Nel grande lido della minimizzazione climatica, Ignazio La Russa è arrivato con l’asciugamano già piegato sotto il braccio:
Per il cambiamento climatico in molti dicono: “oddio sta arrivando in Europa un clima caraibico”, no? E vabbè, ma i Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo.
Un discorso in cui il cambiamento climatico viene trattato come un luogo comune, una specie di tormentone stagionale buono per riempire convegni, programmi tv e conversazioni tra persone che evidentemente hanno il grave difetto di guardare i dati. Una seccatura. Come la sabbia nelle ciabatte.
Il passaggio è stato pronunciato durante la presentazione del libro di Nicola Procaccini, a Milano. La Russa ha parlato di clima, di specie che si sono sempre estinte, di adattamento umano. Poi, però, aggiunge anche un’altra cosa:
Questo non vuol dire che non ci si possa, e non ci si debba attivare per limitare i danni dei cambiamenti climatici.
Nel mezzo, La Russa ha trovato anche il tempo di infilare il paragone tra le uova di tartaruga marina e l’interruzione di gravidanza:
Guai a chi non fa nascere il tartarughino, ma davanti a un ovulo, un feto di donna, chi se ne frega.
Un’altra scorciatoia retorica, che mette nello stesso sacchetto la tutela di una specie protetta e il corpo delle donne. Eppure, proteggere le uova di tartaruga marina e discutere di autodeterminazione non è proprio la stessa cosa. Sono due temi diversi, schiacciati insieme per ottenere il solito effetto: far sembrare cura ciò che è controllo.
Meglio tornare al discorso clima: secondo quanto ammesso da La Russa, quindi, i danni esistono. Solo che nel racconto sembrano diventare una faccenda quasi gestibile con una camicia più leggera, una birra ghiacciata e magari Maracaibo come colonna sonora. In fondo, se ai Caraibi vivono, vivremo anche noi. Basta non disturbare troppo la narrazione con morti da calore, siccità, alluvioni, città roventi, reti elettriche sotto pressione e anziani chiusi in appartamenti che a luglio sembrano forni crematori.
Il calendario non basta
La formula del “clima caraibico” funziona perché suona quasi simpatica. Invece, come se ci fosse bisogno di dirlo, la situazione è più grave di quanto si lasci intendere. Il problema è che l’Europa non sta diventando un arcipelago tropicale con cocktail inclusi. Sta diventando un continente più caldo, più esposto agli estremi, con infrastrutture nate per un clima diverso.
I numeri, però, raccontano altro. Secondo Copernicus, l’Europa si sta riscaldando più del doppio rispetto alla media globale. Negli ultimi trent’anni la temperatura europea è aumentata di circa 0,56 °C per decennio. Non è una sensazione da bar, non è la classica estate “che una volta faceva caldo uguale”, non è la zia che apre tutte le finestre alle due del pomeriggio perché “almeno gira l’aria”. È una misura.
Il 2025, sempre secondo il rapporto europeo sullo stato del clima curato da Copernicus e Organizzazione Meteorologica Mondiale, ha visto temperature sopra la media su almeno il 95% dell’Europa. La Fennoscandia subartica, cioè l’area che comprende parti di Norvegia, Svezia e Finlandia, ha registrato un’ondata di calore record di tre settimane, con temperature oltre i 30 °C anche vicino al Circolo Polare Artico. Il clima caraibico, a quanto pare, ha preso una coincidenza strana ed è sceso anche parecchio a nord.
In Italia il quadro non offre grandi motivi per mettersi il fiore all’occhiello. Secondo ISPRA, il 2024 è stato l’anno più caldo dell’intera serie storica nazionale, con una temperatura media superiore di 1,33 °C rispetto al trentennio 1991-2020. Qui non siamo davanti a una cartolina tropicale. Siamo davanti a un Paese con città spesso impermeabili, alberi trattati come arredo urbano sacrificabile, case vecchie, quartieri senza ombra e una popolazione anziana che non può “abituarsi” per decreto.
