La differenza insanabile fra tecnocrazia progressista e repubblica


I principi rivoluzionari che hanno dato vita alla repubblica americana, enunciati nella Dichiarazione di Indipendenza e sanciti dalla Costituzione, sono chiari: tutti gli uomini sono creati uguali, i diritti della persona sono innati e non concessi dallo Stato, il cui compito primario è tutelarli in modo imparziale. Questo ha voluto ricordare all’inizio di quest’anno il giudice associato della Corte Suprema americana Clarence Thomas, in un recente discorso.

Purtroppo, nel corso del secondo secolo di vita del Paese, milioni di americani hanno cambiato radicalmente mentalità. Sedotti dall’ideologia del sedicente “progressismo”, hanno finito per condividere una visione dello Stato totalmente incompatibile con la Dichiarazione di Indipendenza, con la Costituzione e, in ultima analisi, con la libertà e lo stile di vita americani.

Il giudice Thomas ha spiegato come i progressisti siano a favore di un “governo di esperti” – un’ingegneria sociale guidata dallo Stato – e credano che i tecnici siano tanto più saggi e illuminati rispetto alle masse di cittadini da non permettere che i loro brillanti piani siano ostacolati dagli “obsoleti” principi sui diritti individuali – che andrebbero ignorati. Il giudice non è entrato nello specifico delle politiche con cui il progressismo ha cominciato a erodere i principi della Dichiarazione.
Lo farò qui.
La filosofia progressista è permeata da uno spirito di cosiddetto meliorismo, ovvero dalla convinzione che il governo debba “migliorare” il benessere economico dei cittadini distribuendo aiuti finanziari. I Padri Fondatori non erano melioristi. James Madison, uno degli principali artefici della Costituzione e quarto presidente degli Stati Uniti, lo ha affermato chiaramente: «La carità non rientra nei doveri legislativi del governo». Ma i Padri Fondatori non erano contrari alla carità: ritenevano semplicemente che questa fosse competenza del settore privato della società.

Alla fine del XIX secolo il presidente Grover Cleveland ha ribadito la medesima visione di un governo con dei limiti, scrivendo in un messaggio di veto che non esiste alcuna autorità costituzionale che consenta al governo federale di sostenere con denaro pubblico una categoria di cittadini in difficoltà, e ha aggiunto: «Sebbene il popolo sostenga il governo, il governo non dovrebbe sostenere il popolo».

E perché mai il governo non dovrebbe sostenere – ovvero dare denaro a – chiunque?

Questo ci porta al nocciolo della questione per cui il progressismo è essenzialmente incompatibile con la nostra Dichiarazione e Costituzione: lo Stato non possiede ricchezza propria: può spendere soltanto ciò che preleva dai cittadini del settore privato, attraverso la tassazione. Ogni sistema di welfare – programma assistenziale del governo – diventa quindi inevitabilmente un meccanismo di redistribuzione: lo Stato prende da A e da B per dare a C, D e altri. In altre parole: invece di difendere in modo imparziale i diritti di proprietà di tutti, i governanti stabiliscono che alcuni cittadini hanno diritto a parte della proprietà dei loro concittadini. Cioè: i diritti di A e B vengono dichiarati inferiori a quelli di C e D.

Come ha affermato Thomas nel suo appassionato discorso, «il progressismo mira a sostituire i presupposti fondamentali della Dichiarazione di Indipendenza, e dunque della nostra forma di governo. Sostiene che i nostri diritti e la nostra dignità non provengono da Dio, ma dal governo». Il progressismo è l’antitesi dell’americanismo. Affermando che i diritti di proprietà non sono inalienabili e anzi che una maggioranza può ripartirli come meglio crede, ha aperto la strada a ogni forma di caos economico, sociale e politico. Per usare le parole di Thomas, retrogressivi.

