Riceviamo e pubblichiamo da Nicola Dario — vastese, già segretario regionale della CGIL Abruzzo e capo della segreteria del sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, Sen. Gianluca Castaldi (M5S).
Atto primo: Vasto, la promessa sposa (poi ripudiata in silenzio)
A settembre 2025 la Giunta regionale abruzzese fa una cosa che, riletta col senno di poi, ha qualcosa di temerario: approva. Non “valuta”, non “avvia un’interlocuzione”: approva formalmente la proposta di Renexia di costruire a Vasto, nell’area industriale di Punta Penna, il più grande stabilimento di turbine eoliche d’Italia. Con tanto di comunicato ufficiale, benefici “economici, tecnologici e occupazionali” diligentemente elencati e dichiarazioni entusiastiche del direttore generale Riccardo Toto, che mette sul tavolo cifre da vertigine:
«Sono progetti a cui teniamo particolarmente perché rispettano il territorio e vengono a valle di un confronto continuo con tutti gli stakeholder. Solo con l’eolico offshore in Italia si potranno fare fino a 15 GW, con un impatto sull’economia italiana di 45 miliardi di euro» — Riccardo Toto, direttore generale Renexia (settembre 2025).
Il “confronto continuo”, a quanto pare, continuava davvero. Perché nove mesi più tardi, al tavolo convocato dal presidente Marco Marsilio a L’Aquila nel giugno 2026, la stessa Renexia spiega che Vasto, ahinoi, non andava bene. Le criticità? Distanza eccessiva tra le aree industriali e il porto di Punta Penna, complessità degli attraversamenti della SS16 e della linea ferroviaria adriatica, limiti al transito dei carichi eccezionali (pale da oltre 115 metri e navicelle gigantesche), un unico accesso viario allo scalo e spazi insufficienti per stoccaggio e movimentazione.
Tutto ragionevolissimo. Con un dettaglio che fa sorridere: sono le stesse identiche criticità con cui, qualche mese prima, era stata cortesemente esclusa Taranto. Resta quindi la domanda che nessuno ama formulare ad alta voce: perché approvare una delibera su Vasto prima di verificare vincoli tecnici elementari, tipo “il porto è raggiungibile da un camion con una pala da 115 metri”? La fattibilità, di solito, viene prima della firma. Qui sembra essere arrivata dopo.
Intermezzo: un porto accanto a una riserva, ovvero che cosa si vuole diventare
C’è un dettaglio che, nella contabilità di metri quadrati e pescaggi, tende a sparire: Punta Penna non è un porto qualunque. Confina con la Riserva naturale regionale di Punta Aderci, 285 ettari (fino a 400 con l’area di protezione esterna) istituita nel 1998 (L.R. 9/1998), la prima area protetta della costa abruzzese, che si distende dalla spiaggia di Punta Penna fino alla foce del Sinello. È una delle “cartoline” più amate dell’Adriatico, di quelle per cui la gente attraversa mezza Italia.
La convivenza tra riserva e zona industriale, a Vasto, è da sempre un equilibrio fragile: lo stesso porto è insieme l’hub logistico delle imprese e, paradossalmente, “l’architetto” della spiaggia di Punta Penna; e da anni comitati e associazioni ambientaliste denunciano pressioni sull’ecosistema in generale. Su questo sfondo, piantare 40 ettari di stabilimento di turbine — quattro volte l’intera superficie operativa di Ortona, ricordiamolo — non è una semplice scelta logistica. È una scelta di identità. La domanda smette di essere “il sito è idoneo?” e diventa “che cosa vuole essere questo territorio?” Decidere dove mettere una fabbrica di turbine, accanto a una riserva, non è una questione di metri quadrati e di fondali: è la scelta di chi si vuole essere, secondo me. Un territorio può vendere il “vento” in due modi: trasformandolo in acciaio, oppure lasciandolo soffiare su una costa che la gente attraversa il mare per venire a guardare. La variabile decisiva non era la profondità dei fondali, ma la profondità della visione.
Sono interrogativi che valgono in entrambe le direzioni, sia chiaro: la transizione energetica ha bisogno di fabbriche, di lavoro qualificato, di filiere industriali, e 1.100–1.300 posti permanenti non sono un dettaglio etereo. Ma proprio per questo la scelta meritava di essere dichiarata per quello che è — una decisione su quale sviluppo si preferisce — invece di essere travestita da mera “fattibilità tecnica”. Vasto, accanto alla sua riserva, avrebbe dovuto poter scegliere a viso aperto. Ha invece ottenuto una delibera entusiasta a settembre e un educato due di picche a giugno.
