interessi privati e nomi pesanti, compreso quello di Antonio Angelucci, deputato della Lega e imprenditore attivo nel settore sanitario. La modifica ha acceso anche un caso politico, proprio perché è stata letta come un possibile vantaggio per quel mondo. Intanto, chi lavora in quei servizi rischia di vedere l’aumento automatico diventare meno automatico.
La parte più stonata è che il lavoro di cura viene continuamente evocato come patrimonio sociale, presidio, rete, umanità organizzata. Poi, appena si arriva alla parte economica, compare il freno. La qualità dell’assistenza piace a tutti. Lo stipendio di chi rende possibile tutto questo, invece, resta un dettaglio da rimandare al tavolo successivo.
Il salario giusto a metà
Il Decreto Lavoro resta così in una posizione scomoda. Da una parte prova a intervenire su un problema concreto: i contratti collettivi scaduti, i rinnovi che si trascinano, l’inflazione che intanto passa sopra alle retribuzioni come un rullo lento. Dall’altra conferma la deroga per i settori stagionali e aggiunge quella per il sanitario-sociosanitario accreditato.
Il decreto, intanto, è passato alla Camera con la fiducia e ora arriva al Senato con margini politici molto stretti. Significa che il testo viaggia già dentro un pacchetto rigido, dove lo spazio per correggere le parti più controverse si assottiglia parecchio.
E allora il punto torna sempre lì, alla busta paga. Perché ogni volta che si parla di salario in Italia sembra di entrare in una stanza piena di formule rispettabili: IPCA, IPCA-NEI, adeguamento forfettario, rinnovo collettivo, indicatori settoriali, autonomia contrattuale. Tutto vero, tutto legittimo, tutto anche necessario per scrivere una norma. Poi c’è una persona che lavora, apre il cedolino e guarda quanto è entrato. Il resto, per lei, arriva dopo. Per i settori stagionali e la sanità accreditata, poi, la porta si stringe. Entri lo stesso, forse. Però devi passare di lato.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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