Diabete in Italia, i casi sono più che raddoppiati: l’eredità amara degli stili di vita



Il dato ha l’aria innocua delle percentuali piccole, quelle che scorrono via in una tabella senza fare troppo rumore. Poi però lo guardi meglio: nel 1980 il diabete riguardava il 2,9% della popolazione italiana, nel 1995 era al 3,4%, nel 2025 arriva al 6,4%. In poco più di quarant’anni la sua diffusione è più che raddoppiata. Non un dettaglio statistico da archiviare tra le molte voci della salute pubblica, quindi, ma una delle tracce più evidenti di come siamo cambiati: più longevi, più curati, più capaci di sopravvivere alle malattie che un tempo uccidevano presto, e intanto sempre più esposti a patologie croniche che ci accompagnano per anni.

La fotografia sulla salute in Italia racconta un Paese che ha fatto passi enormi. La speranza di vita alla nascita, tra il 1990 e il 2024, è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni. Nello stesso tempo, però, la vita più lunga porta con sé un carico diverso: aumentano le patologie cronico-degenerative, quelle legate all’età, ai controlli più frequenti, alla diagnosi più precoce, ma anche ai nostri modi di vivere. Il diabete in Italia sta dentro questa trasformazione, con una precisazione importante: solo due terzi della crescita dipendono dall’invecchiamento della popolazione. Il resto parla di altro. Parla di abitudini, peso, movimento, alimentazione, disuguaglianze, corpi che reggono per anni un ambiente quotidiano diventato più comodo e, spesso, più pesante.

Il peso della longevità

Per capire questo aumento bisogna guardare il quadro intero, senza prendere il diabete come un numero isolato. L’Italia oggi è uno dei Paesi più longevi, con una storia sanitaria costruita su conquiste enormi: calo della mortalità infantile, miglioramento dell’igiene, alimentazione più sicura, medicina più efficace, vaccini, antibiotici, sistema sanitario universalistico. Nel 2023 la mortalità infantile è scesa a 2,7 decessi ogni mille nati vivi, uno dei valori più bassi al mondo; nello stesso anno, però, le malattie cardiovascolari rappresentano il 30% dei decessi e i tumori il 26,3%. Il vecchio paesaggio delle infezioni ha lasciato spazio a una mappa più lenta, meno spettacolare e molto più quotidiana.

Dentro questa mappa cresce anche la multimorbilità, cioè la presenza simultanea di due o più malattie croniche nella stessa persona. Nel 2025 riguarda 13 milioni di persone, erano 10,3 milioni nel 1993, e il 39% ha più di 75 anni. È il volto più concreto di un Paese che vive più a lungo: non basta arrivare più avanti con gli anni, bisogna capire con quali condizioni ci si arriva, con quanta autonomia, con quale qualità della vita, con quali cure da sostenere giorno dopo giorno. Il diabete, in questo senso, diventa una specie di spia accesa sul cruscotto. Non dice tutto, però segnala che qualcosa nel motore sociale e corporeo si sta scaldando troppo.

Il corpo paga il conto

La crescita del diabete procede accanto ad altri segnali. L’ipertensione passa dal 6,4% del 1980 al 10,2% del 1995, fino al 18,9% del 2025. Anche qui l’invecchiamento conta, ma non esaurisce la spiegazione. Incidono i progressi diagnostici, i controlli più precoci, le soglie che cambiano, e pesa anche l’adozione di stili di vita poco salutari, soprattutto quando peggiorano fattori di rischio come l’eccesso di peso tra i non anziani. È una frase molto asciutta, quasi burocratica. Tradotta nella vita di tutti i giorni vuol dire pasti frettolosi, cibo molto calorico sempre disponibile, giornate sedentarie, corpi che si muovono meno e accumulano più di quanto riescano a consumare.

Il dato sull’obesità rende il quadro ancora più netto. Nella popolazione adulta italiana la sua diffusione è passata dal 5,9% del 1990 all’11,6% del 2025. Restiamo tra i Paesi dell’Unione europea con livelli adulti più contenuti, ma questo non consola molto quando si guarda all’età evolutiva: tra bambini e ragazzi, sovrappeso e obesità risultano molto più elevati rispetto ad altri Paesi europei, e questo viene indicato come un problema per il futuro. È lì che la questione dell’alimentazione sana smette di essere un consiglio gentile da rubrica benessere e diventa una faccenda collettiva: quello che finisce ogni giorno nel piatto prepara anche le statistiche di domani.

La tavola non è un dettaglio

Parlare di diabete senza parlare di stili di vita sarebbe comodo, ma impreciso. I dati non autorizzano scorciatoie semplicistiche, perché dentro l’aumento ci sono età, diagnosi, accesso ai controlli, condizioni sociali e territoriali. Però indicano con chiarezza che il peso delle abitudini quotidiane esiste. E allora la prevenzione passa anche da cose molto concrete: il modo in cui organizziamo i pasti, la frequenza con cui scegliamo alimenti freschi, la facilità con cui riempiamo carrelli e dispense di prodotti troppo ricchi, troppo veloci, troppo sempre a portata di mano. Nessuna predica, nessuna posa da perfezione alimentare. Solo una constatazione un po’ scomoda: la salute pubblica si costruisce anche al supermercato, in cucina, nelle mense, nelle scuole, nei turni di lavoro che lasciano o tolgono tempo per mangiare decentemente.

Il fumo racconta quanto gli stili di vita possano cambiare davvero. Nel 1980 fumava oltre la metà degli uomini dai 14 anni in su, il 54,3%; nel 2025 la quota è scesa al 22,9%. Tra le donne il calo è stato molto più lieve, dal 16,7% al 15,9%, mentre tra i giovani si sono affermati anche prodotti alternativi al tabacco tradizionale: nel 2025 il 16,5% dei 18-34enni usa insieme sigaretta elettronica e tabacco riscaldato. La lezione è abbastanza concreta: le abitudini non sono scolpite nella pietra, ma non cambiano da sole. Servono informazione, accesso, contesti favorevoli, scelte ripetute abbastanza a lungo da diventare normali.

Il futuro entra presto

Il passaggio più delicato riguarda proprio bambini e ragazzi. Se l’obesità e il sovrappeso in età evolutiva sono già più alti rispetto ad altri Paesi europei, il problema non sta solo nel presente. Sta nella traiettoria. Un bambino che cresce in un ambiente dove il cibo sano è meno accessibile, il movimento è ridotto, gli schermi occupano molte ore e il tempo familiare si restringe, parte con un bagaglio metabolico più pesante. Non si tratta di colpe individuali da distribuire come volantini al semaforo. Si tratta di condizioni di vita, cultura alimentare, possibilità economiche, educazione, città più o meno camminabili, scuole capaci o meno di fare prevenzione senza trasformarla in una lezione punitiva.

Ecco perché il diabete in Italia, visto da questi numeri, non è solo una diagnosi. È un’eredità. La riceviamo da decenni di benessere conquistato e abitudini lasciate correre, da una medicina che ci fa vivere più a lungo e da una quotidianità che spesso ci fa arrivare stanchi, fermi, appesantiti. Mangiare meglio non risolve tutto, certo. Però resta uno dei punti in cui la prevenzione torna a essere materiale, quasi banale.

Fonte: Istat

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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