Questa borsa in pelle è stata realizzata col DNA di un T-Rex e messa all’asta, ma nessuno l’ha voluta comprare


A Parigi, tra argenti, diamanti neri e oggetti da collezione, ieri è finita sotto il martello anche una borsa che sembra uscita da una battuta troppo spinta su Jurassic Park. Si chiama borsa T-Rex, misura 26 per 18 centimetri, è un pezzo unico disegnato da Enfin Levé ed è stata presentata come il primo accessorio realizzato in T-Rex Leather, un materiale bioingegnerizzato ottenuto, secondo i creatori, da sequenze di collagene di Tyrannosaurus rex ricostruite in laboratorio.

La scheda del lotto della casa d’aste Giquello la stimava tra 300.000 e 500.000 euro e la vendita era prevista per giovedì 11 giugno 2026 all’Hôtel Drouot, nella sala 9, dentro l’asta Tentation°4.  Il nome fa già metà del lavoro: T-Rex, pelle, lusso, laboratorio, mezzo milione di euro. Una miscela perfetta per attirare collezionisti, curiosi, addetti ai lavori e scienziati con il sopracciglio alzato. Ma contro le aspettative (e per fortuna ndr) le offerte non hanno superato i 150.000 dollari e la borsa è stata prontamente ritirata dall’asta. Una borsa da laboratorio

La borsa T-Rex è stata presentata per la prima volta il 2 aprile 2026 all’Art Zoo Museum di Amsterdam, accanto a una grande struttura di Tyrannosaurus rex. L’operazione nasce dalla collaborazione tra VML, The Organoid Company e Lab-Grown Leather Ltd, società britannica legata a BSF Enterprise. Il progetto, almeno nella sua narrazione ufficiale, prova a spostare il lusso fuori dalla vecchia logica delle pelli rare ed esotiche: niente allevamenti, niente animale ucciso, niente pelle strappata a una specie vivente.

borsa di T Rex

©Giquello

Il materiale viene descritto dai creatori come una pelle cellulare sviluppata a partire da proteine ricostruite di Tyrannosaurus rex, in particolare sequenze di collagene. Secondo VML, il lavoro sarebbe partito da frammenti fossili, poi completati attraverso biologia computazionale e modelli di intelligenza artificiale, fino a sintetizzare una sequenza inserita in cellule coltivate in laboratorio. Da lì, la piattaforma di Lab-Grown Leather avrebbe prodotto il materiale usato per la borsa.

Sulla carta, il messaggio è potente: prendere una memoria biologica vecchia di decine di milioni di anni e trasformarla in un oggetto di lusso senza coinvolgere animali vivi. Nella pratica, però, la faccenda è molto meno pulita del racconto da brochure. Perché una cosa è dire che il materiale si ispira al collagene del T. rex. Un’altra è lasciar passare l’idea che quella borsa sia davvero fatta di pelle di dinosauro.

Il problema della parola “pelle”

Il collagene antico esiste, almeno in forma molto fragile e discussa. Nel 2007 uno studio pubblicato su Science e indicizzato su PubMed segnalò la presenza di collagene I in tessuti fibrosi e midollari di un esemplare di Tyrannosaurus rex, conservato in basse concentrazioni. Studi successivi hanno continuato a interrogarsi su come certe proteine possano resistere così a lungo nei fossili. Il MIT, nel 2024, ha spiegato che il collagene può avere una stabilità particolare grazie alla sua struttura e a interazioni chimiche che lo rendono più resistente alla degradazione.

Questo, però, lascia aperta una crepa enorme. Il collagene trovato nei fossili riguarda soprattutto l’osso, non la pelle. E la pelle, quella vera, deve la sua natura a una struttura complessa di fibre, strati, orientamenti, densità e tessuti. Alcuni paleontologi hanno contestato proprio questo passaggio: frammenti di collagene altamente incompleti non bastano a ricreare la pelle di un T. rex. Inoltre, il DNA antico più vecchio finora recuperato arriva a circa 2 milioni di anni, mentre il Tyrannosaurus rex è scomparso circa 66 milioni di anni fa. Il salto temporale è un burrone, non una fessura.

Per questo il pezzo va maneggiato con cura anche nelle parole. Borsa in pelle di T-Rex suona benissimo, vende benissimo, finisce benissimo nei titoli. Però la definizione più corretta è meno cinematografica: una borsa realizzata con un materiale bioingegnerizzato, presentato dai suoi creatori come T-Rex Leather, basato su collagene ricostruito e coltivato in laboratorio.

Il lusso vuole una storia

La parte interessante dell’operazione sta anche nel modo in cui il lusso prova a comprarsi un nuovo mito. Le pelli tradizionali più pregiate, per secoli, hanno costruito valore attorno alla rarità, alla distanza, alla difficoltà di accesso. Coccodrillo, serpente, struzzo, vitello, specie esotiche, lavorazioni complesse, catene di fornitura spesso opache. Oggi quella stessa idea di esclusività si scontra con domande ambientali ed etiche sempre più difficili da scansare.

La pelle coltivata in laboratorio nasce proprio lì: ridurre l’impatto degli allevamenti, evitare l’uccisione di animali, tagliare alcune fasi più inquinanti della concia tradizionale, produrre materiali tracciabili. Tutto molto concreto, almeno come direzione di ricerca. Poi arriva il T. rex e il discorso cambia scala. Il materiale sostenibile, da solo, rischia di sembrare un surrogato. Il dinosauro gli dà una genealogia, una storia da raccontare, un’aura da oggetto irripetibile.

La borsa, infatti, non è costruita come un accessorio qualsiasi. La scheda d’asta parla di fibbia in argento fusa a cera persa e incastonata con diamanti neri naturali, elemento in argento forgiato a freddo ispirato alla doppia elica del DNA, cotone svizzero EtaProof, tracolla in nylon giapponese Shindo e zip svizzere Riri. Tutto serve a rafforzare la stessa idea: più che una borsa, un manifesto da mettere in teca.

Tra scienza e marketing

Il rischio, naturalmente, è che la parte scientifica diventi scenografia. La ricerca sui biomateriali è seria, utile e promettente. La possibilità di coltivare materiali simili alla pelle senza allevamenti intensivi merita attenzione, soprattutto in un settore come quello della moda, dove il conto ambientale di produzione, consumo e spreco resta pesante. Qui però entra in scena un animale estinto, il più popolare dei predatori fossili, e ogni sfumatura viene inghiottita dal marchio.

Il Tyrannosaurus rex funziona perché tutti lo riconoscono. Non serve spiegare la paleontologia, basta evocare il cranio enorme, i denti, il passo pesante nella cultura pop. A quel punto il materiale diventa desiderabile ancora prima di essere compreso. Il prezzo stimato, tra 300.000 e 500.000 euro, fa il resto: trasforma un prototipo in oggetto da collezione, e l’oggetto da collezione in prova generale per un nuovo modo di vendere l’innovazione.

Resta una domanda concreta, anche senza metterla in posa: quanto di questa borsa appartiene davvero alla scienza e quanto alla costruzione di un racconto? La risposta, per ora, sta nel mezzo scomodo. La tecnologia della pelle coltivata è un campo reale. Il riferimento al T. rex è molto più scivoloso, potente, discutibile. Perfetto per un’asta. Meno perfetto per una definizione scientifica pulita.

La borsa T-Rex passerà di mano, forse per una cifra enorme. Il dinosauro, invece, resterà dov’è sempre stato: nei fossili, nei musei, nelle ricostruzioni, nelle nostre ossessioni da specie convinta di poter rifare tutto. Anche una pelle scomparsa prima che esistessero le borse.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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