Le “dramatis personae”* (piccolo ripasso, perché i fatti contano)
Renexia è una società italiana delle rinnovabili, fondata nel 2011 come divisione green del Gruppo Toto (Toto SpACostruzioni Generali), con sede a Chieti: circa 1.290 dipendenti, 894 milioni di valore della produzione nel 2023, 714 milioni di EBITDA e 204 milioni di utile netto. Il fiore all’occhiello è Beleolico, primo parco eolico marino d’Italia e del Mediterraneo, inaugurato ad aprile 2022 a Taranto, con 10 turbine MingYang per 30 MW. In cantiere c’è ben altro: fotovoltaico (pipeline 500 MW), eolico onshore (400 MW in autorizzazione), e soprattutto Med Wind, parco offshore galleggiante da 2,8 GW al largo di Mazara del Vallo (148 turbine MingYang da 18,8 MW, 9 TWh/anno, il fabbisogno di 3,4 milioni di famiglie) e US Wind, sussidiaria americana con un parco da 1,7 GW nel Maryland. Più, per non farsi mancare nulla, una proposta in gara per l’ex Ilva (rigassificatore a Gioia Tauro, termoelettrica a Taranto, forni elettrici e carpenteria).
Al centro di questa storia c’è però InVento Italia: un polo industriale integrato per produrre turbine offshore, nato da un Memorandum of Understanding dell’agosto 2024 tra Renexia, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy(ministro Adolfo Urso) e MingYang Smart Energy, uno dei maggiori costruttori mondiali di turbine (e cinese..). I numeri: 500 milioni di investimento interamente privato, 1.100–1.300 addetti permanenti (oltre 3.100 diretti con l’indotto, più circa 2.000 nell’indotto), 40 ettari fronte mare, produzione di turbine complete e componenti (basamenti in acciaio, torri, pale), con destinazione Med Wind (2,8 GW) e US Wind (1,9 GW). Tenete a mente quel numero: 40 ettari. Tornerà utile.
Un’ultima pennellata sullo stile della casa, utile a inquadrare il personaggio: Renexia non gioca solo in casa. Secondo i registri di OpenSecrets, la società ha speso 225.000 dollari in attività di lobbying federale negli Stati Uniti nel 2025 (dopo i 57.500 dollari del 2024), a supporto dell’avventura americana di US Wind. Quando serve muovere le leve giuste — a Washington come a L’Aquila — il Gruppo Toto sa come si fa.
Atto secondo: Taranto, quella che aveva tutto (e forse per questo è stata esclusa)
Qui la trama si fa gustosa. Perché il porto di Taranto non è un comprimario qualunque: è stato selezionato dal governo come hub nazionale prioritario per l’eolico offshore galleggiante e con ottime ragioni. Spazi industriali e retroportuali ampi, fondali superiori ai 12 metri (proprio il requisito citato per le piattaforme galleggianti), collegamenti ferroviari e stradali efficienti e l’iter di Adeguamento Tecnico Funzionale del Piano Regolatore Portuale già completato. Non bastasse, un decreto interministeriale firmato da Salvini, Pichetto Fratin e Giorgetti ha sbloccato 78,3 milioni in tre anni (2025–2027) per dragaggi, piazzali e banchine proprio a Taranto e Augusta, individuate come i due hub cantieristici nazionali del settore.
E c’è già un inquilino di peso: Vestas, il colosso danese, ha ottenuto una concessione di 9 anni sulla piattaforma logistica “Domenico Daraio” da 132.000 mq nel porto ionico, per assemblare turbine V236 da 15 MW con pale da 115,5 metri. Insomma: aree, fondali, fondi pubblici, un operatore globale già operativo. Con questo curriculum, Taranto è stata… esclusa. Per “criticità logistiche”. La stampa pugliese l’ha derubricata a “ennesima occasione persa”. La versione ufficiale, però, è cristallina: «Scelte industriali, non politiche, basate su valutazioni unicamente di fattibilità industriale ed economica» — Giuseppe Toto, direttore generale Renexia (giugno 2026).
Unicamente. È un avverbio coraggioso e lo verificheremo tra poco con un metro e uno scandaglio.
