Lo scandalo delle pentole antiaderenti al Teflon: dai segreti del colosso DuPont al dramma dei PFAS in Veneto



Una semplice pentola antiaderente può raccontare una delle più grandi vicende di inquinamento industriale degli ultimi decenni. È da qui che parte la nuova inchiesta di Sabrina Giannini per “Indovina chi viene a cena“, il programma di Rai 3 che ha ricostruito la storia del Teflon, delle sostanze chimiche utilizzate per produrlo e delle conseguenze che queste hanno avuto sulla salute umana e sull’ambiente.

L’inchiesta collega infatti due scandali che si intrecciano tra loro: quello americano della DuPont, la multinazionale che ha inventato il Teflon, e quello italiano della Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, ritenuta responsabile della più estesa contaminazione da PFAS mai registrata in Europa.

Cos’è il Teflon e che danni ha fatto

Il Teflon è il nome commerciale del PTFE (politetrafluoroetilene), un materiale sviluppato negli anni ’40 dalla multinazionale americana DuPont. Grazie alle sue proprietà antiaderenti e idrorepellenti, ha rivoluzionato non solo il settore delle pentole ma anche quello dei tessuti tecnici, degli imballaggi alimentari, delle carte da forno e di numerosi prodotti di uso quotidiano.

Per decenni il processo produttivo del Teflon ha utilizzato il PFOA, noto anche come C8, una sostanza appartenente alla famiglia dei PFAS (sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche), oggi conosciute come “inquinanti eterni” perché estremamente persistenti nell’ambiente e difficilmente degradabili.

Secondo quanto ricostruito dalla trasmissione, documenti interni dell’azienda mostrerebbero che DuPont era a conoscenza già dagli anni Sessanta dei potenziali rischi sanitari associati al PFOA. Studi condotti sugli animali avrebbero evidenziato effetti tossici, malformazioni fetali e possibili correlazioni con alcune forme di tumore. Tuttavia queste informazioni sarebbero rimaste per anni all’interno dell’azienda senza essere comunicate alle autorità.

La storia di Bucky Bailey e dell’avvocato Bilott

Uno dei momenti più forti dell’inchiesta è il racconto di William “Bucky” Bailey, nato in West Virginia con una grave malformazione congenita: l’assenza di una narice e un difetto all’occhio destro.

Sua madre lavorava nello stabilimento DuPont che produceva il Teflon e, durante la gravidanza, era impiegata nel reparto che gestiva i rifiuti chimici legati alla lavorazione del PFOA. Anni dopo sarebbero emersi documenti aziendali che dimostravano come la stessa DuPont fosse già a conoscenza degli effetti teratogeni della sostanza osservati negli animali da laboratorio.

Per Bailey la scoperta della verità è arrivata molto tempo dopo la nascita, ma la sua storia è diventata uno dei simboli della battaglia per la trasparenza sui PFAS.

Lo scandalo dei PFAS negli Usa è stato portato alla luce soprattutto grazie al lavoro dell’avvocato statunitense Robert Bilott, la cui storia ha ispirato il film “Cattive Acque” (Dark Waters).

Indagando sulla morte di centinaia di bovini in una fattoria vicina a una discarica DuPont, Bilott scoprì che l’azienda aveva scaricato per anni rifiuti contenenti PFOA nell’ambiente, contaminando terreni e falde acquifere.

La successiva battaglia legale portò all’analisi del sangue di circa 70 mila residenti tra West Virginia e Ohio. Gli studi epidemiologici finanziati nell’ambito dell’accordo giudiziario individuarono collegamenti probabili tra l’esposizione al PFOA e diverse patologie, tra cui tumori del rene e del testicolo.

Solo molti anni dopo il composto è stato riconosciuto come cancerogeno per l’uomo ed è stato progressivamente eliminato dalla produzione del Teflon.

Lo scandalo PFAS in Veneto

L’inchiesta di Rai 3 evidenzia come la storia americana abbia avuto importanti collegamenti con l’Italia. A Trissino, in provincia di Vicenza, operava infatti la Miteni, azienda chimica specializzata nella produzione di PFAS. Lo stabilimento affonda le sue radici negli anni Sessanta, quando la famiglia Marzotto avviò attività di ricerca per sviluppare sostanze in grado di rendere i tessuti idrorepellenti e oleorepellenti. Nel 1988 la società passò sotto il controllo di Mitsubishi ed Enichem assumendo il nome di Miteni.

Secondo quanto emerso nelle indagini e nel processo, proprio da questo stabilimento sarebbero partite per decenni le contaminazioni che hanno raggiunto le falde acquifere del Veneto.

