“Food Revolution”: il valore nascosto del cibo è il titolo della quinta edizione del convegno Pink&Green che sintetizza la sfida. Zero scarti, perché tutto si può riusare: un principio che chiama in causa industria, distribuzione e cittadini lungo l’intera filiera
Alla quinta edizione del convegno Pink&Green, tenutosi la settimana scorsa a Milano presso la sala del Cinema Anteo CityLife, il tema discusso, con grande apprezzamento del pubblico, è stata l’economia circolare applicata al settore agroalimentare.
Sarebbe bello un giorno arrivare a dire zero scarti e processi tutti improntati alla logica del cradle to cradle.
Ma, forse, non siamo poi così tanto lontani come politica, ricerca, industria e terzo settore hanno raccontato in una mattinata densa di spunti che proviamo qui a sintetizzare (il lettore ha anche modo di assistere da remoto alla registrazione dell’evento).
Il tema è indubbiamente delicato. In fatto di food si tende a parlare di sottoprodotti, anziché di scarti.
Come ha più volte sottolineato M.Cristina Ceresa, direttore di GreenPlanner e moderatrice dell’evento: “l’argomento sembra semplice, ma in realtà è complicato. Facile perché è ben chiaro quanto valga il cibo – valore sia ambientale che sociale – complicato perché il cibo è vitale non solo per la nostra sopravvivenza, ma per tutto il sistema industriale e sociale“.
Per fortuna – è il taglio del convegno – in molti si stanno rendendo conto dell’importanza (ma anche opportunità) – del tema. Soprattutto, c’è la ricerca ad aiutarci, ma anche la politica, che sta intuendo come vadano cambiate alcune regole.
Politica e normative
Tutto comincia dall’ecodesign. A parlarne è stata l’eurodeputata Alessandra Moretti, relatrice proprio sull’ecodesign in Unione europea: l’Italia ha un tasso di utilizzo circolare della materia del 20,8%, sopra la media Ue – precisa la Moretti – ma ogni anno nel mondo si sprecano 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, circa un terzo della produzione globale e quasi il 10% delle emissioni.
Il Circular economy act (Cea) atteso dopo l’estate, ha detto, sarà “il banco di prova” della transizione, da non ridurre a slogan (qui trovate l’intervento dell’On. Alessandra Moretti al convegno)
Ed è stata Nadia Ramazzini a dare i dettagli – leggi road map – di questo tanto atteso Cea. La giurista ambientale ha illustrato la direttiva europea 1892/2025, che per la prima volta fissa obiettivi vincolanti: taglio del 10% degli sprechi nella trasformazione e del 30% pro capite tra distribuzione, ristorazione e consumo domestico entro il 2030, con recepimento a giugno 2027.
Un percorso in cui la Lombardia, attiva dal 2015, è già modello virtuoso (ecco l’intervento di Nadia Ramazzini al convegno).
Scienza, Innovazione e finanza
La fotografia scientifica ed economica è arrivata da Serenella Sala, head of the sustainable supply chain and bioeconomy unit di Jrc – il cento di ricerca della commissione europea: il tema è strettamente legato alla bioeconomia e abbraccia tutta la filiera, dai residui agricoli alla trasformazione.
Sul tavolo dei lavori la Biotech Act studiata attentamente per valorizzare le biomasse di scarto solo dove i benefici ambientali sono netti (qui trovate l’intervento di Serenella Sala al convegno).
Il convegno ha dato ampio spazio all’innovazione di laboratorio. Isabella Pisano (docente e ricercatrice dell’Università agli Studi Aldo Moro di Bari) ha descritto le ultime ricerche che partono dagli scarti e ha introdotto il tema delle bioraffinerie che ricavano proteine, biomasse e bioetanolo da siero di latte e acque di vegetazione delle olive (ecco l’intervento di Isabella Pisano al convegno).
Margherita Orazi (una laurea in chimica, ma ora in forza presso il Politecnico di Milano) ha presentato “appeal“, etichetta edibile fatta per oltre il 60% di scarti di mela (Melinda), alternativa ai bollini in plastica e arma anti-contraffazione.
Il progetto di ricerca è portato avanti dallo spin off Enigma (qui trovate l’intervento di Margherita Orazi al convegno).
Citate da Ceresa anche le ultime ricerche di simbiosi industriale legata alla produzione della birra.
“In Italia si producono 40 milioni di tonnellate di sottoprodotti dalla lavorazione della birra, di cui circa l’85% è costituito dalle trebbie – ha detto la giornalista di GreenPlanner, ricordando che presso il Dipartimento di Scienze agrarie, alimenti, risorse naturali e Ingegneria dell’Università di Foggia, Carmen Lamacchia, “ha presentato i risultati ottenuti nello sviluppo di un processo di stabilizzazione delle trebbie mediante pressatura meccanica ed essiccazione con tecnologia a microonde.
Le prove hanno consentito di ridurre l’umidità delle trebbie fino a valori inferiori al 10%, ottenendo uno sfarinato stabile e utilizzabile come ingrediente alimentare, preservando proteine, lipidi, attività antiossidante e buona parte delle caratteristiche funzionali della matrice“.
