“Neanche per 500 mila euro”. Arato racconta la sua verità sulla casa contesa di Punta Pisciotto


In una lunga telefonata con la nostra redazione, Giovanni Arato ha ripercorso la storia della casa di Punta Pisciotto, ricostruendo passaggi che risalirebbero agli anni Sessanta e mostrando documenti che, secondo la sua versione, sarebbero legati alla realizzazione dell’abitazione costruita dal padre.

“Qui dentro c’è la presenza di mio padre”. È la frase che Giovanni Arato ripete più volte durante la lunga conversazione telefonica con la nostra redazione. Una frase che aiuta a comprendere perché la vicenda della casa di Punta Pisciotto, a pochi metri dalla Fornace Penna di Sampieri, per lui non sia una semplice questione immobiliare.

Da settimane il suo nome è al centro di una controversia che vede contrapposte la sua famiglia e una società privata locale che rivendica la proprietà dell’immobile. Ma dietro il contenzioso, le denunce e gli interventi delle forze dell’ordine, c’è una storia che parte da molto lontano.

“Mio padre lavorava per il barone Penna”

Nel corso della telefonata Giovanni Arato ripercorre le origini della vicenda. “Nel 1952 mio padre lavorava nei terreni del barone Guglielmo Penna. Aveva un camioncino e gli faceva continuamente delle cortesie. Siccome doveva spostarsi ogni giorno per lavorare quelle terre gli chiese la possibilità di realizzare una casa vicino ai terreni”.

Secondo la ricostruzione fornita da Giovanni Arato, il proprietario avrebbe dato il proprio assenso. “Il barone Guglielmo Penna gli disse di prendere quel pezzo di terra e costruire la casa. Però serviva la sua autorizzazione perché il terreno era suo e infatti dovette firmare per consentire la presentazione del progetto”.

Il progetto del 1965 e i documenti conservati dalla famiglia

Uno degli aspetti meno conosciuti della vicenda riguarda proprio la documentazione che Giovanni Arato sostiene di possedere ancora oggi. “Mio padre presentò il progetto al Comune di Scicli nel 1965. Non parliamo di una costruzione abusiva fatta di nascosto. Ci sono documenti, ci sono atti, ci sono pareri favorevoli”. Durante la conversazione Giovanni Arato ha spiegato di avere conservato parte della documentazione relativa all’epoca della costruzione della casa. “Non è soltanto una questione di affetto. Esistono documenti che dimostrano che questa casa è stata costruita seguendo un percorso preciso”.

Un elemento che potrebbe rappresentare uno dei punti più importanti dell’intera vicenda.

“Nel 1988 ci denunciarono ma siamo stati assolti”

C’è poi un episodio che Giovanni Arato considera fondamentale. “Nel 1988 gli eredi Penna denunciarono mio padre per occupazione abusiva. Però siamo stati assolti perché mio padre portò il progetto e dimostrò come era stata costruita quella casa”.

Anche in questo caso si tratta di una circostanza che, secondo Giovanni Arato, sarebbe documentata. “Quella vicenda dimostra che questa storia non nasce oggi. Già allora qualcuno contestava la nostra presenza ma la giustizia ci diede ragione”.

“Hanno cambiato le carte e poi hanno venduto”

Secondo il racconto di Giovanni Arato, la situazione sarebbe cambiata negli anni successivi. “Fino al 1990 la casa risultava catastata a nome di mio padre. Poi sono state fatte delle volture e hanno cambiato tutto”. Arato sostiene che gli eredi Penna avrebbero successivamente avviato le procedure di successione e modificato la classificazione della particella sulla quale sorge l’immobile. “Hanno portato al notaio una particella classificata come F6, cioè una costruzione da definire. Ma io quella casa la abito da una vita. Non è una costruzione da definire”. Successivamente l’immobile sarebbe stato ceduto a una società privata di Scicli.

“Sapevano che dentro la casa c’ero io”

Uno dei passaggi che Giovanni Arato ritiene più importanti riguarda proprio l’atto di vendita. “Nell’atto era scritto che la casa era occupata. Questa società sapeva perfettamente che lì viveva una famiglia e che esisteva una situazione già nota”.

Secondo Arato chi ha acquistato l’immobile era quindi a conoscenza della presenza della sua famiglia all’interno della casa. “Hanno comprato sapendo tutto. Nessuno può dire di non sapere che quella casa era abitata”.