La contaminazione individuata in Veneto è considerata una delle più gravi d’Europa. Per anni sostanze perfluoroalchiliche provenienti dal sito industriale di Trissino si sono infiltrate nel sottosuolo raggiungendo la falda acquifera e formando un enorme “plume”, cioè una porzione di falda acquifera contaminata.

Secondo le ricostruzioni riportate nell’inchiesta, l’inquinamento avrebbe interessato circa 350 mila persone tra le province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo. Le sostanze chimiche hanno raggiunto pozzi pubblici e privati, entrando così nell’acqua potabile utilizzata quotidianamente dalla popolazione.

Negli anni sono stati rilevati livelli elevatissimi di PFAS nel sangue di molti residenti, compresi bambini e adolescenti. Numerose famiglie hanno scoperto di aver trasmesso involontariamente queste sostanze ai propri figli durante la gravidanza e l’allattamento.

Le conseguenze della contaminazione non hanno riguardato soltanto la salute pubblica e l’ambiente. Come ricorda l’inchiesta, mentre la Miteni è fallita senza sostenere i costi della bonifica, la messa in sicurezza dell’acqua potabile è ricaduta sulla collettività. Per installare filtri ai pozzi pubblici e realizzare nuovi acquedotti nelle aree interessate dall’inquinamento, la Regione Veneto ha infatti sostenuto una spesa di circa 135 milioni di euro di fondi pubblici.

Le condanne nel processo Miteni

Nel giugno 2025 è arrivata la sentenza di primo grado del processo Miteni. Il Tribunale di Vicenza ha inflitto pesanti condanne a diversi ex dirigenti italiani e stranieri dell’azienda per il disastro ambientale legato alla contaminazione da PFAS.

Una decisione accolta con soddisfazione e commozione dalle associazioni dei cittadini e dal movimento Mamme No PFAS, che da anni chiedono verità, bonifiche e tutela sanitaria per le popolazioni esposte.

Tuttavia il problema è tutt’altro che risolto. La bonifica completa dell’area non è ancora stata realizzata e la contaminazione delle matrici ambientali continua a rappresentare una preoccupazione per il territorio.

Leggi anche: Disastro ambientale da PFAS, le motivazioni della sentenza che inchioda Miteni: sapeva di inquinare le acque (ma ha taciuto)

PFAS negli alimenti

L’inchiesta affronta anche il tema della contaminazione alimentare, una delle questioni che continua a preoccupare maggiormente le comunità coinvolte. I PFAS presenti nelle acque e nei terreni tendono infatti ad accumularsi nelle coltivazioni e negli allevamenti, entrando così nella catena alimentare.

Tra i dati citati nella trasmissione c’è uno studio indipendente dell’Università di Padova che nel 2022 ha analizzato alcune patate coltivate nelle cosiddette “zone rosse” del Veneto interessate dalla contaminazione. Secondo i risultati riportati, una singola patata da 100 grammi sarebbe stata sufficiente a superare la dose settimanale tollerabile di PFAS indicata dalle autorità europee per una persona adulta.

Proprio per questo le associazioni dei cittadini chiedono da anni maggiore trasparenza sui monitoraggi degli alimenti provenienti dalle aree contaminate e la pubblicazione dei dati aggiornati sulla presenza di PFAS in prodotti vegetali e di origine animale.

Durante la puntata si è parlato anche di altri alimenti e materiali che possono rappresentare una fonte di esposizione. Il medico ed epidemiologo Franco Berrino, intervenuto durante la trasmissione, ha ricordato, ad esempio, che i PFAS possono essere presenti negli imballaggi utilizzati per alcuni snack e nei sacchetti dei popcorn da microonde, trattati per resistere al calore e ai grassi.

Le pentole antiaderenti di oggi sono sicure?

L’inchiesta pone infine una domanda che riguarda tutti: cosa succede oggi con le pentole antiaderenti? Il PFOA utilizzato storicamente nella produzione del Teflon è stato eliminato, ma i rivestimenti antiaderenti continuano spesso a utilizzare altre sostanze appartenenti alla famiglia dei PFAS. Secondo gli esperti intervistati dalla trasmissione, molti di questi composti sono ancora poco studiati e non se ne conoscono completamente gli effetti a lungo termine.

Per questo cinque Paesi europei (tra cui non c’è però l’Italia) hanno proposto una restrizione generalizzata dell’intera famiglia dei PFAS, ritenendo insufficiente il divieto delle singole molecole man mano che vengono dichiarate pericolose.

A distanza di decenni dalle prime applicazioni industriali del Teflon, la questione dei PFAS resta quindi aperta e il dibattito sulla loro sicurezza è tutt’altro che concluso.

Fonte: Indovina Chi Viene a Cena

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 Francesca Biagioli

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