Il corpo presenta il conto
Il caldo estremo non è folklore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che tra il 2000 e il 2019 si siano verificati circa 489mila decessi legati al caldo ogni anno, con il 36% in Europa. Nella sola estate 2022, in Europa, le morti in eccesso attribuite al caldo sono state stimate in 61.672. Numeri un po’ meno vacanzieri, ecco.
Le alte temperature aumentano il rischio di colpi di calore, disidratazione, aggravamento di malattie cardiovascolari, respiratorie e renali. Colpisce di più anziani, bambini, persone fragili, lavoratori esposti, chi vive in case poco isolate, chi non può permettersi di raffrescare gli ambienti. È una forma di disuguaglianza sempre più palese.
Le specie si estinguono, certo
Poi c’è l’altro passaggio: le specie si sono sempre estinte. Vero. Anche gli incendi sono sempre esistiti, ma se prende fuoco il salotto non chiamiamo il paleontologo. Il fatto che nella storia della Terra ci siano stati cambiamenti climatici naturali non cancella la causa dell’attuale riscaldamento globale.
L’IPCC lo scrive in modo piuttosto difficile da aggirare: le attività umane, soprattutto attraverso le emissioni di gas serra, hanno causato in modo inequivocabile il riscaldamento globale. La parola è quella. Inequivocabile. Non “forse”. Non “dipende”. Non “sarà una moda degli ambientalisti”. Inequivocabile, cioè la parola che rovina le frasi vaghe.
La differenza sta nella velocità e nella pressione aggiuntiva che abbiamo messo addosso al sistema. Combustibili fossili, deforestazione, consumo di suolo, urbanizzazione, agricoltura intensiva, modelli produttivi energivori. Abbiamo trattato atmosfera, oceani e suolo come il ripostiglio condominiale: ci butti dentro tutto, richiudi la porta e speri che nessuno apra. Poi la serratura cede.
Non è solo caldo
Ridurre tutto alla temperatura è la scorciatoia più comoda. Fa caldo, quindi ombra. Fa freddo, quindi cappotto. Piove, quindi ombrello. Il problema è che il cambiamento climatico non è una manopola del termostato.
Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’Europa non è preparata ai rischi climatici che stanno crescendo rapidamente. La prima valutazione europea del rischio climatico individua 36 grandi rischi, divisi tra ecosistemi, cibo, salute, infrastrutture, economia e finanza. Più della metà richiede più azione già adesso, e otto sono considerati particolarmente urgenti, compresi quelli legati al calore, alle alluvioni, agli incendi e alla tenuta dei sistemi di solidarietà europei.
Acqua, agricoltura, assicurazioni, bilanci pubblici, pronto soccorso, protezione civile, manutenzione urbana, reti elettriche, scuole. Tutte cose molto meno scenografiche di una polemica contro il luogo comune ambientalista. Molto più concrete, purtroppo.
Anche le zanzare si adattano
Nel pacchetto del caldo che avanza entrano anche ospiti piccoli, rumorosi e piuttosto democratici nel rovinare le serate. L’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, segnala un peggioramento della diffusione di malattie trasmesse da zanzare nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo. Nel 2023 sono stati registrati 130 casi autoctoni di dengue, contro 71 nel 2022 e 73 in tutto il periodo 2010-2021.
Nel 2025, sempre l’ECDC ha indicato 304 casi autoctoni di dengue registrati l’anno precedente in Europa e 1.436 casi di infezione da West Nile virus, con infezioni distribuite in 212 regioni di 19 Paesi. Il clima più caldo, insieme a viaggi e commerci, favorisce la diffusione di zanzare invasive e malattie trasmesse da vettori. Anche loro si abituano, solo che lo fanno meglio di noi e senza convegni.
L’adattamento esiste, certo. Però adattarsi non significa dire “ci abitueremo” e passare oltre. Significa spendere soldi, cambiare materiali, piantare alberi dove servono davvero, togliere asfalto dove si può, raffrescare scuole e ospedali, proteggere chi lavora all’aperto, ripensare gli orari durante le ondate di calore, mettere in sicurezza acqua, energia e trasporti. A quel punto il “ci abitueremo” resta lì, piccolo piccolo. Il cambiamento climatico continua ad avanzare. Il clima non vota: presenta il conto.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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