Atto terzo: Ortona, ovvero scegliere il porto in base a ciò che NON c’è (ancora)
Ortona è il principale scalo commerciale abruzzese. È anche, diciamolo con affetto, di taglia modesta. Sommiamo le superfici operative: Banchina Nord Nuova 50.000 mq, Banchina di Riva 25.000 mq, Nuova Banchina di Riva 25.000 mq, Molo Martello 2.500 mq. Totale: circa 102.500 mq, cioè poco più di 10 ettari. Renexia ne chiede 40. In pratica, quattro porti di Ortona dentro il porto di Ortona.
Poi c’è l’acqua, dettaglio non trascurabile per uno stabilimento che vive di navi. I fondali di Ortona offrono pescaggi tra 5,70 e 6,80 metri, ed è addirittura vietato l’ingresso alle imbarcazioni con pescaggio superiore a 7,10 metri per via dell’insabbiamento dell’imboccatura. Le navi specializzate per trasportare turbine da 18,8 MW pretendono molto di più. Per memoria: Taranto ha oltre 12 metri. Per dare la scala della sproporzione, la singola piattaforma Vestas di Taranto (132.000 mq) è più grande dell’intero porto commerciale di Ortona, che movimenta circa 1 milione di tonnellate l’anno ed è tuttora in fase di dragaggio e potenziamento.
La conclusione tecnica è onesta fino alla brutalità: allo stato attuale Ortona non ha né gli spazi né i fondali. Il progetto presuppone una trasformazione radicale dello scalo — dragaggi profondi, nuove banchine, espansione massiccia delle aree, adeguamento degli accessi — con investimenti pubblici e privati ancora da coordinare. È una scelta che non si fonda su ciò che c’è, ma su ciò che si vuole costruire. La metodologia, in fondo, è – come dire – elegante nella sua circolarità: prima si sceglie il sito, poi si costruisce il porto adatto alla scelta.
L’elefante a quindici chilometri
A questo punto la mappa aiuta più di mille relazioni tecniche. Il Gruppo Toto ha sede a Chieti, a 15 km da Ortona. La scelta industriale, casualmente, coincide con una geografia familiare. Il presidente della Regione Abruzzo Marsilio ha accompagnato attivamente Renexia verso Ortona; la Regione Puglia, dal canto suo, non ha esercitato la stessa pressione. Due stili di lobbying territoriale, due risultati diversi.
Marsilio, va detto, aveva preventivamente liquidato le obiezioni definendo “cretina” la polemica e ribadendo che la scelta dipendeva dalla libera valutazione dell’impresa “su spazi, logistica e collegamenti” — gli stessi spazi e fondali che, come abbiamo visto, a Ortona per ora latitano. Dall’altra parte della barricata, il sindaco di Vasto Francesco Menna ha rivendicato un porto “dotato di spazi e infrastrutture adatte”, mentre il PD locale-“disteso alla difesa ultima vana” dice:
«La scelta di Ortona rappresenta l’ennesima dimostrazione del totale fallimento politico del centrodestra regionale e di Fratelli d’Italia nella difesa degli interessi del nostro territorio. Un’occasione straordinaria […] è stata persa» — Partito Democratico, area del Vastese (giugno 2026).
Diatriba territoriale allo stato puro: ogni campanile difende il proprio molo e la logica di sistema osserva da bordo campo.
Atto quarto: e poi, naturalmente, c’è la ferrovia (NATO)
Sgombro il campo da una leggenda, un equivoco: non esiste una ferrovia militare dedicata Civitavecchia–Ortona. Esiste, invece, il corridoio trasversale appenninico Roma–Pescara, con Ortona come terminale adriatico e, dall’altro versante, Roma con i porti di Civitavecchia e Napoli: una direttrice che taglia l’Italia da mare a mare. Ortona è già collegata alla dorsale adriatica (Ancona–Foggia) con un raccordo diretto allo scalo, e sono previsti interventi per lo scambio intermodale.
La parte interessante arriva a dicembre 2025, quando Marsilio si reca dal ministro della Difesa Guido Crosetto per discutere il riconoscimento ufficiale della Roma–Pescara come asse strategico per la mobilità militare NATO.