“Il 18 maggio hanno fatto irruzione”

La data che Giovanni Arato ricorda con maggiore amarezza è quella del 18 maggio. “Io stavo lavorando. Mi è arrivata una notifica della telecamera ma l’ho vista tardi. Quando sono arrivato ho trovato persone che stavano distruggendo porte, finestre e parti della casa”. Secondo il suo racconto l’intervento delle forze dell’ordine avrebbe impedito che la situazione degenerasse ulteriormente. “Se non fossi arrivato in tempo erano pronti perfino a murare tutto. Avevano già scaricato il materiale”. Da quel giorno, racconta, la casa non è stata più lasciata sola.

“Dormo lì ogni notte”

Da quasi un mese la vita di Giovanni Arato è cambiata. “Da quel momento quella casa non è più rimasta sola. Se mi allontano resta un amico. Se va via lui arriva un’altra persona. C’è sempre qualcuno che la controlla”.

“Io ci dormo. Ci vivo. La controllo giorno e notte. Se io andavo solamente a piangere da un avvocato, la società intanto si sarebbe presa la casa e il terreno. Tra quindici anni anche se mi daranno ragione la casa non ci sarebbe più”.

È questa convinzione che lo ha spinto a restare all’interno dell’abitazione e a organizzare una sorta di presidio permanente assieme ad amici e conoscenti.

“Alla sera stessa sono tornato e da quel giorno quella casa non è rimasta più sola”.

“Mi offriranno qualsiasi cifra ma non la vendo”

Durante la telefonata Giovanni Arato torna più volte sul valore affettivo della casa. “Questa società pensa probabilmente che tutto abbia un prezzo. Per me non è così”. Poi aggiunge una frase che sintetizza perfettamente il suo stato d’animo. “Anche se un giorno mi offrissero 500 mila euro risponderei di no. Questa casa non la vendo”. Per lui il motivo è semplice. “Qui ci sono i sacrifici di mio padre. Qui ci sono i ricordi della mia famiglia. Qui sento ancora la sua presenza”.

“Sarà il giudice a decidere”

Nel corso della telefonata Giovanni Arato ha spiegato che la sua posizione si fonda anche sul possesso dell’immobile protratto per decenni.

“Io ho detto a questa società una cosa molto semplice: andiamo in tribunale. Sarà il giudice a stabilire chi ha ragione. Se loro hanno veramente tutti i diritti lo deciderà un magistrato, se invece io ho maturato i miei diritti dopo tutti questi anni sarà sempre il giudice a dirlo”.

Arato sostiene infatti che la sua famiglia abbia abitato e custodito l’immobile per oltre mezzo secolo.

“Non sto chiedendo favori. Sto chiedendo soltanto che venga rispettata la legge e che si aspetti una decisione della giustizia”.

Secondo il suo racconto, proprio la lunga permanenza della famiglia nella casa rappresenterebbe uno degli elementi alla base della sua battaglia.

“Io non voglio fare altro che difendere quello che mio padre ha costruito. Se qualcuno ritiene di avere ragione ci sono i tribunali. Ma fino a quando non arriverà una decisione continuerò a difendere questa casa”.

Per Giovanni Arato il punto non è soltanto la proprietà formale dell’immobile, ma il fatto che quella casa sia stata abitata, mantenuta e custodita dalla sua famiglia per decenni. Una questione che adesso dovrà essere chiarita nelle sedi competenti.

“Non sto difendendo un immobile, sto difendendo una storia”

Nel racconto di Giovanni Arato emerge un concetto che va oltre il valore economico dell’abitazione. “Molti pensano che stia difendendo quattro mura. Non è così. Sto difendendo una storia che dura da più di sessant’anni”. Mentre il contenzioso prosegue e saranno gli organi competenti a stabilire chi abbia titolo sull’immobile, Giovanni Arato continua a vivere nella casa che considera il simbolo della propria famiglia. “Non chiedo altro che una cosa. Lasciate decidere alla giustizia. Se un giudice dirà che ho torto ne prenderò atto. Ma fino a quel momento difenderò questa casa con tutte le mie forze”. E mentre parla, il pensiero torna ancora una volta a suo padre. “Questa casa l’ha costruita lui. E io non la abbandonerò”.

(czcz)


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 Luca Bonina

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