Sul fronte finanza, Susanna Potenza (Primo Climate) ha preso la parola citando la partecipata KrillMat, che dal food waste ricava un biopolimero alternativo alla plastica.
Il monito: la sostenibilità non può più essere un premium price, deve competere a parità di costo con il fossile. E ciò dà qualche indicazione in più su come pensare di costituire una startup che si occupi di questi temi (ecco l’intervento di Susanna Potenza al convegno).
Lato industria
Marta Schiraldi, responsabile Sostenibilità, Salute e Sicurezza del Gruppo Nestlé Italia ha preso parte rappresentando un’azienda che considera la circolarità non tema accessorio, ma il cuore del modello di business, integrato nei criteri Esg e nel principio di Creazione di Valore Condiviso, che si declina su tre fronti: le comunità, le persone e il pianeta.
“Non basta ridurre, bisogna creare“: di qui il passaggio dalla circolarità alla rigenerazione, declinato dall’agricoltura rigenerativa – il Nescafé Plan e il Nestlé Cocoa Plan su caffè e cacao, e in Italia i progetti sui cereali nel Triveneto (qui sotto l’intervento di Marta Schiraldi).
L’esempio simbolo è Recap: nato nel 2021 come pilota in Friuli-Venezia Giulia insieme a illycaffè e poi allargato a Essse Caffè e Caffè Borbone, raccoglie oggi in 32 comuni tra Friuli, Emilia-Romagna e Veneto le capsule di caffè esauste.
La plastica diventa un vasetto (realizzato da Guzzini), il caffè un fertilizzante (prodotto da Fomet): un caso di collaborazione tra aziende concorrenti per una risposta di sistema.
Decisivo, in questo modello, il coinvolgimento del consumatore. A tutti i livelli. Anche in tema di scadenza riportata sulle etichette.
Perché “una migliore comprensione delle informazioni aiuta i consumatori a utilizzare correttamente i prodotti, riduce gli errori legati a conservazione o interpretazione delle date, favorisce scelte più consapevoli. In questo senso, informazione e sostenibilità sono strettamente collegate“.
Territorio e terzo settore
Al convegno non potevano mancare le esperienze territoriali di buone pratiche circolari attivate sul territorio. Nicoletta San Martino è forse l’assessore (lei ha delega all’ambiente e alla circolarità a Varese) che più ha a cuore il tema.
Lo ha raccontato lei stessa (qui trovate l’intervento di Nicoletta San Martino al convegno), fa parte della sua esperienza personale e dimostra come le attività sul territorio (dall’hub di raccolta delle eccedenze su bici cargo elettriche e il riciclo di cicche di sigaretta e presidi medici) nascano con la collaborazione con il terzo settore.
Come quello di cui ha parlato Francesca Sozzi, responsabile del volontariato del social market di Solidando (Fondazione Ibva), esempio milanese di come le famiglie più bisognose possano fare la spesa a punti, senza denaro, ma con una forte impronta all’educazione del buon cibo e dello zero spreco: una cucina professionale prepara piatti pronti recuperando materie prime in via di scadenza (ecco l’intervento di Francesca Sozzi al convegno).
Buone pratiche che dobbiamo imparare e applicare tutti. È questo proprio l’invito di Stefania Ruggeri che, quale direttrice del Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione, ha dimostrato come sia tutto “scritto” nell’Enciclopedia della cucina italiana (qui il suo intervento).
Qui anche una sezione di “ricette del risparmio“, fino agli F-menù, i menù al femminile ad alto valore nutrizionale che richiamano l’innovazione femminile al cuore di Pink&Green.
Come siamo messi dunque in Italia?
Il filo conduttore dell’evento l’ha tirato l’onorevole Maria Chiara Gadda, firmataria della legge 166/2016. A dieci anni dall’approvazione, ha spiegato la parlamentare di Idv, la norma anti-spreco nasce da un modello culturale prima ancora che tecnico: la perdita di valore commerciale non coincide con quella del valore di un bene e, per questo, il donato è equiparato fiscalmente al distrutto.
Una scelta che ha funzionato perché non impone obblighi di donazione – “facili da raccontare, difficili da attuare” – ma punta su leva fiscale e sussidiarietà tra pubblico, imprese e terzo settore (qui di seguito l’intervento dell’On. Maria Chiara Gadda).
In dieci anni il perimetro si è allargato ben oltre la Gdo – a differenza del modello francese – fino a comprendere mercati rionali, commercio di prossimità, filiera primaria e perfino farmaci, prodotti per l’igiene, tessile ed elettronica.
Perché il cibo, ha ricordato Gadda, è spesso solo “la punta dell’iceberg” per incontrare il bisogno reale delle persone. Quella stessa sera l’onorevole era attesa a Parigi, per presentare la legge alla Federazione europea dei banchi alimentari.
articolo redatto con il contributo di Antonio Iannone
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Redazione Green Planner
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