«È un elemento importante perché consente di valorizzare questo investimento nazionale nell’ambito degli investimenti richiesti dalla NATO connessi alle spese per la difesa e alla mobilità militare, a supporto di un’infrastruttura che è strategica sia per il Paese sia per l’Abruzzo» — Marco Marsilio, presidente Regione Abruzzo (dicembre 2025)
Lo stesso Marsilio ha segnalato il drastico ridimensionamento della presenza militare in Abruzzo (da circa 7.000 a 1.700 unità in pochi decenni) proponendo un rafforzamento del dispositivo dell’Esercito. Il tutto si incastra in un quadro più ampio: l’Action Plan on Military Mobility dell’UE del 2018, l’accordo del maggio 2024 tra RFI e Leonardo per adeguare le ferrovie al transito di convogli militari (carri armati compresi) e per la cybersicurezza della rete, e il riconoscimento del Parlamento europeo della strategicità militare dual-use della rete TEN-T.
Per inciso, la vocazione bellica di Ortona non è una novità del XXI secolo: durante la Seconda Guerra Mondiale la Ferrovia Sangritana era una delle più importanti trasversali Adriatico–Tirreno e rivestiva grande interesse militare, e nel dicembre 1943 la città fu teatro di una delle battaglie urbane più violente della campagna d’Italia, tra canadesi e paracadutisti tedeschi, proprio per il controllo del porto e della sua logistica. Ortona era strategica molto prima che Renexia esistesse.
Mettendo in fila i pezzi, la convergenza è quasi imbarazzante: Renexia (Gruppo Toto, sede a Chieti) sceglie Ortona; il governo finanzia Taranto e Augusta ma non Ortona, che però è scelta dal principale operatore privato; la ferrovia Roma–Pescara viene candidata a corridoio militare NATO con Ortona come terminale; Marsilio, lo stesso che accompagna Renexia, è il promotore della militarizzazione della linea; e il porto viene potenziato con banchine e dragaggi utili sia alle turbine sia ai carichi eccezionali. Sostenere che siano tutte coincidenze richiede una fede notevole (che io, personalmente, non ho).
L’altro elefante (questo parla cinese)
C’è infine un convitato di pietra. Alcune analisi segnalano che le aziende cinesi potrebbero sfruttare i software di controllo delle turbine MingYang per raccogliere dati dai radar degli impianti — una vulnerabilità tanto più rilevante quanto più i Parchi sorgono vicino a basi militari come quelle di Taranto e Brindisi. Il cortocircuito è servito: turbine prodotte in joint venture con un costruttore cinese, accanto a un corridoio ferroviario candidato alla mobilità militare NATO. Un tema che, finora, nessuno ha affrontato pubblicamente in modo sistematico. Lo segnalo qui, per dovere di cronaca e con la dovuta prudenza.
Considerazioni finali
La storia di Renexia e Ortona è emblematica di come, in Italia, le grandi scelte industriali raramente nascano da sole valutazioni tecniche. Taranto aveva — e ha — infrastrutture portuali superiori, fondali adeguati, uno stabilimento Vestas operativo, fondi governativi già stanziati e il riconoscimento ministeriale come hub nazionale per l’eolico offshore galleggiante. Ortona ha il Gruppo Toto nel cortile di casa, un presidente di Regione fortemente “motivato” in alcune direzioni, una ferrovia in via di potenziamento con ambizioni NATO e la capacità di presentare un progetto “greenfield” come investimento strategico per l’Abruzzo.
Il risultato è una geometria tutta italiana: l’Abruzzo ottiene il polo industriale delle turbine, la Puglia ottiene i fondi pubblici per il porto. Due binari paralleli che non si incontrano, in un Paese dove la frammentazione degli interessi territoriali ha spesso prevalso sulla logica di sistema. E sullo sfondo resta sospesa la domanda di sicurezza: affidare la produzione delle turbine di un parco offshore gigantesco a una joint venture con MingYang, in prossimità di un corridoio militare NATO, introduce vulnerabilità che nessuno ha ancora affrontato apertamente.
Forse, un giorno, scopriremo che la “fattibilità industriale ed economica, pura e semplice” aveva semplicemente l’ufficio a Chieti. Nel frattempo, Ortona dragherà. Unicamente per ragioni tecniche, s’intende…
* L’espressione latina dramatis personae (letteralmente: “maschere del dramma”) indica l’elenco dei personaggi di un’opera drammatica.
Nota scritta sulla base di fonti aperte.
Fonti: Wikipedia, QualEnergia, Corriere della Sera, Quotidiano di Puglia, Ferrovie.info, TrasportoEuropa, MIT, Renexia.it, Toto Holding, OpenSecrets (Renexia SpA – Lobbying Profile), puntaderci.it, TheBottomUp, Cronache Tarantine, Rete8, AbruzzoWeb, Valori.it.
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Emanuele Fiore
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