L’albero che manca si vede subito. Lo senti quando attraversi una piazza alle due del pomeriggio, quando l’asfalto restituisce calore dalle scarpe, quando il temporale riempie un sottopasso in pochi minuti e quella che sembrava una strada normale diventa un punto fragile della città. La città green, per molti italiani, ormai ha questa forma molto concreta: più ombra, meno cemento, quartieri capaci di reggere il caldo, l’acqua, gli sprechi, gli edifici abbandonati lasciati lì a marcire.
Secondo l’indagine Ipsos-Legacoop presentata in occasione dell’incontro nazionale dell’Osservatorio sulla transizione ecologica nelle città, la richiesta dei cittadini è molto netta: l’89% considera importante aumentare aree verdi e alberature e ridurre il consumo di suolo; sempre l’89% ritiene importante rendere più circolari produzione e consumo, tagliando sprechi e recuperando anche il patrimonio edilizio esistente; l’85% chiede misure di adattamento climatico per ridurre gli impatti di allagamenti e ondate di calore; l’82% dà peso alla riduzione progressiva delle emissioni di gas serra.
La richiesta è alta
Il dato più interessante arriva quando si passa dal desiderio alla valutazione di quello che sta accadendo nelle città. Qui la fotografia cambia tono. La soddisfazione per gli interventi già realizzati resta sotto la metà: il 47% si dice molto o abbastanza soddisfatto del miglioramento e dell’aumento delle aree verdi, il 43% degli interventi sulla circolarità di produzione e consumo, appena il 38% delle iniziative per adattamento e mitigazione climatica.
Ergo, i cittadini hanno capito benissimo cosa serve, vedono il caldo salire, vedono le strade allagarsi, vedono i parchi consumati o insufficienti, e giudicano ancora troppo debole la risposta. La transizione ecologica urbana viene percepita come una priorità larga, quasi trasversale, soprattutto nei grandi Comuni e tra le persone nella fascia 61-64 anni. La soddisfazione, però, resta molto più bassa dell’importanza attribuita al tema. È lì che si apre il divario.
Nel frattempo qualcosa si muove. L’Osservatorio sulla transizione ecologica nelle città, nato nel 2025 con la partecipazione di oltre 60 città italiane, enti di ricerca, università, imprese e soggetti istituzionali, lavora proprio per raccogliere e diffondere buone pratiche su quattro fronti: adattamento climatico, mitigazione, circolarità e capitale naturale. La direzione è sensata: mettere in comune esperienze già sperimentate, renderle replicabili, farle entrare nelle strategie delle amministrazioni. Il problema, visto dai cittadini, sta nella velocità e nella presenza reale di questi interventi nei quartieri.
Il voto resta basso
Una città green si misura meno nei documenti e più nella manutenzione ordinaria che cambia la vita. Un’area dismessa trasformata in spazio verde ad alto valore ecologico, un filare di alberi piantato dove prima c’era solo sole pieno, una piazza riqualificata con soluzioni naturali che riducono l’impermeabilizzazione del suolo. L’indagine segnala infatti un consenso molto ampio proprio su questi interventi: un intervistato su due considera molto importante riqualificare gli spazi pubblici con soluzioni naturali e ridurre l’effetto tappo del cemento.
Il capitolo energia entra nella stessa partita. Tra le misure considerate più importanti per ridurre gli effetti del cambiamento climatico compaiono le Comunità energetiche rinnovabili, pensate per aumentare la produzione distribuita da fonti pulite e rendere l’accesso all’elettricità rinnovabile più conveniente; le ristrutturazioni profonde degli edifici, con consumi molto bassi e materiali adeguati; i condomini energeticamente autosufficienti, con fotovoltaico sui tetti, pompe di calore per riscaldamento, raffrescamento e acqua calda, e forme di autoconsumo tra residenti.
Poi ci sono i rifiuti e gli sprechi. Anche qui il consenso è forte: più di un intervistato su due considera molto importante migliorare la gestione dei rifiuti urbani, ridurre gli sprechi attraverso il recupero delle eccedenze alimentari e aumentare la raccolta dei piccoli rifiuti elettronici con eco-punti dedicati. La circolarità urbana, quindi, passa anche da gesti molto pratici: recuperare ciò che resta, riparare, riusare, intercettare materiali che oggi finiscono troppo spesso nel circuito sbagliato.
Servono soldi e competenze
I cittadini, però, indicano anche le condizioni per rendere tutto questo efficace. Oltre il 90% ritiene importanti norme chiare, obiettivi stabili nel tempo, finanziamenti pubblici e competenze tecniche adeguate. Percentuali tra l’87% e il 90% riguardano anche l’informazione corretta sui problemi e sulle soluzioni, il coinvolgimento delle imprese del territorio, la capacità di generare benefici su più aspetti della transizione ecologica e l’indirizzo coordinato di governi nazionale, regionali e comunali.
Questo passaggio pesa parecchio. La transizione ecologica nelle città viene spesso raccontata come una questione di grandi piani, e certamente i piani servono. Però i cittadini chiedono anche una macchina amministrativa capace di portarli a terra: tecnici, fondi, tempi certi, regole stabili, cantieri comprensibili, interventi visibili. La differenza tra una promessa e una città green abitabile passa da lì.
Il margine di lavoro è enorme. Le città italiane devono fare i conti con ondate di calore più intense, piogge estreme, consumo di suolo, edifici energivori, quartieri con troppo cemento e troppo poca ombra. Allo stesso tempo hanno una domanda sociale già pronta, molto più matura di quanto spesso si immagini. I cittadini chiedono alberi, suolo permeabile, recupero dell’esistente, energia rinnovabile condivisa, rifiuti gestiti meglio, spazi pubblici più vivibili.
La distanza tra quel quasi 90% di consenso e quel 38-47% di soddisfazione è una misura precisa. Dentro ci stanno le buone pratiche che avanzano, i ritardi, i Comuni che provano a fare sul serio, quelli che restano indietro, i fondi da trovare, le competenze da costruire, gli alberi ancora da piantare. E anche le estati che arrivano comunque.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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