Infatti, partendo dalla premessa moralmente degradante secondo cui i diritti siano modificabili e vengano riconosciuti solo come “concessione” da chi detiene il potere, il sistema politico precipita inesorabilmente nell’iniqua attività di decidere quali «diritti» debbano prevalere su altri. Politici cinici, presentandosi come caritatevoli difensori dei più bisognosi, erodono progressivamente i diritti di proprietà dei concittadini, utilizzando le risorse sottratte per acquistare consenso elettorale da cittadini felici di credere che sia la «giustizia sociale» a dare loro il diritto di avere una quota della proprietà dei vicini più produttivi e prosperi.

Storicamente, questo meccanismo ha portato su una china pericolosa. I legislatori, alla ricerca di voti, hanno via via aumentato i benefici esistenti e ne hanno aggiunto di nuovi, estendendoli a fasce sempre più ampie di destinatari. Già il presidente Franklin Pierce, nel XIX secolo, intuendo il rischio si oppose ad aiuti federali per i – relativamente – pochi cittadini indigenti affetti da disturbi mentali: «Se il Parlamento può e deve provvedere per uno qualsiasi di questi casi, può e deve provvedere per tutti».
In effetti, la redistribuzione progressista della ricchezza ha continuato a espandersi fino a far raggiungere al Tesoro degli Stati Uniti un debito di quasi 40 mila miliardi di dollari, cifra che sale di parecchio se si considerano le passività non finanziate dei programmi federali di assistenza. La società è lacerata da una guerra di classe alimentata da demagoghi che denigrano i ricchi, presentandoli come nemici del popolo, mentre questi stessi ricchi costituiscono il motore del progresso economico e i principali benefattori della collettività. Nel frattempo, i progressisti spingono per una sempre maggiore limitazione dei diritti di proprietà individuale e per un controllo sempre più esteso da parte del governo sui beni dei cittadini.

Inoltre, si continuano a chiedere ulteriori riduzioni dei diritti di proprietà individuali e un controllo statale sempre più esteso sull’economia. Questa deriva viola non solo lo spirito della Dichiarazione di Indipendenza, ma anche diversi emendamenti della Costituzione.

Il Decimo Emendamento – uno dei più ignorati della Carta dei Diritti originale – stabilisce che i poteri del governo federale sono limitati a quelli espressamente elencati nella Costituzione. In nessun punto si autorizza lo Stato a occuparsi del benessere economico dei singoli cittadini né a provvedere ai loro bisogni materiali. Il termine welfare compare nel Preambolo, ma indica il benessere generale di tutta la nazione, non l’assistenza a interessi particolari a scapito di altri.

Il Quinto Emendamento rafforza la sacralità della proprietà privata. L’unica legittimazione per lo Stato di sottrarre anche solo una parte dei beni di un cittadino è la punizione per reati commessi a danno di altri. Non esiste alcuna autorizzazione a che una maggioranza parlamentare si appropri dei beni altrui per avvantaggiare gruppi di interesse.

Il Tredicesimo Emendamento, noto soprattutto per aver abolito la schiavitù, vieta anche la «servitù involontaria». I programmi di welfare basati sulla redistribuzione forzata di risorse da un cittadino all’altro, senza alcun corrispettivo, costituiscono un abuso del potere statale che viola il principio secondo cui nessuno può essere costretto a lavorare per il beneficio di un altro.

Il Quattordicesimo Emendamento proibisce agli Stati di privare qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto processo di legge e di negare a chiunque l’eguale protezione delle leggi. Questo divieto vale anche per il governo federale. Un programma che toglie risorse ad alcuni cittadini per trasferirle ad altri non può certo essere considerato «eguale protezione delle leggi».

Il Primo Emendamento, infine, vieta l’istituzione di una religione da parte dello Stato. Molti difendono i programmi di welfare sostenendo che è «caritatevole» aiutare chi è nel bisogno e che la religione insegna appunto la carità. Gli americani sono sempre stati liberi di praticare la carità in modo personale e volontario. Quando però lo Stato istituzionalizza e rende obbligatoria quella “carità” attraverso la tassazione e la redistribuzione, trasforma un precetto religioso in una politica pubblica.

In questo modo si finisce per stabilire quale forma di carità sia lecita e quanta se ne debba fare, interferendo con il libero esercizio della religione da parte dei singoli cittadini.

 




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 Mark Hendrickson per ET USA

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